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29 Settembre 2020

Pubblicato il

S’io fossi Mattarella, come non son né fui… questa sera parlerei così

di Federico Zamboni

Ipotetico discorso di fine anno del presidente della Repubblica. Ovviamente finto: e quindi, finalmente, strapieno di cose vere

Egregi concittadini, mettetevi comodi e tenetevi forte. Quello che ho da dire non sarà rassicurante, proprio per niente, ed è giusto che lo sappiate da subito. Se state a sentire, bene. Se non gradite, vi meritate quello che succede. Dal governo in giù.

Come vedete, salto a piè pari i salamelecchi di prammatica. Benvenuto incluso. Benvenuti a cosa, infatti? Al riepilogo dei disastri nazionali?

Lasciamo perdere.

Da qui in poi faremo l’esatto contrario di ciò che viene fatto di solito. Al posto dell’intruglio abituale (un po’ pensoso, un po’ problematico, un po’ speranzoso, del tutto ingannevole) un discorso senza fronzoli. Che non pretende di svelare chissà quali segreti, quanto alle singole vicende, ma che mira ad aggiungerci un elemento decisivo: tirare le somme.

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Rifletteteci un momento. Di notizie sparse siamo sommersi e ci aggiornano su questo e su quello a tutte le ore del giorno e della notte. Come amano dire, per infiocchettare il pacco, l’informazione “in tempo reale”. Poi, però, al cuore del problema non si arriva praticamente mai. E infatti cambia ben poco. Per non dire nulla.

Volete un esempio?

Eccolo qua: Greta Thunberg. E quindi il problema ambientale. Lei è diventata iper famosa, gira per il mondo come se fosse un genio che ha scoperto delle verità sconosciute, la invitano di qua e di là, la ascoltano riverenti… e continuano imperterriti.

Volete un altro esempio che sia più di casa nostra?

Pronti.

Parliamo del lavoro. Ossia delle norme che lo regolano. E che dovrebbero tutelarlo. Negli ultimi decenni si è fatto di tutto per ridurre le garanzie preesistenti, rendendo la precarietà la regola e la stabilità una via di mezzo tra la conquista, la concessione e il privilegio. Essere bravi o bravissimi non garantisce nulla. Essere “schiavissimi” serve già un po’ di più, ma nemmeno sempre. Spremuto a fondo uno, avanti un altro. Contratti interinali, sai com’è. Flessibilità, ci mancherebbe. Competizione globale, evviva.  

Mica sono processi che si sono impiantati in una notte. O a causa di una momentanea, accidentale, perdonabile distrazione della classe politica nel suo insieme.

Manco per idea. Sono cambiamenti strutturali. E quindi strategici. Attuati con il sostanziale avallo dei partiti maggiori e dei sindacati storici.

E cosa ti vengono ad annunciare, poche settimane fa, Landini e Zingaretti e Conte? “Una grande alleanza per il lavoro”, citando il titolo – il titolone – di Repubblica.

Eh.

Prima, invece, dove stavano? Dove guardavano? A cosa miravano? Togliamo Conte, che in effetti si occupava d’altro, ma la Cgil e il PD-DS-PDS sono sulla scena da decenni. E c’erano, appunto, mentre si affermavano i cambiamenti, i peggioramenti, di cui sopra.

La cosa giusta, il minimo sindacale, sarebbe stato scusarsi. In via preliminare. A mo’ di premessa: perdonateci – lavoratrici e lavoratori,  disoccupate e disoccupati, vecchie e nuove generazioni – perché abbiamo fatto un mucchio di errori, per non dire di porcherie, ma adesso ci siamo finalmente ravveduti e cambieremo direzione.

Invece, e come al solito, un tubo di nulla.

Il passato non esiste. C’è sempre un nuovo inizio. Una nuova promessa. Una nuova messinscena.

E allora, egregi concittadini, almeno stasera – alla vigilia non solo del nuovo anno ma anche di un nuovo decennio – bisogna che ci diciamo le cose con la massima franchezza.

Altro che errori e sviste e disattenzioni. Le classi dirigenti hanno strategie precise e le perseguono. A breve, a medio, a lungo e a lunghissimo termine. A proprio vantaggio. E quindi, fatalmente, a svantaggio di tutti gli altri.

Sono certo che lo immaginiate: potrei proseguire ancora per chissà quanto tempo, con esempi e analisi e j’accuse. Ma non intendo abusare della vostra pazienza e perciò mi fermo qui.

Con un ultimo invito: domani, o in un giorno successivo, andate a rileggere o a riascoltare i discorsi di fine anno degli anni passati. Valutateli a freddo. Sulla base di quanto è accaduto in seguito.

Può darsi che comprenderete, una volta per tutte, che degli auspici che non vanno mai a buon fine non sono delle speranze in buona fede che purtroppo non si sono realizzate.

Sono delle prese per…

CI SCUSIAMO PER L’INTERRUZIONE

LA TRASMISSIONE VERRÀ RIPRESA

APPENA POSSIBILE

Governo, il Premier Conte e la conferenza di fine (d)anno

Gaia e Camilla: il ributtante “buon senso” di chi auspica una gioventù prudente

 

 
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