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Davos 2026. “Sì, vi avevamo mentito. Ma adesso…”

E noi abbiamo il dovere di domandarcelo: quante altre bugie ci hanno raccontato, oltre a quella del diritto internazionale?

Mark Carney, Davos 2026

Mark Carney, Davos 2026

Un sacco di bugie, a cominciare da quelle sul diritto internazionale. Mark Carney, primo ministro del Canada da marzo 2025, e in precedenza governatore dapprima della Banca Centrale canadese e a seguire di quella inglese, lo ha riconosciuto nel suo intervento di martedì scorso al World Economic Forum di Davos.

«Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero esentati quando conveniva. Che le regole commerciali fossero applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale si applicasse con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.»

Appunto: un sacco di bugie. Ma sai com’è: facevano comodo a tutti. A tutti, beninteso, nel senso degli attori economici e dei personaggi politici che ne traevano i maggiori vantaggi.

Di qua le grandi multinazionali, che sono le colonne portanti del Forum, nato nel 1971 e presentato online come “la piattaforma affidabile per la cooperazione pubblico-privato, dove si costruiscono relazioni e fiducia, si approfondiscono le conoscenze e inizia la collaborazione”.

Di là i leader, o presunti tali, che rivestono ruoli di governo, supportati dagli innumerevoli executive che gli si muovono intorno sia nelle pubbliche istituzioni sia nelle estensioni dell’establishment, tra cui spiccano i media “di informazione”. In teoria per fare gli interessi di noi governati.  Di fatto per impedire che la volontà popolare – quella della celebrata/mistificata democrazia – interferisca con le strategie dei mercati. O se preferite dei Mercati, con la maiuscola. Quelli finanziari, innanzitutto.

Una bugia tira l’altra

Il vero nodo, che non viene minimamente affrontato, è proprio questo: chi siano i veri decisori, dietro le cortine fumogene delle contrapposizioni tra i partiti e delle diatribe, più o meno di facciata, su cui viene polarizzata l’attenzione collettiva.

In un mondo dominato dal denaro, la concentrazione di ricchezza in mani private dovrebbe essere una questione centrale della politica, nei Paesi che si definiscono democratici. Per l’ovvio motivo che un eccessivo potere detenuto da pochi soggetti, i quali lo utilizzano per arricchirsi ulteriormente e moltiplicare ancora di più le proprie capacità di incidere sulla realtà, mette a repentaglio, o peggio, gli interessi generali. Peraltro etichettati, con la solita magniloquenza ipocrita, come “il bene comune”.

Ad esempio, tornando alle multinazionali che controllano il Forum di Davos, non ci si pone il problema del fatto che vi siano dei fondi di investimento che gestiscono risorse esorbitanti, superiori al Pil di moltissime nazioni. E non lontani, già adesso, da quelli di intere aree economiche.

Limitiamoci ai primi due della classifica mondiale: BlackRock, il cui fondatore e Ceo Larry Fink è presidente del World Economic Forum, ha un Aum (Asset Under Management) di 14.041,5 miliardi di dollari, mentre Vanguard Group è intorno a 12 mila. Il Pil dell’Area Euro, sempre in dollari, è di circa 18 mila miliardi.

La domanda è elementare (e retorica): chi dispone di risorse così ingenti le utilizza davvero nel solo ambito economico, ossia senza interferire in alcun modo nelle dinamiche sociali e quindi, giocoforza, nelle scelte di governo?

La bugia sul diritto internazionale, e sui commerci globali, non è affatto la sola. Alla messinscena appena confessata da Mark Carney, bisogna aggiungerne parecchie altre. Che ruotano, guarda caso, intorno alla capziosa distorsione del concetto di libertà, con cui si riuniscono in unico pacchetto, inscindibile, le attività economiche e i comportamenti personali.

Sorvolando però su un “dettaglio” decisivo: così come le azioni individuali non devono degenerare nell’anarchia, e perciò ci sono innumerevoli limiti di legge che ne circoscrivono l’ampiezza, la libera iniziativa economica non deve trasformarsi nella facoltà illimitata di speculare e di accumulare capitali astronomici. Talmente cospicui, come abbiamo già detto, da diventare strumenti di condizionamento sociale e, vedi le Presidenziali USA, armi di pressione sui candidati e di manipolazione degli elettori, attraverso faraoniche campagne promozionali.

Ma dove sono, queste norme che frenano lo strapotere dei supermiliardari e che, se non altro in linea di principio, lo rifiutano come una patologia da denunciare e combattere?

Il “paladino” anti Donald

Il discorso di Carney è stato prontamente magnificato come un’alternativa, coraggiosa e persino etica, all’arroganza di Trump. Il direttore del quotidiano La Stampa, per citare solo uno dei numerosi panegirici che si vanno succedendo, ha definito il premier canadese (nonché, ricordiamolo ancora, ex governatore delle banche centrali di Canada e Inghilterra) “antropologicamente e intellettualmente antitetico a Trump”.

Vale a dire: Trump è l’anomalia in un sistema fondamentalmente sano. La sua tracotanza è un fattore sgradevolissimo e quanto mai allarmante, ma tutto sommato è legato assai più al carattere narcisistico di un singolo uomo, che non a delle dinamiche strutturali e ormai dilaganti.

Non è affatto così.

Trump non è un incidente di percorso, sulla luminosa strada dell’Occidente liberaldemocratico. Esattamente al contrario, è invece la manifestazione esplicita di ciò che finora si stava preparando, e attuando, in maniera più subdola: l’affermazione planetaria di un ordine mondiale che sia detenuto saldamente – e nelle intenzioni definitivamente – da un’oligarchia ristretta e aggressiva.

La novità, non trascurabile ma insufficiente a rendere condivisibile l’intera operazione, è che è cambiata l’impalcatura valoriale con cui si mira a legittimare il nuovo assetto: al posto del progressismo e delle sue tante follie, dall’immigrazione indiscriminata agli eccessi del politically correct e ai deliri dei woke, il ritorno a idee più sensate e profondamente radicate nelle tradizioni del passato, per non dire nella natura stessa degli esseri umani.

Anche se poi, e bisogna tenerlo a mente, questo recupero in chiave conservatrice si inscrive in un immaginario statunitense che non coincide affatto con quello europeo, così come il protestantesimo messianico d’Oltreoceano è ben diverso dal cattolicesimo accomodante di casa nostra.

Prima si ammette, poi si ricomincia

Torniamo a Carney, però. A lui e a chi adesso lo esalta.

Per chi si fermi alla superficie la sua autocritica può sembrare schietta ed eclatante, ma a ben vedere non lo è per nulla. Perché si limita a un aspetto specifico e lo tratta quasi come una disattenzione, anziché come il cinico e deliberato opportunismo che è stato realmente. E che rientra in un atteggiamento generale.

In apparenza si fa atto di contrizione e si chiamano le nazioni che non vogliono soggiacere alle brutalità trumpiane a una reazione consapevole e coordinata. Che metta insieme le «potenze medie, come il Canada», e come gli Stati europei, nel presupposto che «investire collettivamente nella resilienza è più economico che costruire ognuno la propria fortezza».

Nella sostanza, invece, si predispone un alibi. Che mira ad azzerare le ambiguità e i vizi del passato, senza mettere in discussione quella subordinazione della politica all’economia finanziaria che, come abbiamo visto, è la chiave di volta del mondo contemporaneo.

La sua non è una ribellione morale a un sistema intrinsecamente iniquo e spietato, ma la reazione obbligata del piccolo azionista che è minacciato dai soci di maggioranza.

E noi abbiamo il dovere di domandarcelo: quante altre bugie ci hanno raccontato, oltre a quella del diritto internazionale? Quante altre ce ne stanno dicendo ora, o sono pronti ad ammannirci in futuro?

Gerardo Valentini – presidente Movimento Cantiere Italia