ULTIM’ORA Garlasco, sanno di chi è: la conferma sul Dna lo inchioda | Adesso è ufficiale
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Il delitto di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, torna prepotentemente sotto i riflettori con una svolta scientifica che rischia di rimettere in discussione anni di pareri, perizie e ricostruzioni giudiziarie. La perita nominata dal Tribunale di Pavia, la biologa forense Denise Albani, ha infatti stabilito che il Dna trovato sotto le unghie della vittima è «compatibile» con quello di Andrea Sempio, un nome già comparso nelle prime fasi dell’indagine ma poi rimasto ai margini. La corrispondenza dell’aplotipo Y, cioè della linea maschile della famiglia Sempio, viene definita «elevatissima». Un risultato che acquisisce oggi un peso nuovo grazie a tecniche che nel 2014 non erano a disposizione degli esperti.
La nuova analisi non solo ha permesso di leggere materiale genetico considerato degradato, ma ha chiarito che il profilo maschile rinvenuto sotto le unghie di Chiara presenta 12 marcatori su 16 coincidenti con la linea paterna dei Sempio. Un dato rilevante, pur non indicando un singolo individuo, che riapre interrogativi rimasti sospesi per anni e inserisce questa traccia biologica in un quadro investigativo già costellato di elementi rimasti inesplorati.
La nuova perizia genetica e il ritorno del nome Sempio
Secondo quanto emerso, Albani ha comunicato formalmente che il materiale genetico prelevato all’epoca del delitto è «pienamente leggibile». Utilizzando metodologie biostatistiche oggi considerate standard internazionali, la perita ha confermato un aplotipo maschile compatibile con quello della famiglia Sempio, come già segnalato anni prima dal consulente della procura Carlo Previderé. All’epoca, però, la lettura era stata giudicata inattendibile dal perito d’appello Francesco De Stefano, mentre il genetista Ugo Ricci, consulente di Alberto Stasi, aveva espresso un parere analogo a quello della Albani, rimasto però senza peso nel processo.
Ora il quadro è diverso. Il Corriere della Sera ha parlato di una «piena concordanza» biostatistica: la compatibilità genetica risulterebbe da 476 a oltre 2.100 volte più probabile se il profilo provenisse dal soggetto identificato all’epoca come CT28112016, cioè Sempio. La perita ha inoltre osservato che in precedenza le prove erano state condotte su campioni non omogenei, mentre nell’ultima sessione — a 5 microlitri — emerge un profilo misto con dodici marcatori interpretabili come un «profilo one shot». Accanto al profilo principale ne comparirebbe uno molto più debole, non definibile, un dettaglio compatibile con la natura complessa dei reperti sottoungueali.
La relazione finale sarà depositata entro il 5 dicembre, prima delle audizioni dei consulenti fissate dal 18. Ma il nome di Andrea Sempio torna così in primo piano insieme a un punto rimasto irrisolto: la reale origine del Dna trovato sotto le unghie di Chiara.

Dna, impronte e telefonate: gli elementi che tornano a pesare
La domanda cruciale è ora una sola: come è finito quel materiale biologico sotto le unghie della vittima? Se in seguito a un contatto diretto durante l’aggressione oppure tramite un trasferimento indiretto, magari da un oggetto toccato in precedenza. Un’incognita che pesa enormemente sul valore da attribuire alla perizia. La risposta potrebbe cambiare il significato probatorio di questa traccia, rendendola un indizio decisivo o un elemento collaterale privo di rilevanza.
La nuova compatibilità genetica si somma però ad altri elementi che negli anni hanno fatto discutere: la cosiddetta impronta 33 sul muro della scala; le telefonate ritenute anomale che Sempio avrebbe fatto alla casa dei Poggi; e la vicenda dello scontrino di Vigevano, considerato alibi ma poi giudicato dagli inquirenti una «bugia». A complicare ulteriormente il quadro rimane anche l’inchiesta per presunta corruzione che coinvolge l’ex pm Mario Venditti, ora al vaglio della Procura di Brescia.
Nell’ombra riaffiora inoltre un dettaglio inquietante: il famoso pizzino scritto dal padre di Sempio, Giuseppe, in cui compariva la frase «Così non può essere indagato per lo stesso motivo il D-N-A». Una frase che all’epoca attirò l’attenzione degli investigatori e che oggi, alla luce delle nuove analisi, torna a interrogare gli inquirenti.
Il caso Poggi, dopo oltre diciotto anni, continua quindi a muoversi tra certezze fragili e nuove ipotesi, in un labirinto investigativo che sembra ricominciare da capo. Ora la parola passerà alla scienza e ai magistrati: sarà la combinazione fra perizia, ricostruzioni e interrogativi a definire quali scenari si apriranno per una delle vicende giudiziarie più complesse e dolorose della cronaca italiana.
