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Arrivano migranti ma forse un po’ meno, con il nuovo Patto UE

Farsi carico di individui e popoli extra europei non è affatto un obbligo ma un’opzione. Che va ponderata in base alle possibilità di realizzarla

Barca con migranti

Barca con migranti (© Handout / Reuters via Ndla.zendesk.com)

Un parto difficile e faticoso. E a confermarlo sono sia il lunghissimo iter di esame, che si è protratto per più di dieci anni, sia i dati sulle votazioni finali: maggioranze variabili a seconda dei vari punti e contrapposte a vasti schieramenti che si sono espressi a sfavore.

Migranti e interessi dell’Unione Europea

Del resto, anche in questo campo, il groviglio è quello tipico dell’Unione Europea. Un intreccio di interessi eterogenei o addirittura inconciliabili, che si tende ad addebitare solo agli Stati o alle relative classi politiche. Trascurando, al contrario, gli altri e potentissimi gruppi di pressione che ne condizionano l’operato.

La parola chiave è quindi la solita: compromesso. Una macchinosa mediazione tra istanze diverse, in cui chi ha dei vantaggi fa di tutto per mantenerli. A scapito di chi si trova invece in condizioni subalterne. Con l’aggravante, magari, di subirle a causa di normative alle quali si è aderito in precedenza.

La sottolineatura è tutt’altro che generica, nel caso dell’immigrazione.

In base al Regolamento di Dublino, infatti, la competenza a esaminare la domanda di asilo ricade “su quello Stato che ha svolto un ruolo più significativo in rapporto all’ingresso del richiedente nel territorio dell’UE”. Detto in maniera più spiccia: se arrivano da te, te li tieni tu.

La “competenza” si risolve in una “incombenza”. Senza limiti prestabiliti né di tempo né di quantità. Con un mucchio di oneri. Amministrativi, economici, sociali.

Confini d’Italia, confini dell’Europa

La modifica che viene introdotta ora, ma che insieme alle altre deve ancora pervenire alla ratifica definitiva e comunque entrerà in vigore tra due anni, è solo parziale. E quindi è incompleta. Largamente, colpevolmente incompleta.

Come si legge nel comunicato stampa ufficiale, “Per aiutare i Paesi UE più esposti alle pressioni migratorie, gli altri Stati membri dovranno contribuire e accogliendo una parte dei richiedenti asilo o dei beneficiari di protezione internazionale nel loro territorio, stanziare contributi finanziari o fornire un sostegno tecnico-operativo”.

Chiaro: ogni aiuto non guasta, tanto più per una nazione come la nostra che non è certo nelle condizioni di sobbarcarsi a cuor leggero altri costi e altri aggravi, ma il punto chiave è che non si tratta di dare una mano ai malcapitati di turno, bensì di ripensare la natura e il fondamento dell’assetto attuale.

Il vero obiettivo deve essere superare il principio della responsabilità imperniata sulla collocazione geografica. Un criterio che apparentemente può sembrare oggettivo ma che in realtà è capzioso.

Giorgia Meloni lo riassunse efficacemente nell’ottobre scorso: «Non si può fare solidarietà con i confini degli altri». Pochi giorni prima, a margine dell’incontro a Lampedusa con Ursula von der Leyen, aveva articolato il concetto in maniera più ampia.

«Non considero questa visita un gesto di solidarietà dell’Europa verso l’Italia, ma piuttosto un gesto di responsabilità dell’Europa verso sé stessa. Perché questi sono i confini dell’Italia, ma sono anche i confini dell’Europa».

Un’opzione. Non un obbligo

Poterlo affermare sarebbe magnifico: l’ubriacatura dell’accoglienza a getto continuo è arrivata al termine e la smania rifugista è stata finalmente accantonata.

Purtroppo non è così.

Benché il nuovo “Patto su immigrazione e asilo” metta qualche freno all’eccessivo lassismo che ha imperato finora – con la riforma del Regolamento Eurodac e “la possibilità di identificare in modo più efficace chi arriva sul territorio dell’Ue, aggiungendo le immagini del volto alle impronte digitali, compresi i bambini a partire dai sei anni” – si resta nell’ambito dei palliativi.

Quello che permane indiscusso è il falsissimo presupposto che i più diversi gruppi etnici possano amalgamarsi in breve tempo e in perfetta armonia. Un abbaglio che si perpetua e che impedisce di giungere a quello che ci vorrebbe davvero: un ripensamento molto più profondo e coraggioso.

Un ripensamento che sia anche un’autocritica. Imperniata su un sano realismo e perciò capace, allo stesso tempo, di ripristinare due verità fondamentali. Fondamentali e speculari.

La prima: farsi carico di individui e popoli extra europei non è affatto un obbligo ma un’opzione. Che va ponderata in base alle possibilità concrete, e mutevoli, di realizzarla.

La seconda: il primo e irrinunciabile dovere politico è nei confronti dei cittadini UE. Sia pure senza chiudersi in un egoismo gretto e spietato, la priorità sono le loro condizioni di vita. Tanto nell’immediato quanto in proiezione futura.

Non è cinismo. E se a qualcuno può sembrare tale è solo perché da decenni e decenni gli hanno riempito la testa di una propaganda pseudo solidale. Una narrazione attraente o persino irresistibile per gli ingenui, ma spesso architettata, alimentata, strombazzata da chi ingenuo non lo è per niente.

Gerardo Valentini – presidente Movimento Cantiere Italia