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29 Settembre 2020

Pubblicato il

Coronabond no, tuttavia… La solita dannatissima UE: dice “aiuti”, intende debiti

di Federico Zamboni

L’Eurogruppo di ieri si chiude in modo interlocutorio. Ma il vizio decisivo è ragionare in termini di prestiti

Wow! L’Unione Europea, Olanda permettendo, darà il via libera a dei super prestiti. Che a loro volta consentiranno alle imprese in difficoltà, o in ginocchio, di ottenere dei massicci prestiti bancari, con la garanzia quasi integrale da parte dello Stato.

Ci saranno pure i Coronabond? Chissà. Ma in caso affermativo rientrerebbero anch’essi nella medesima categoria. Quella dei prestiti, appunto.

In linea di principio non può esserci nessun equivoco, al riguardo, ma è meglio ribadirlo a beneficio di chi ne avesse una percezione errata: non è che sarebbero la manna che cade giù dal cielo grazie alla benevolenza divina. O all’umana e generosa solidarietà dei nostri cosiddetti partner comunitari.

Manco per sogno. Come attesta il suffisso “bond” si tratterebbe della versione UE dei titoli del Tesoro emessi dalle singole nazioni. Bot, Btp, Cct, per dirla all’italiana.

Insomma: prestiti, prestiti e ancora prestiti.

Ma è proprio qui la magagna.

Siccome la discussione è stata avviata fin dal primo momento su questi binari, la generalità dei cittadini ha fatto quello che fa di solito. Ha preso per buona la prospettiva ammannita dall’alto e ha guardato solo agli sviluppi successivi. Invece di mettere a fuoco i presupposti – che sono quelli tipici del potere bancario: tu hai bisogno di soldi e noi te li prestiamo – si è concentrata sugli esiti delle trattative con Bruxelles (e sorvoliamo su chi sia davvero a tirare i fili, dietro il paravento dei governi nazionali e dei veri decisori in ambito UE, dalla Commissione all’Eurogruppo etc.).

Il filo conduttore, pressante, è stato il rosario delle domande in sospeso: ci concederanno i fondi che ci servono per ripartire? Lo faranno, bontà loro, con modalità non troppo onerose? Ci salveremo, ci salveranno, dai vincoli-capestro delle famigerate “condizionalità” del Mes?

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Un abbaglio completo. Da scolaretti somarelli che sperano di trovare la sospirata soluzione all’ennesimo compito in classe. All’idea dei compiti, d’altronde, ci hanno abituati da anni: «L’Italia farà i suoi compiti a casa», declamò a novembre 2011 Mario Monti, nel suo primo incontro da presidente del Consiglio con Sarkozy e Merkel.

La chiave di volta, invece, è risalire alle premesse. E riformulare il problema. Partendo da una domanda elementare. Lapalissiana per un verso. Totalmente ignorata per l’altro. Ignorata/insabbiata fino alla rimozione: perché mai si parla di prestiti, per fare fronte ai terribili contraccolpi causati dall’emergenza per il Covid-19?

Incolpevoli. Ma comunque indebitati

Si è usata molto la metafora bellica, a proposito di ciò che stiamo attraversando. Il parallelo, tuttavia, è assai improprio.

Il paragone corretto è con una calamità naturale. Un terremoto di straordinarie proporzioni che colpisca – incredibile a dirsi… – l’intero territorio nazionale. O una serie di alluvioni che facciano più o meno lo stesso.

Certo: la differenza sta nel fatto che quegli eventi causano le loro distruzioni direttamente e senza scampo, mentre i disastri economici che si stanno determinando nel nostro Paese sono dovuti alle scelte dei governanti. Ma visto che Conte & Co. sostengono di aver agito nell’unico modo possibile (e su consiglio degli scienziati, detentori – ahò – della verità oggettiva o quantomeno della  sua migliore approssimazione) il risultato per noi cittadini non cambia.

Questa situazione l’abbiamo subìta. E ne siamo del tutto incolpevoli.

Così come per le suddette calamità, quindi, non dobbiamo ricevere prestiti ma indennizzi. Dallo Stato italiano all’interno dei nostri confini. Dalle autorità UE in ambito, appunto, europeo.

Non si tratta affatto di ottenere la concessione di finanziamenti da restituire, ma di vedersi erogare le risorse per risollevarsi.

Così come l’assistenza sanitaria è e deve restare pubblica e sostanzialmente gratuita, bisogna arrivare a concepire e ad attuare un’assistenza finanziaria altrettanto pubblica e altrettanto gratuita. Chi vuole dei capitali per moltiplicare i suoi profitti se li vada a cercare e ci paghi gli interessi. Chi ha bisogno di soccorso per tornare a essere compartecipe della vita economica nel suo insieme, dopo una sciagura collettiva che gli si è abbattuta addosso senza averne la benché minima responsabilità, lo deve ricevere semplicemente perché è giusto.

Che ambizione utopistica, nel progredito mondo di oggi.

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