24 Ottobre 2021

Pubblicato il

40 anni fa, il 16 Marzo 1978, le Brigate rosse rapirono Aldo Moro

di Francesco Di Pisa
Moro era un uomo e difendeva la persona prima di tutto. Con la sua morte, finì la Politica nel nostro Paese

Avevo dieci anni quella mattina di Marzo, e come tutte le mattine, andavo a scuola in autobus, solo e sereno. 40 anni fa, il 16 Marzo 1978, le Brigate rosse rapirono l'Onorevole Aldo Moro, l'ultimo grande Statista della nostra Repubblica, checche' se ne dica delle trame politiche e dei commenti postumi che hanno tentato di infangarlo, rendendolo complice della politica oscura e di palazzo della potente DC di quegli anni. I 5 uomini della sua scorta vennero ammazzati da un gruppo di fuoco su cui ancora brillano tanti, troppi dubbi. Vi parteciparono pure uomini dei Servizi Segreti deviati? La macchina coi vetri antiproiettoli era stata richiesta da Moro mesi e mesi prima dell'agguato, ma non era stata mai consegnata. 

Negli anni a seguire tre commissioni parlamentari hanno scandagliato tantissimi dubbi ancora nascosti tra le pieghe processuali. Ma il mistero si è solo e ancor di più infittito di buio. Come Ustica, come l'Italicus, come per tante altre stragi, non sapremo mai la verità vera.

Il corpo ma non l'anima di Aldo Moro fu restituito 55 giorni dopo il rapimento, dentro una Renault 4 rossa, in una strada di Roma a metà distanza esatta tra le le sedi del PCI e della DC. Tutto aveva un senso.

Ricordo anche quel giorno triste, la fine delle speranze, pure per un bimbo come me, che in quegli anni ricordo, veniva portato dal papà ad ascoltare Berlinguer ai comizi sotto Botteghe Oscure. Perché allora si credeva ancora nella politica e non nei giochi di potere.

Di quella morte, lo Stato – ne sono convinto e me ne assumo la piena responsabilità- fu altrettanto colpevole, insieme coi terroristi e i poteri forti stranieri. Un concorso, ignaro ma non solo.

La DC, il PCI furono non solo testimoni di quella strage, ma anche parti interessate

E poi gli USA che temevano che il comunismo illuminato che Moro voleva sdoganare dall'opposizione, coinvolgesse l'Italia. E l'Unione Sovietica che a quel punto, una volta che il PCI fosse salito al Governo senza violenza, non avrebbe allora potuto spiegare agli Ungheresi i carri armati… Troppi gli interessi in gioco. La realtà è che Moro faceva più comodo da morto che da vivo. Si era spinto troppo oltre.

Quelli restano i giorni neri della Repubblica: giorni in cui Cossiga – allora Ministro degli Interni – si dimise per aver fallito, e poi pianse come un vitello sulla tomba dell'amico Moro – che gli aveva chiesto aiuto in tante missive spedite durante la prigionia. Lettere che imploravano una trattativa. Salvarlo, non avrebbe messo in discussione lo Stato e le sue leggi, perché c'era una guerra in atto e la fermezza era solo una maschera vile sul volto dei protagonisti interessati. 

Moro era un uomo, e in base alla nostra Costituzione, difendeva la persona prima di tutto. Con la sua morte, finì la Politica nel nostro Paese.

Non a caso non ho citato Giulio Andreotti in queste poche righe. Un sette volte Presidente del Consiglio, un uomo passato indenne sotto ogni cerchio di fuoco della Repubblica. Un uomo che se ne andò con mille e uno segreti. Un uomo che vedevo ogni mattina che andavo a scuola, sempre e solo, senza scorta. 

 
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