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01 Ottobre 2020

Pubblicato il

Buffett, Barbareschi, Sting: nessuna eredità ai loro figli. E che si arrangino

di Federico Zamboni

Il timore, fondato, è che la ricchezza possa rendere molli e viziati. Ma la contromisura è rozza ed esagera in senso opposto

Nessuna eredità ai propri figli. Oppure, solo una parte più o meno ridotta dei patrimoni miliardari che quei padri così abili sono stati capaci di accumulare.

Una posizione che accomuna personaggi celeberrimi del mondo dell’economia e dello spettacolo. Tra i più drastici, ci sono il super speculatore Warren Buffett, la star della musica Sting e il cuoco Gordon Ramsay. E qui in Italia Luca Barbareschi.

La giustificazione, o la scusa, è che ognuno deve imparare a guadagnarsi da solo i denari con cui vivere. Nelle parole dello stesso Barbareschi, «I figli dei ricchi diventano cretini, ma non sono cretini. Il cervello è un muscolo e va allenato. Se tu non studi non elabori, il cervello s’impigrisce».

Giusto e condivisibile? Non proprio. E quindi, dovendo scegliere da che parte schierarsi, diciamo pure di no.

Qualcosa di vero c’è, naturalmente, ma c’è anche molto, troppo, di schematico. E l’educazione dei figli è un processo talmente complesso e ricco di variabili da essere di per sé agli antipodi di un approccio sommario. Tanto più se si irrigidisce, come in questo caso, su una posizione fissata a priori e mantenuta in maniera immutabile.

Ogni decisione, infatti, dovrebbe scaturire dalle circostanze reali, che per loro natura sono in divenire. E laddove non lo siano, non lo siano più, ci si deve chiedere il perché.

Un perché che comunque, quale che esso sia, attesterebbe il fallimento del percorso educativo.

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Un individuo che non sia più capace di cambiare è un essere ormai sclerotizzato. Ridotto a una vita apparente che anticipa la fissità irrevocabile della morte. Al posto delle esperienze che smuovono l’anima, e sia nel male che nel bene la spingono a interrogarsi sul senso del proprio stare al mondo, un groviglio di abitudini che si ripetono senza produrre domande. Senza più indurre a cercare le risposte.

Quanto di più lontano dal dinamismo auspicato da Barbareschi.

Soldi=potere

La questione va completamente riformulata. Non è l’eredità in sé stessa , a ostacolare la crescita interiore e il rafforzamento del carattere. Semmai, a frenare l’evoluzione o persino a comprometterla, è la certezza che o prima o dopo si arriverà comunque a disporre di un’enorme quantità di denaro.

Di denaro e quindi di potere, sulle cose e purtroppo anche, per molti versi, sulle persone.

Un insegnamento calibrato assai meglio, e ben più proficuo, andrebbe basato proprio su questo aspetto: ogni potere comporta una responsabilità da parte di chi lo detiene. E quanto più cospicuo è il potere, tanto più deve essere ampia, e intensa, la responsabilità.

Analogamente, quei miliardari pseudo etici che credono di aver schivato brillantemente l’eventualità di una prole infrollita dai troppi agi, dovrebbero capire che anche l’educazione dei figli è un potere enorme. Anzi, smisurato. Un potere che esige un’assunzione di responsabilità altrettanto vasta. E forse ancora più assidua, visto che non si tratta di incarichi a termine.

Una carica si può lasciare. Il ruolo di genitori – il compito di genitori – non si esaurisce mai, anche se nel tempo si trasforma in una relazione diversa e più duttile.

Stabilire a priori che l’eredità non verrà trasmessa non è la soluzione del problema. È la sua rimozione.

Un atteggiamento che è diseducativo di per sé: se i figli dovessero acquisirlo come modello di comportamento nelle loro relazioni genitoriali, si atterranno a schemi altrettanto rigidi. E per non correre il rischio di sbagliare, rinunceranno alla sfida di riuscire. Nel timore di perdere, si priveranno della possibile gioia di vincere. E di vincere non già per sé stessi, o per la tutela dei propri averi, ma per l’amore dei propri figli.

Una variante, tra le più terribili, dell’avarizia materiale. 

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