Bar a Roma, bagni a pagamento per i non consumatori: esercenti fissano il costo

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Il nuovo Testo Unico sul Commercio (Tuc) tra pochi giorni sarà pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio e allora i bar, ristoranti, tavole calde e pizzerie di Roma e del Lazio potranno decidere se far pagare l'uso del bagno ai non consumatori. Così hanno deciso alla Pisana dopo un lungo dibattito kafkiano sulla controversa questione.

I bagni pubblici a Roma sono un miraggio, chiusi o in pessime condizioni; sarebbero circa 90, tutti inutilizzabili per mancanza di manutenzione e pulizia. Sette bagni pubblici sono stati riaperti un anno fa, ma sono del tutto insufficienti e non sempre funzonanti. Ai bar e ai ristoranti è "delegata" la funzione dei servizi igienici, spesso con pulizia insufficiente. Questo succede ahimè a Roma, la capitale per eccellenza dell'accoglienza, dell'ospitalità. 

Il testo della norma sancisce che i gestori degli esercizi commerciali sono autorizzati a imporre una specie di “imposta sulla pipì” a condizione che il costo sia esposto in modo chiaro al pubblico. Il nuovo regolamento di Polizia urbana della capitale a proposito dell'utilizzo dei bagni nei locali pubblici afferma che: “E’ fatto obbligo agli esercenti degli esercizi pubblici di consentire l’utilizzo dei servizi igienici a chiunque ne faccia richiesta”. Un'indicazione opposta al nuovo indirizzo approvato dalla Regione. 

Un orientamento, quello del pagamento dell'uso dei servizi igienici, da sempre caldeggiato dalle associazioni di categoria, a difesa di un diritto degli esercenti per i quali la manutenzione del servizio rappresenta comunque un costo. Contrarie, ovviamente, le associazioni dei consumatori.

Per Codacons: “La pipì rientra tra le esigenze fisiche primarie degli essere umani, e vietare l’uso dei bagni in assenza di pagamento potrebbe rappresentare una violenza e una lesione dei diritti fondamentali della persona, oltre ad avere effetti gravi sul fronte sanitario; l’uso dei bagni è compreso nel servizio reso da bar e ristoranti, e non si capisce perché debba essere messo a pagamento. Una nuova tassa a carico di cittadini e turisti che rischia di creare il caos e potrebbe essere impugnata nelle opportune sedi”, sosteneva il presidente Carlo Rienzi, poco prima dell'approvazione della proposta di legge.

Sarà a discrezione degli esercenti commerciali decidere se concedere il bagno per un'esigenza fisiologica a chi non consuma. Il prezzo per fare pipì, potrebbe costare pochi centesimi o una decina di euro, o assai di più. Ad esempio, un bar a piazza Navona, opterà se conformare i prezzi al valore del centro storico, senza alcun limite o no.

Potrà mettere un'insegna ben visibile, "a caratteri cubitali", dove sia indicato il costo del servizio, fissato anche a 100 euro. A Prati, l'identico servizio costerà 10-20 euro e spostandoci in periferia potremmo trovare un bar che farà pagare la sosta al bagno di pochi minuti un paio di euro, magari. Le eccezioni sono previste per i portatori di handicap, i minori e le donne incinte.

Consideriamo il flusso turistico nella Capitale, con 4 milioni di abitanti: più di 10 milioni di turisti l'anno, e aggiungiamo i pendolari. Se fissiamo il costo simbolico del servizio igienico a 1 euro, sarebbero circa 20 milioni di euro l'anno incassati dagli esercenti commerciali, dalle lobby rappresentate dalle associazioni di categoria. E allora questa "tassa sulla pipì", potrebbe diventare una fonte di guadagno importante per i bar e ristoranti capitolini. 

Se la norma, dopo l'approvazione e un periodo di sperimentazione, necessiterà di ritocchi, intanto quando entriamo in un bar e abbiamo bisogno di usare il bagno del locale, occhio ad eventuali cartelli ben esposti con l'indicazione del prezzo del servizio igienico.