Termini, 184 mila euro spariti e 21 in divisa indagati: la stazione che tradisce la fiducia
Roma Termini, furti alla Coin: 21 divise indagate e 44 persone sotto inchiesta. Ammanco 184mila euro, 90 episodi in pochi mesi
A Termini ci passi per partire, per tornare, per inseguire un orario. È un posto che ti guarda senza fermarsi: scale mobili, annunci, trolley, turisti con la mappa e romani che corrono. Eppure, dentro quel flusso, l’inchiesta su una serie di furti alla Coin di via Giolitti apre una scena quasi surreale: buste preparate, merce “messa da parte”, dispositivi anti-taccheggio rimossi, consegne rapide quando compaiono carabinieri e poliziotti. La Procura di Roma ipotizza furto aggravato: gli indagati sono 44, di cui 21 appartenenti alle forze dell’ordine.
Il negozio di via Giolitti dentro Termini: il luogo e il paradosso
Il punto vendita Coin non è un negozio qualunque. È dentro un hub cittadino, in uno spazio dove la sicurezza è parte del paesaggio: pattuglie, controlli, presenza costante della Polfer. Proprio questa normalità rende la vicenda difficile da digerire. Perché se l’ipotesi regge, il problema non è soltanto la sottrazione di merce: è l’idea di un confine che si confonde, di una routine che diventa abitudine anche quando dovrebbe fermarsi davanti a un dovere.
L’ammanco da 184 mila euro: la spia che accende l’allarme
Tutto parte da un numero: 184 mila euro di merce mancante, emersa con l’inventario. Percentuali fuori scala rispetto a quelle considerate “normali” nel settore, tanto da far scattare la decisione più drastica: guardare, registrare, ricostruire. Da lì, telecamere e verifiche avrebbero portato a individuare un metodo ripetuto, capace di accumulare piccoli prelievi fino a un “buco” enorme.
La cassiera indicata come perno: merce accantonata e buste pronte
La ricostruzione pubblicata parla di una cassiera come fulcro operativo: merce selezionata, nascosta in un armadio o in un locale vicino, placche anti-taccheggio tolte, buste predisposte. A quel punto, la consegna. Non un film, non una rapina, ma un gesto “semplice” che proprio per questo, ripetuto, diventa devastante. E qui scatta una domanda che a Roma rimbalza veloce: com’è possibile che accada in un posto dove tutti guardano tutti?
Novanta episodi in pochi mesi: la città dei dettagli che nessuno nota
I casi contestati sarebbero circa 90, concentrati in tre o quattro mesi. Il dato spiega il resto: tante volte, importi contenuti, un ritmo regolare. In una stazione come Termini, dove ogni giorno succedono mille cose, le piccole anomalie rischiano di diventare invisibili. Finché non arriva l’inventario, finché non arrivano i filmati, finché non arriva un fascicolo.
Ventuno divise indagate: Polfer e Arma, gradi e uffici
Fra gli indagati figurano 9 poliziotti (inclusi profili Polfer) e 12 carabinieri in servizio nello scalo. È doveroso ricordare che l’indagine non equivale a colpevolezza e che ogni posizione sarà valutata. Ma, per chi vive Roma, il colpo è emotivo prima ancora che giudiziario: Termini è un posto dove cerchi protezione quando ti senti perso, non un luogo da cui difenderti anche se hai davanti un distintivo.
Cosa resta adesso: fiducia, controlli, risposte concrete
In città c’è chi generalizza e chi, al contrario, pretende di non vedere. La verità sta altrove: nella necessità di controlli interni seri, di protocolli chiari, di reazioni disciplinari tempestive se i fatti saranno confermati. Perché Roma non ha bisogno di crociate, ha bisogno di regole che funzionano. Termini, più di ogni altro luogo, non può permettersi ambiguità: lì passa la città intera, e ogni episodio diventa racconto collettivo.
