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22 Settembre 2020

Pubblicato il

Tommasi ha raccontato gli ultras a Roma Tre

di Redazione

All'incontro erano presenti anche Francesco Caremani e Massimo Solani

Grazie all’Ufficio Iniziative Sportive di Roma Tre, ieri si è svolto l’incontro tra Damiano Tommasi, attualmente Presidente di AssoCalciatori, e gli studenti dell’Ateneo, presso il Dipartimento di Giurisprudenza.

Presenti all’incontro, anche Francesco Caremani, storico dell’Heysel e autore del libro sulla strage del 1985, Massimo Solani, giornalista del quotidiano L’Unità e Diego Mariottini, in qualità di rappresentate dell’Ufficio Sport di Roma Tre.
A moderare l’incontro, Massimo Filipponi.

Quando si parla di calcio, e quando a parlarne è un ex Campione d’Italia, il successo è garantito, e la partecipazione assicurata.
Non c’era un posto vuoto, ieri, nella Sala delle Lauree, dove l’incontro si è svolto.

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Un puntualissimo Damiano Tommasi è stato accolto da un fragoroso applauso di tutti quelli che erano presenti. Un applauso non solo per tutti i chilometri percorsi in campo, ma anche per la persona.
Perché Damiano Tommasi non sarà ricordato solo come calciatore, ma soprattutto come Uomo.

Gli interventi dei tre si sono susseguiti l’un l’altro, in uno scambio di opinioni che hanno acceso l’interesse dei presenti. Perché il tema degli Ultras è più che mai attuale, tra violenze negli stadi e disordini nelle città.

Come ci ha spiegato Massimo Solani, anche se il tifo organizzato a Roma ha origine negli anni ’30 – ma allora non si poteva parlare di Ultras – il fenomeno degli Ultras come lo conosciamo noi oggi, viene trapiantato in Italia intorno agli anni ’60. Il primo gruppo è nato a Milano, e da lì in poi si è espanso a macchia d’olio.
Il modello di riferimento per lo sviluppo del fenomeno degli Ultras è quello inglese.
La differenza tra il modello inglese e quello italiano, però, è notevole.
“In Inghilterra – ha spiegato Solani – le tifoserie non sono politicizzate, e non sfoderano bandiere, manifesti, striscioni. In Italia, invece, sì”.

DAMIANO TOMMASI – “Il rapporto tra calciatore e tifoso è il secondo passo. Il primo, è trovare la definizione di tifoso”, ha dichiarato l’ex numero 17 della Roma.
“Bisogna esaltare lo spettacolo – ha aggiunto – Purtroppo, soprattutto in Italia, lo stadio è considerato come un luogo in cui è permesso sfogare la propria passione sportiva, chiamiamola così, in un modo che va decisamente oltre le regole”.

E il calciatore in tutto questo? Secondo Damiano Tommasi, “è in bilico tra l’impegno sportivo e la voglia di esultare quando ha fatto gol”, perché potrebbero verificarsi eventi spiacevoli “dai quali – ha proseguito – bisogna prendere le distanze. Ci sono molti modi di dimostrare tifo e passione. E non bisogna dimenticarsi che anche il calcio può essere un veicolo di messaggi positivi”.

Ma il problema, a ben vedere, è anche di ordine pubblico.
“C’è tutta una questione di ordine pubblico e sicurezza, ma non solo per quanto riguarda gli stadi, ma anche riguardo scuole e ospedali, ad esempio”, ha continuato.

Per concludere il suo discorso di apertura all’incontro, Damiano Tommasi ha osservato che spesso l’ ‘ira’ del tifoso è scatenata da un senso di rabbia verso l’inadempienza del tal calciatore.
“Bisogna ricordarsi – ha concluso – che lo stipendio dei calciatori viene stabilito con una trattativa privata tra società. C’è la percezione che il calciatore sia un dipendente pubblico, solo perché c’è qualcuno che paga l’abbonamento. Ma pagarlo è una scelta. Spesso si dice che questi sono effetti collaterali del mestiere di calciatore. Ma non è così, tutti i comportamenti sbagliati sono frutto di una devianza della cultura sportiva”.

FRANCESCO CAREMANI – “Era il 1985”.
Il suo discorso, Caremani, giornalista aretino, lo apre così.
Perché, come ha precisato, alla vicenda dell’Heysel, lui ci è legato particolarmente. Quel giorno ha perso due persone. E molti altre famiglie italiane hanno perso figli, padri, mogli.

Nel 1985, il 29 maggio, si disputava la finale della Coppa dei Campioni. A scontrarsi in campo, la Juventus e il Liverpool.
Era un evento clamoroso, unico.
“Avevo fatto un patto con mio padre – ha raccontato Caremani – se fossi passato a giugno, come premio avrei ottenuto di andare a vedere la finale. Ma poi, a giugno, mi hanno bocciato”.

Il problema, quel 29 maggio 1985, era l’inadeguatezza della struttura che ospitava le due squadre: lo stadio era in ristrutturazione, quindi lì accanto c’era un cantiere aperto, con tutte le masserizie del caso.
“In più – ha proseguito Caremani – c’era la famosa curva Zeta. Quella che doveva essere una zona franca. Invece, in Italia qualcuno quei biglietti li aveva venduti, e lì c’erano i tifosi che non appartenevano agli Ultras”.

Ad un certo punto, gli Hooligans si armano delle masserizie presenti nel cantiere, e inizia lo scontro.
Paradossalmente, tutti quelli che tentavano di scappare, sono stati bastonati dalla polizia.
“E sapete perché? Perché l’UEFA aveva dettato ordini precisi: ‘state attenti ai tifosi juventini, che gli italiani hanno il vizio di invadere il campo. Quindi agite di conseguenza’. E invece a scappare e a invadere il campo, erano dei poveracci che volevano salvarsi. Oltretutto – ha continuato – a sorvegliare i tifosi della curva Zeta c’erano solo 6 poliziotti”.

La partita che è stata disputata, poi, per Caremani non ha avuto senso.
“Sarebbe stato meraviglioso che la Juventus prendesse quella coppa e la restituisse. E invece non è andata così. Secondo me quella partita non andava giocata, ma mi rendo conto che far rimanere i calciatori in campo, è stata l’unica decisione opportuna di tutta l’organizzazione della finale. In quel modo, i tifosi Ultras sono rimasti nello stadio, mentre tutti gli altri sono scappati”.

Quello che è successo dopo, lo sanno tutti.
Il padre di una delle vittime della tragedia dell’Heysel e un avvocato italo-belga, da soli, hanno citato in appello l’UEFA, che poi viene definitivamente condannata in Cassazione.

“Quella dell’Heysel è stata una lezione per tutti – ha dichiarato – Per l’UEFA innanzitutto, per il Liverpool, squalificato per 5 anni dalla Coppa dei Campioni, anche. Solo l’Italia non ha mai imparato la lezione”.

Oggi il calcio è concepito come una guerra per bande dove i morti diventano sassi da tirarsi l’uno contro l’altro”, ha concluso.

MASSIMO SOLANI – “Chi sono gli Ultras?”
Questa la domanda di Massimo Solani, ieri, durante l’incontro.
“Perché si parla degli Ultras come fossero marziani calati sugli spalti degli stadi. E invece l’Ultras è una persona comune. Gli Ultras vivono il calcio 7 giorni su 7, non solo la domenica, ma lo fanno in modo diverso dagli altri”.

Quando si parla degli Ultras, tutti noi ci scontriamo con dei preconcetti.
Così la pensa Solani che, sostiene, è l’atteggiamento più sbagliato per affrontare il problema.
Per giungere a una soluzione, bisogna capire e prevenire, non reprime e arginare”.

Quella degli Ultras è definita da Massimo Solani come un “sub-cultura”.
Ma non nel senso di una cultura bassa, ma di “una cultura di nicchia”, ha precisato il giornalista.
Quello degli Ultras, quindi, non è un fenomeno da stadio, ma “una questione di mentalità. È un fenomeno sociale. Lo scontro con l’avversario, è radicato in questo tipo di cultura”.

E da quando le esigenze di ordine pubblico allarmano gli stadi, e da quando i poliziotti si frappongono alle tifoserie avversarie, il nemico non è più il capo Ultras dell’altra squadra. Il nemico, ora, è comune, ed è la polizia.
L’origine degli scontri tra Ultras e Forze dell’Ordine, è individuabile nell’evento della morte di Vincenzo Spagnolo.

“La malagestione degli stadi, inasprisce lo scontro tra tifosi e poliziotti. Prendiamo ad esempio la tessera del tifoso. Gli Ultras sono del tutto contrari alla tessera; e la tessera rappresenta l’autorità. Che è, a sua volta, rappresentata dalla legge; che è, a sua volta, rappresentata dalla Polizia”.
E questo è ancora più evidente se si prendono in considerazione gli episodi del G8 e quelli successivi all’omicidio di Gabriele Sandri.

C’è un dato sempre riscontrabile, secondo Solani: “l’aumento della tensione è andato di pari passo con la repressione”.
“E’ giusto lasciare fuori dagli stadi chi non tiene in considerazione lo spettacolo sportivo – ha concluso – Ma adeguare gli stadi alle norme, non basterà a combattere il fenomeno. È una reale necessità o è solo speculazione edilizia? Il fenomeno, sarà combattuto solo quando sarà compreso e prevenuto”.

 
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