24 Settembre 2021

Pubblicato il

3 Femminicidi in pochi giorni, gli uomini vedono ancora le donne come oggetti da possedere?

di Massimo Benedetti
Femminicidi, cultura del possesso e disumanizzazione della Donna

Neanche il tempo di denunciare l’omicidio di Ada in Sicilia  e quello di Rita a Vicenza, che la cronaca ci racconta dell’ennesimo femminicidio in  un’altra regione d’Italia, questa volta in Lombardia. Una vera mattanza.

Un bollettino da guerra che riempie le pagine della cronaca e che racconta di un problema generalizzato e non circoscrivibile ad un determinato contesto socio-urbano. Dunque che non trova una precisa collocazione territoriale.

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Femminicidi, una vera mattanza

Solo tre giorni fa, Ada Rotini, 46 anni, 2 figli e un marito che la uccide a  Bronte  in provincia di Catania. Il giorno dopo, Rita. 30 anni, uccisa davanti i cancelli dell’azienda dove lavorava in provincia di Vicenza e questa mattina l’ennesimo omicidio ad Agnosine in provincia di Brescia.  Anche stavolta sicuramente ci sarà una fiaccolata a ricordare le vittime. Anche questa volta foto su Facebook e tanti commenti di condanna.
Ma nessuna condanna restituirà più ai figli queste mamme e nessun ricordo potrà mai scongiurare questa drammatica sequenza di violenza. È necessario agire.

Le statistiche parlano di un incremento esponenziale di femminicidi riferibile all’anno 2020 che ha recato con sé un’ascesa senza mai fine e di un trend nel 2021 che sta drammaticamente confermando numeri spaventosi di donne assassinate.

L’8 settembre 2021 Ada Rotini viene uccisa dal marito, i due erano separati da tempo e  avrebbero messo fine, nero su bianco, alla loro relazione nell’ultima udienza in tribunale. Un’udienza che non vedrà mai arrivare Ada, perché il suo carnefice ha deciso di toglierle la libertà di espressione e la libertà di vivere come desiderava.


Dietro lo stesso contesto relazionale, matura l’omicidio di Rita, freddata da una scarica di colpi di pistola dall’ex marito 61enne, arrestato dopo una fuga di due giorni.

Stesso scenario relazionale dietro il drammatico episodio di stamattina, dove un uomo accoltella l’ex moglie sulle scale dell’abitazione davanti ai figli, dopo una separazione avvenuta circa un mese fa.

Cosa sta succedendo?

Rivolgendo lo sguardo verso il contesto sociale e giurisdizionale, percepiamo una totale inefficienza del sistema cautelativo e  preventivo nei confronti di queste donne. Donne coraggiose ma prive di strumenti per proteggersi dai loro ex mariti o compagni.

Strumenti che forse ad oggi neanche lo stato possiede. Lasciare che il numero delle vittime salga, e che alla lista si aggiunga anche un solo nome, non è più tollerabile. Assistiamo ad un esercito di cadute.

Assiste un intero paese a questo impietoso bollettino, ma assistere pone solo in una posizione di osservatore passivo. Occorre invece prendere parte attiva, occorre un’azione tempestiva.  

Da dove partire?

L’attuale contesto normativo non è in grado di garantire alla donna che denuncia la piena serenità e sicurezza. Spesso l’azione burocratica di accogliere la denuncia è l’unico reale compito che le procure riescono ad assolvere.

Nella pratica la donna che subisce minacce non vede una concreta azione nei confronti del denunciato, se non negli sporadici controlli che il personale di pubblica sicurezza riesce a fare. D’altronde mettere sotto scorta tutte coloro che denunciano violenze o minacce sarebbe improponibile. Servirebbe un vero e proprio esercito.

Sul versante opposto sappiamo bene che non si può limitare la libertà personale solo sulla base di una denuncia. Servono verifiche e prove concrete, serve accertare. Ecco allora che tutto si complica, tutto diviene difficile e lo stato resta impantanato dentro i suoi stessi meccanismi. Un pantano del  quale la politica fa finta di non accorgersi, limitandosi a qualche commento retorico per poi voltarsi dall’altra parte.

Solo il Volontariato offre un aiuto valido e concreto


Unica istituzione a scendere davvero in soccorso, è ancora una volta quella del volontariato. Nel possibile delle loro forze e competenze, le uniche a far qualcosa quando chiamate, sono proprio le organizzazioni di donne che si prestano nel supportare e proteggere tutte coloro che bussano ai loro centri.
Non basta, e lo vediamo.
Il buco normativo deve essere colmato. Come colmato, dev’essere il vuoto culturale dentro il quale questo genere di episodi prendono vita. La società, tutta, su questo punto si deve sentire tirata in ballo, perché è proprio all’interno di essa che prendono forza e si strutturano le perverse concezioni relazionali e di coppia.

Femminicidi e la moderna cultura del possesso

Insita nella società moderna è la cultura del possesso, tanto che l’idea è quella di poter AVERE la donna, più che di poter ESSERE con la donna.

Questo rapporto di dominio inevitabilmente finisce con il contagiare anche il legame di affetto che viene vissuto attraverso il controllo e la supremazia, relegando la donna ad un ruolo di astante subordinazione.

Le spiegazioni sono molte e tutte attendibili.

Esse spaziano dal momento storico in cui la donna finalmente trova una sua emancipazione, a quelle dello zoccolo duro di un maschilismo e di una cultura patriarcale ancora “troppo” viva e mai del tutto superata. Ce lo conferma la  psicologia evoluzionistica quando afferma che  la specie reca con sé molti cambiamenti ma anche molti punti stabili nel tempo. 


Ma non possiamo esimerci da una responsabilità che appartiene esclusivamente alla modernità. Una modernità che come mai nella storia, vede l’uomo assoggettarsi al fascino perverso del possedere.

Un uomo che solo attraverso il possedere riesce ad autodefinirsi e a relazionarsi con gli altri, che solo attraverso l’ostentazione del bene può essere riconosciuto e quindi sentirsi accettato.

Quando ci si ribella come donna, l’uomo perde il potere,  perde il proprio riconoscimento, il proprio status e l’unica cosa che gli resta  è negare che la donna come “bene”, come “oggetto” possa divenire proprietà dell’altro. E’ forse in questa perversa equazione mentale che si attua la disumanizzazione della donna, trasformando la stessa in merce e per tale risultanza si è pronti a distruggerla. Un po’ come avviene  nei sequestri dei beni ai trafficanti o alle coste mafiose. Vengono deturpati, vandalizzati e in alcuni casi distrutti in modo che nessun altro ne possa godere. Uno studio di Whitehurst, conferma questo tipo di dinamica psicologica. I mariti intervistati, rei di atti di violenza nei confronti delle proprie consorti, hanno riferito di essere frustrati dalla perdita di potere e di gestione delle mogli […] (Whitehurst, 1971). 

Femminicidi, l’educazione emotiva come strumento di prevenzione


Tuttavia serve agire, servono strumenti di controllo e prevenzione. Serve partire da una “psicoeducazione” nelle scuole, negli ambienti di lavoro e in ogni altra istituzione.

Servono nuove leggi e nuovi modelli applicativi di sorveglianza, come serve una immediata valutazione dello stato psicologico del violento già alla prima denuncia o al primo maltrattamento, che sia questo fisico o psicologico.

La forza pubblica non può da sola garantire un buon livello di prevenzione e sicurezza e per questo c’è urgente bisogno di una nuova visione del problema che veda diverse organizzazione in stretta collaborazione fra loro. Serve un modello giuridico nuovo che si interfacci con quello sanitario e della forza pubblica  e che sia in grado di valutare ed eventualmente scongiurare la reiterazione o il compimento della violenza. Un approccio multidisciplinare che deve vedere la politica portatrice di nuove istanze e importanti investimenti.
I nomi delle donne scorrono davanti agli occhi dei lettori, si ricordano con un fiore, con una fiaccolata. Ma il ricordo lascia sempre l’amaro in bocca per ciò che, anche questa volta, avremmo potuto fare e non abbiamo fatto.

E intanto oggi probabilmente un’altra donna sarà  accoltellata e  domani  ce ne sarà un’altra strangolata. E sempre per mano di un uomo che nessuno a fermato!

In collaborazione  con la 
Dott.ssa Mary Meringolo 

 
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