Bergoglio non può dimettersi perché non è il papa: il codice Ratzinger parla chiaro

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Le dimissioni di Bergoglio sono come i Tartari del Deserto di Buzzati. Se ne parla sempre, in tanti le attendono e si preparano, ma non arrivano mai. Del resto, non potrebbero mai arrivare dato che il vescovo Bergoglio non è il papa e quindi non ha alcun ruolo dal quale dimettersi. Così come Benedetto ha semplicemente incrociato le braccia rinunciando – de facto e non de iure – all’esercizio pratico del potere, senza ratificare niente, allo stesso modo Bergoglio potrebbe andarsene dall’oggi al domani senza firmare e dichiarare nulla. E’ il “pontificato d’eccezione” di cui parlava Mons. Gaenswein, citando Carl Schmitt: una situazione dove l’ordine giuridico è sospeso.

Papa Francesco Bergoglio

Può sembrare scioccante, ma quanto affermiamo è scrupolosamente documentato nel libro inchiesta “Codice Ratzinger” ByoBlu 2022, redatto in due anni di indagini svolte attraverso oltre 200 articoli, pubblicato da dieci giorni e già sesto fra i best seller italiani, secondo Mondadori. Dunque, l’unico vero papa è, e resta, Benedetto XVI, autoesiliatosi in sede impedita nel febbraio 2013 e nient’affatto abdicatario. Una volta consapevoli di ciò, non si può che guardare con un mesto sorriso a tutto quel gran daffare che si agita in Vaticano. Bergoglio per il 27 agosto ha previsto un “concistoro” per la creazione di altri 21 nuovi cardinali immaginari.

Bergoglio non può dimettersi perché non è il papa

Torna in mente la battuta con cui papa Benedetto congedò nel 2019 altri ecclesiastici vestiti abusivamente di rosso: “Mi raccomando la fedeltà al papa”, disse, ovviamente senza specificare quale, e tutto il mondo pensò che si riferisse a Bergoglio. Semplicemente esilarante. Come lo è, adesso, tutto il fermento giornalistico sulle prossime “dimissioni” di Francesco. Un balletto che dura da almeno due anni: si dimette, no, non si dimette, quasi, forse sì, forse no, anzi, no.

Fino ad oggi non è stato nient’altro che un diversivo, uno specchietto per le allodole predisposto dal “signore del Pathos” argentino per stornare l’attenzione dall’incalzante Magna Quaestio sulla sua legittimità di cui, oggi, finalmente, si discute in tutto il mondo. Non credetegli. Tali “promesse” sono solo zuccherini, miraggi seducenti, profumi ammaliatori giusto per non lasciare che i tradizional-conservatori facciano un attimo mente locale sull’ormai enciclopedica serie di evidenze che costituisce il Codice Ratzinger, il sistema di comunicazione sottile – certificato da specialisti – con cui il Santo Padre Benedetto XVI ci informa sulla sua situazione di impedimento canonico e sul fatto che quel papa che “è uno solo”, è lui stesso.

Il codice Ratzinger parla chiaro

Così tutti fremono perché Bergoglio annuncia la sua visita a L’Aquila il 28 agosto, in occasione delle celebrazioni della festa della Perdonanza. Si recherà nella basilica che ospita le spoglie di Papa Celestino V, il Pontefice eremita che si dimise dopo cinque mesi nel 1294. I giornali ripetono in coro “così come aveva fatto nel 2009 anche Benedetto XVI prima della sua abdicazione”. Peccato che in Ein Leben, libro intervista di Peter Seewald, (Garzanti 2020) papa Ratzinger avesse messo per iscritto ben altro: “La visita alla tomba di papa Celestino V fu in realtà un evento casuale.

In ogni caso ero ben consapevole del fatto che la situazione di Celestino V era estremamente peculiare e che quindi non poteva IN ALCUN MODO essere invocata come (mio) precedente”.   E perché “in alcun modo”? Nemmeno come co-abdicatario poteva essere citato? Certo che no: mentre Celestino fu colui “che fece per viltade il gran rifiuto”, abdicando e scappando in montagna, Benedetto si è autoesiliato in Vaticano senza lasciare il titolo di papa.

Tuttavia, le presunte dimissioni di Bergoglio, per quanto del tutto improbabili, visto anche l’attaccamento dell’uomo al potere, potrebbero perfino avere un senso, una certa valenza strategica. Accontentare i conservatori facendosi da parte, tentare di far decadere il dibattito sulla sua legittimità e mandare in conclave i suoi falsi cardinali che eleggeranno, ovviamente, un altro antipapa. Ricordate la Declaratio di papa Benedetto? Il prossimo pontefice dovrà essere nominato “da coloro a cui compete”, cioè solo dai veri cardinali di nomina realmente papale, quindi ratzingeriana o, al massimo wojtyliana.

Il munus è rimasto a Benedetto XVI

In questo, i tradizionalisti una cum, cioè legittimisti di Bergoglio, farebbero la parte degli “utili idioti”. Tutti sollevati per la fuoriuscita di Bergoglio, tenterebbero degli accordi con i falsi cardinali per essere poi, ovviamente, gabbati al conclave. Ma quand’anche, per una stranissima evenienza, venisse “eletto” un tradizionalista, o un sant’uomo, questi sarebbe ugualmente un antipapa. Certo: il conclave può essere valido solo se formato da veri cardinali, con tutte le carte in regola, secondo la Costituzione Apostolica di Giovanni Paolo II del 1996. In ottica di fede si potrebbe dire proprio che Domineddio ha fatto scacco matto all’antipapa: non può più muoversi. Potrebbe nominare altri 1000 cardinali, ma sarebbe del tutto inutile. Il munus, l’investitura divina è rimasta a Benedetto XVI. La linea successoria papale è la sua, e spetta solo ai cardinali nominati da lui o da Giovanni Paolo II nominare il prossimo vero papa.

Paradossalmente, esiziale per la successione di Bergoglio è stata proprio la smania di assicurare un suo “figlioccio” nell’usurpazione del trono petrino. Un Maradiaga, un Tagle, o uno Zuppi, o un altro di questi proteiformi ultra-modernisti, magari col nome di Giovanni XXIV, come da lui stesso auspicato. Il nome non è casuale. È il seriale successivo, oltre che al papa del Concilio, da cui partì l’aggressione massonico- modernista alla Chiesa, anche all’antipapa medievale Baldassarre Cossa. Viceversa, se avesse mantenuto i cardinali pre 2013, un conclave alla morte di Benedetto eleggerebbe legittimamente un vero papa.

L’unica soluzione per Bergoglio

L’unica soluzione per Bergoglio sarebbe, quindi, salire sulla macchina del tempo, tornare al 14 marzo 2013, quando appena eletto, si sarebbe dovuto rendere conto che non aveva il munus. Avrebbe dovuto correre da Benedetto e dirgli: “Ma, Santo Padre, cosa abbiamo fatto? Lei non ci ha lasciato il munus, qui è tutto da rifare”. Se avesse avuto questo moto, magari sarebbe stato eletto validamente in una nuova elezione, proprio per il suo gesto nobile e onesto. Ma la brama di potere ha potuto di più e il treno ormai è passato.

L’unico modo per chiudere degnamente questa brutta avventura è, quindi, per il vescovo argentino, la resa totale e incondizionata. Andare a inginocchiarsi davanti al Santo Padre Benedetto, il Vicario di Gesù, chiedere perdono, confessare tutto e passare alla storia come Il Grande Penitente, quell’impossibile “Giuda salvato” che lo ossessiona freudianamente. Potrebbe confermare così a tutti, laici e credenti, l’esistenza di quell’inesorabile Spirito logico di giustizia che anima il mondo e che un miliardo e 285 milioni individuano come il Dio trinitario cristiano-cattolico.