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24 Settembre 2020

Pubblicato il

Arrivano i dollari

Arriva il Recovery Fund e 170 mld per l’Italia ma attenti al Consiglio Europeo

di Mister Wolf

La Commissione europea con il Recovery Fund ha messo sul piatto 750 miliardi tra prestiti e aiuti e oltre 170 dovrebbero andare all'Italia

Recovery Fund, Giuseppe Conte
Recovery Fund, Giuseppe Conte

L’Europa batte un colpo. E’ stato appena presentato il Recovery Fund, l’atteso piano di interventi per fronteggiare la “crisi senza precedenti” generata dal Covid-19. La Commissione europea ha messo sul piatto 750 miliardi tra prestiti e aiuti, oltre 170 dovrebbero andare all’Italia, la quota più alta destinata a un singolo paese.

Recovery Fund ci porta 170 mld

Svolta epocale, storica, senza precedenti. Sono alcuni dei commenti che si leggono in queste ore. E’ vero, nonostante le molte critiche e accuse lanciate all’Europa in queste settimane, alcune peraltro giuste e meritate, la notizia di oggi è che ci troviamo di fronte probabilmente a una data storica, a una rivoluzione, perchè per la prima volta “la solidarietà finanziaria entra a far parte della cultura e del funzionamento dell’Unione, della sua normalità, quando ancora meno di tre settimane fa la Germania rifiutava qualsiasi idea di un indebitamento comune” (Bernard Guetta, la Repubblica, 26 maggio).

Fatta questa premessa e lasciando a commentatori ben più illustri la valutazione della proposta dell’esecutivo europeo, ci sono alcuni punti che vanno subito sottolineati.

I 4 punti che mettono a rischio gli aiuti

1) La proposta ora deve passare il vaglio del Consiglio europeo, il vertice dei capi di Stato e di governo. Dove ci sono quattro paesi (Austria, Danimarca, Olanda, Svezia) che puntano i piedi e non sono affatti disposti alla concessione di sovvenzioni a fondo perduto, semmai a prestiti condizionati a riforme. Paesi frugali, tirchi, spilorci. Sono stati definiti in molte maniere. Sta di fatto che se al prossimo Consiglio, si oppongono alla proposta e bloccano il suo varo, si rischia di far naufragare il futuro dell’Unione. Sarà compito delle diplomazie, nei prossimi giorni, convincere i riottosi ad abbandonare le posizioni di retroguardia e a sposare il progetto. L’Olanda ha già frenato: “Le posizioni sono lontane e questo dossier richiede l’unanimità, quindi i negoziati richiederanno tempo, Difficile pensare che questa proposta potrà essere il risultato finale di quei negoziati”.

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Recovery Fund, attenzione ai codicilli

2) Ripartendo dalla prima doccia fredda olandese, se oggi è il giorno dell’annuncio trionfalistico, non vorremmo che poi seguissero giorni nei quali ci accorgiamo che la proposta ‘storica’ è accompagnata da una serie di codicilli, postille, dettagli che ne sgonfiano il senso ‘rivoluzionario’. Ancor più se tali precisazioni e puntualizzazioni venissero fuori all’indomani del vertice europeo come frutto di mediazioni e risultato di egoismi nazionali.

3) Se la proposta dovesse passare indenne questi e altri innumerevoli ostacoli che si potranno presentare a partire da domani, a quel punto sarà compito dell’Italia utilizzare al meglio tutti gli strumenti che l’Europa in questo periodo ha varato. E non sono pochi. Oltre al Recovery Fund, c’è il programma Sure (100 miliardi) per finanziare la cassa integrazione, la liquidità assicurata dalla Bce per 1.110 miliardi, i finanziamenti per le PMI della Banca europea per gli investimenti (200 miliardi) oltre al ‘famigerato’ Mes (240 miliardi).

La burocrazia, primo nemico del Recovery Fund

4) E sarà bene che il governo italiano trovi e rapidamente una soluzione perché queste risorse non affoghino nelle paludi della nostra burocrazia. Guardate cosa è successo con il decreto Rilancio: non solo un testo corposo (260 articoli) e incomprensibile ai più, ma che rimanda a 98 (!) decreti attuativi. Se il decreto doveva essere una risposta rapida per far fronte all’emergenza, siamo ben lontani da ciò che si attendono cittadini e imprese.

Un’ultima considerazioni sulle denominazioni. Quello che fino ad oggi è stato chiamato Recovery Fund, adattato in italiano in molti e – spesso – oscuri modi, ora è stato ribattezzato “Next Generation EU”. Una soluzione certamente più efficace e diretta, anche evocativa, capace di guardare al futuro di una Europa più unita. Bene. Ma non bastano le formule linguistiche, serve ora la concretezza. Se non vogliamo che Next Generation EU diventi un slogan effimero.

 
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