06 Maggio 2021

Pubblicato il

Ironia e coraggio

“Confessioni di una radical chic pentita”: la più divertente critica al pensiero unico che leggerete quest’anno

di Giulia Bertotto

“Confessioni di una radical chic pentita” di Serena Di è un libro delizioso, scorre con ironia travolgente, capacità introspettiva e saggezza

Radical chic pentita
Serena Di

“Confessioni di una radical chic pentita” di Serena Di è un libro delizioso, le sue pagine scorrono con ironia travolgente. L’autrice è sfavillante e al contempo dimostra molto coraggio, capacità introspettiva e saggezza.

Confessioni di una radical chic pentita

Confessioni può far subito pensare allo struggente e appassionato capolavoro di Sant’Agostino, il più geniale “pentito” della tradizione occidentale. Tuttavia l’opera di Serena Di non è una speculazione teologica né tanto meno un romanzo effimero.

E’ la storia di un percorso interiore che però non trascura aperitivi di grido, creme idratanti, frequentazioni “giuste” e letture trendy.

Sì, perché la nostra pentita, non si rammarica di ciò che ha vissuto, ma di aver scambiato l’ordine della loro importanza, anteponendo il riconoscimento altrui alla propria dignità e valore, agli affetti e alla famiglia. Agostino chiamava questo atteggiamento idolatria, ma per ora freniamo la smania filosofica.

La caricaturizzazione dei personaggi, un variopinto salotto di radical chic (dalla professoressa militante al gretto re delle terrazze in), ed eroi di morale sui Social, è efficace nel mostrare le loro contraddizioni.

Le nostre contraddizioni sociali smascherate con ironia

Contraddizioni che del resto sono quelle della nostra società. “Tollerante” ma solo verso il pensiero unico della fluidità (ormai alla stregua di indifferenza), spirituale ma solo se abbracci qualsiasi credo purché non quello cristiano (e si badi bene, chi scrive è appassionata di buddhismo, manicheismo e religioni comparate). Una società attenta ai diritti delle donne ma solo se esse vedono la maternità come un fatto trascurabile, una condizione degradante se non cavernicola.

Una società in cui l’attenzione ai bambini passa dalla libertà di cambiare sesso a 15 anni, ma non dal poter trascorrere con la loro mamma il primo anno e mezzo, quello fondamentale per lo sviluppo di un attaccamento sicuro e con esso delle basi dell’autostima.

O che si fa paladina “contro i pregiudizi” eppure nutre il più ideologico di essi: “la cultura è solo di sinistra”, comandamento laico che l’autrice si è sentita ripetere milioni di volte.

Una società senza metafisica (scusatelo è di nuovo il filosofo che è in me) superstiziosa ma senza fede, che educa (ed è legittimo e sacrosanto!) al rispetto di tutte le identità etniche e di culto, ma che per insicurezza e ottusità rinnega la propria.

L’unica superstizione, questo lo concludiamo noi, è allora non sentire e non gioire dell’anima che prende vita dal principio di tutte le cose, e che senza imbarazzo possiamo tornare a chiamare Dio.

 
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