Nel nuovo appuntamento del podcast Angeli, che sarà possibile seguire nella puntata integrale, mercoledì prossimo 1 aprile dalle ore 19, Francesco Vergovich incontra Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura di Roma Capitale, docente universitario e autore del romanzo Il legame covalente, pubblicato da Mondadori. Ne nasce una conversazione intensa, personale e ricca di passaggi di grande forza emotiva: il senso dei legami, la memoria, il dolore, il rapporto con i figli, la solitudine contemporanea, il ruolo della cultura e la visione di Roma come grande spazio pubblico da restituire ai cittadini.
Francesco Vergovich: Oggi ad Angeli incontriamo una voce che unisce scrittura e impegno pubblico, riflessione intima e visione collettiva. Con noi c’è Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura di Roma Capitale. Da ottobre del 2024 è professore associato di pedagogia speciale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre. È stato europarlamentare, coordinatore della commissione per la cultura e l’istruzione del Parlamento europeo, vicepresidente della Regione Lazio e deputato per due legislature. Ed è anche autore del romanzo Il legame covalente, pubblicato da Mondadori.

Un romanzo, questo, che non racconta solo una storia, ma attraversa il dolore, la memoria, il senso dei legami umani con una profondità rara. C’è poi una nota che sento molto mia: quando un legame come questo si spezza, non perdiamo soltanto qualcuno, ma anche una parte di noi. Una parte di noi va via.
Poi, per fortuna, la nostra memoria, che è limitata, e il senso dell’umano che ci spinge ad andare avanti, ci fanno vivere ancora. C’è una cosa che resta dopo aver letto questo romanzo, e lo diciamo subito: noi parleremo del romanzo, parleremo naturalmente anche di una visione che tu hai da assessore alla Cultura. Siamo a Roma, non in un piccolo borgo, per quanto affascinante, italiano.
Siamo a Roma, quindi è chiaro che Roma abbondi di iniziative culturali ed è altrettanto vero che aleggi la tua visione, il tuo progetto culturale e mi farebbe piacere parlarne con te ma vorrei prima tornare al romanzo. C’è forse una cosa su tutte che resta dopo averlo letto: non siamo fatti per stare da soli.
Massimiliano Smeriglio: Sì, questa è un po’ l’intuizione anche del titolo, un titolo un po’ aristocratico, un po’ complicato, ma in realtà è la sintesi del tutto. Il legame covalente, in chimica, è il legame dell’equilibrio. Il protagonista è un professore di chimica e legge tutta la realtà utilizzando gli elementi composti, la tavola periodica. Dice appunto che non siamo fatti per stare da soli e abbiamo necessità della relazione.
Lui racconta questo straordinario rapporto d’amore con la moglie, una grande storia durata oltre trent’anni. La ricorda e la racconta come un amore costruito nel tempo, ordinato, ordinario, fatto di interni familiari, di condomini, di piccole cose e dell’equilibrio che viene dal legame. Quindi il legame covalente ci dimostra anche scientificamente che tutti noi dobbiamo cercare l’altro per trovare il meglio di noi e la migliore relazione possibile.
Francesco Vergovich: Un romanzo profondo, che merita una lettura attenta, parte da una domanda molto potente: cosa resta alla fine?
Massimiliano Smeriglio: Quando gli anni cominciano ad accumularsi e prevedibilmente quelli che abbiamo alle spalle sono di più di quelli che abbiamo davanti, ognuno di noi si fa domande importanti. “Cosa resta di noi?” è una domanda importante. Per lui lo è nello specifico, dovendo gestire prima una malattia terribile, poi la morte e poi l’elaborazione del lutto.
E deve farlo da solo, perché fondamentalmente è una famiglia nucleare con poche relazioni. È anche un po’ un manifesto dei tempi contemporanei, cioè la solitudine, la frammentazione sociale. Lui si domanda cosa resta. Non ha paura di morire o di perdersi, ha paura di perdere la memoria e dunque la nostalgia e il ricordo di quella relazione. Quest’uomo, che in una fase centrale della storia si perde tra depressione, barbonismo, alcool e gratta e vinci, vive per ricordare quei trent’anni d’amore.
Non è un libro sulla morte, è un libro sull’amore, sulla vita, sulla forza e la pervicacia della vita. Quindi non è un libro sulla morte, ma il contrario: come riaffermare la parte di noi che resta in vita senza dimenticare quella che è andata.
Francesco Vergovich: Mio padre, alla morte di mia madre, aveva un grosso cruccio. Il primo era di averla persa naturalmente, ma il cruccio più forte era temere un giorno di dimenticarla.
Massimiliano Smeriglio: Vero. Il romanzo è una storia di finzione, ma ho letto molto, molti diari di persone che hanno accompagnato alla fine dell’esistenza i propri cari. Questo diventa un tema reale quando ci si avvicina a un’età importante. Quest’uomo è sopra i sessant’anni, avrebbe immaginato la pensione, la parte finale dell’esistenza insieme alla moglie, tutti i viaggi rimandati, tutte le cose che si dovevano fare e non si sono fatte.
Alla fine questa cosa si spezza, quindi vuole tenere dentro di sé il calore di questo ricordo. Interrogando persone che hanno avuto vite simili, questo ritorna sempre: cosa resta? Resta il ricordo, soprattutto nelle persone che hanno voluto bene alla persona che è andata. Quindi resta la memoria di quella persona nel compagno, nella compagna, nei figli, nei parenti, negli amici.
Questo è un bene preziosissimo, un po’ alla Foscolo: l’idea che noi esistiamo finché qualcuno ci ricorderà.
Francesco Vergovich: Vorrei parlare anche della scrittura. Una scrittura molto trattenuta, mai retorica. Raccontare un dolore così profondo senza cadere nella tentazione di spiegare troppo.
Massimiliano Smeriglio: Ti ringrazio perché Céline diceva che un libro è una storia, ma è soprattutto la sua scrittura. Tutti noi possiamo raccontare storie, la differenza sta nella qualità della scrittura. In questo caso in maniera particolare, perché parliamo di fine vita, di amore, di morte, di vita, di cadute e di rinascite.
Il rischio di essere paternalisti o moralisti c’era tutto. Ho cercato di rimanere sul limite del pudore. Quando uno scrive entra dentro queste storie. Ho cercato una cifra che appartenesse a me stesso: il pudore, il limite con cui raccontare queste cose, senza insistere troppo, senza cercare l’applauso smodato.
Francesco Vergovich: Parliamo anche del modo di amare. Il rapporto del protagonista con la moglie è raccontato con un legame silenzioso, fatto di gesti più che di parole. Secondo te oggi siamo ancora capaci di questo tipo di amore?
Massimiliano Smeriglio: Io penso di sì. Semmai il rischio è l’opposto: loro, per tutelare questa bolla di armonia, si isolano molto dal mondo. È un interno che funziona per trent’anni. Penso che l’equilibrio giusto sia investire nella relazione con l’altro, che è una gran bella cosa, e magari isolarsi un po’ meno dei protagonisti del mio libro. Si può vivere nel mondo e mantenere un rapporto d’amore intimo, positivo.
Francesco Vergovich: Arriva la malattia e cambia tutto, non solo la vita ma anche il modo di guardare il mondo. Da uomo e da scrittore, cosa ti ha insegnato attraversare la dimensione della malattia e del dolore?
Massimiliano Smeriglio: Ognuno di noi ci mette delle parti di vita. Io sono stato cresciuto dai miei nonni, che però erano molto giovani. Mia nonna, quando io sono nato, aveva 35 anni. Per vicende che racconto nell’altro mio libro, Mio padre non mi ha insegnato niente, che è la storia molto biografica di una famiglia altamente disfunzionale, questa invece è una storia di una famiglia che funziona.
La malattia è terrificante. Mia nonna è morta molto giovane, colpita da una leucemia fulminante. Ed è terrificante per il senso della perdita, ma anche per il dover accompagnare quel dolore. Se sei un familiare prossimo, assistere alla degenerazione del corpo, al dolore, alla perdita di lucidità delle persone che amiamo è davvero una cosa molto forte. Ho provato a traslare in una storia di finzione un sentimento che ho provato e che ti lascia un segno profondissimo.
Francesco Vergovich: Secondo te è nella malattia che si misura un legame?
Massimiliano Smeriglio: Non necessariamente. C’è una terza protagonista che è la figlia Beatrice, che ovviamente ama la mamma e il papà, ma fa una scelta del tutto opposta: si sottrae, rimuove. Non giudico le modalità. C’è un uomo che sceglie di immolarsi a questa causa fatta di fatica, tempo, farmacie, medicinali, ospedali, pulizie fisiche, accudimento psicologico.
Mentre la figlia fa una scelta forse più fragile, quella di mettersi a distanza, anche fisica. Quindi direi che è un’opportunità paradossale, ma non è che se uno non la coglie allora quel legame non aveva un significato profondo.
Francesco Vergovich: Il libro suggerisce che il dolore abbia bisogno di un colpevole. È una necessità della psiche trovare una responsabilità in quello che è accaduto?
Massimiliano Smeriglio: Purtroppo è un fatto del tutto umano. Quando ci capitano cose incomprensibili, chi è dotato di fede si affida alla fede e la fede aiuta molto, ma in generale facciamo una gran fatica a razionalizzare la perdita. In questo caso lui pensa che quella leucemia non dipenda dal caso o dal destino, ma dalle condizioni di lavoro della moglie, che lavorava in un laboratorio di analisi. E quindi cerca di garantirsi un nemico, un responsabile. Questo meccanismo della costruzione del nemico è un tema molto in voga ai giorni nostri.
Francesco Vergovich: Anche il rapporto con la figlia è uno dei punti più dolorosi del romanzo. A volte il dolore invece di unire divide.
Massimiliano Smeriglio: Perché siamo fatti in maniera diversa. Lui pensa di poter ritrovare la figlia nella gestione della malattia e del lutto; la figlia, che prova un dolore indicibile, fa una scelta opposta. All’inizio la caratterizzo in maniera piuttosto antipatica per persone adulte, ma avrà una sua evoluzione.
Dice ai genitori: io lo so che mi amate, mi supportate, mi sopportate, fareste qualsiasi cosa. Però questa bolla di normalità io non la sopporto, mi fa soffocare. Il papà, che racconta in prima persona, non è in grado di definire fino in fondo i motivi di questa scissione. Però il tema di una difficoltà con i ventenni, specie con chi ha subito il lockdown, l’isolamento, la separazione, e vive l’ansia come un tema non individuale ma sociale, esiste.
Noi siamo la prima generazione di padri amorevoli.
Francesco Vergovich: È vero. Io ho una bambina piccola, pensavo di essere un papà affettuoso, ma i giovani papà sono tutti ancora più affettuosi di me.
Massimiliano Smeriglio: È stato un salto. Questi papà più giovani, amorevoli, consapevoli, per la prima volta nella storia fanno anche un sacco di casini perché riempiono d’amore, fanno lo spazzaneve, puliscono la strada. È una cosa bellissima, non ci si può rinunciare, però mette in moto tutta un’altra serie di dinamiche.
Francesco Vergovich: Da promotore culturale che incontra tantissimi giovani, che identikit dai degli adolescenti di oggi?
Massimiliano Smeriglio: Dobbiamo capire che siamo in un altro mondo. Noi siamo cresciuti in mondi in cui l’ascensore sociale era aperto, esistevano i corpi intermedi, i partiti, la parrocchia, l’associazione, il sindacato. Esisteva un mondo più ordinato.
Oggi siamo nel caos. Ogni mattina sentiamo di omicidi, morti, bombardamenti. Questa cosa lavora nella testa delle persone. Vivono in un mondo molto complicato, che ha perso anche il legame, il fare le cose insieme. È un mondo totalmente performativo, che si misura sulla quantità di like sui social. Questo impatto sui singoli può lasciare dei segni.
Detto questo, non hanno un’idea generale, non hanno ideologie generali, però hanno delle verticali molto importanti.
Francesco Vergovich: Per esempio?
Massimiliano Smeriglio: Musica, fotografia, libri, cinema, perfino il cinema d’antan. Esistono nicchie di ragazzi e ragazze molto giovani che riempiono una retrospettiva su Rossellini, che leggono, che sulla musica si impegnano tantissimo, sulle arti performative. Il mondo che incontro io è pieno di giovani che ne hanno. Il punto è che spesso non diventa un progetto di vita. Se sviluppassimo di più meccanismi cooperativi e solidali vivremmo tutti un po’ meglio.
Francesco Vergovich: Perché nessuno o quasi nessuno riesce davvero a sintonizzarsi con gli adolescenti?
Massimiliano Smeriglio: Perché hanno un altro alfabeto. Noi diciamo: devi pulire, devi tenere la stanza in ordine, devi fare la gavetta, il progetto di vita, il futuro. Ma questi concetti per chi ha vent’anni oggi hanno un valore molto diverso. La parola futuro, per noi, era un progetto. Per loro spesso non esiste, è rimossa perché c’è il qui e ora.
Da parte degli adulti ci vuole una grande pazienza, bisogna sintonizzarsi sul loro linguaggio, sul valore che danno alle parole, essere più curiosi e mettersi in ascolto. Un ragazzo di 23, 24, 25 anni è un adulto. Noi dobbiamo un po’ decostruirci, perché loro stanno nel tempo presente. Probabilmente il loro approccio è più convincente del nostro.
Francesco Vergovich: Veniamo a Roma. Una città dalla densità culturale unica al mondo. La difficoltà più grande per renderla accessibile a tutti, ai romani e ai turisti?
Massimiliano Smeriglio: Intanto pensiamo ai romani. Noi abbiamo un problema: per mille ragioni, iperturistificazione e costo delle case, abitare e far vivere il centro della città è molto complicato e quindi i romani ci vanno ogni tanto.
Abbiamo fatto un’operazione forte: ai turisti chiediamo 2 euro per entrare nella parte più bassa della Fontana di Trevi. Con quei soldi abbiamo aperto gratuitamente tutto il sistema museale romano agli abitanti di Roma e dell’area metropolitana. Oggi con la carta d’identità si può andare ai Capitolini, a Palazzo Braschi, alla Montemartini, all’Ara Pacis e dire: sono cittadino romano e quindi questo bene è anche mio.
Io credo molto in questa dimensione: far riappropriare i romani della grande bellezza di cui dispongono e, dall’altra parte, portare i servizi nelle borgate e nei quartieri. Biblioteche, aule studio, poli civici, iniziative diffuse. Anche se abiti a Borghesiana o a San Basilio devi avere cultura pubblica e gratuita vicino casa.
Francesco Vergovich: Le librerie sono un tema decisivo. Come si riesce a realizzare sul serio la crescita personale attraverso la cultura?
Massimiliano Smeriglio: Io vengo da una famiglia molto umile, dove i libri a casa non c’erano. La cultura è una leva anche di fronte alle asimmetrie sociali, prima di tutto per riconoscere te stesso. I libri, i film, la musica ci mettono in contatto con parti di noi che altrimenti non scopriremmo mai.
Le librerie sono uno snodo. Stiamo lavorando per permettere l’utilizzo dello spazio esterno, la piccola somministrazione, la possibilità di fare piccoli eventi. È un piccolo riconoscimento ma importante, perché i libri si vendono poco e chi apre una libreria fa un lavoro culturale di territorio che è anche un’impresa da sostenere.
Francesco Vergovich: Ad Angeli chiediamo a tutti i nostri ospiti se abbiano mai sentito, in un momento fragile della vita, una mano provvidenziale accanto.
Massimiliano Smeriglio: Non sono credente, quindi il mio spazio si restringe da uomo dell’Illuminismo. Però sono cresciuto con questi miei nonni. Mio nonno era presidente della cooperativa dei facchini dei Mercati Generali, un uomo della generazione che ha fatto la Repubblica e la lotta di liberazione, incardinato nel movimento operaio. Per me è stato un uomo molto importante.
Mi è capitato in due o tre occasioni, mentre svolgevo le mie funzioni pubbliche, di sentirmi protetto da questa presenza. Una volta successe quando, con Veltroni, partecipai al percorso per convincere i facchini a spostarsi dai Mercati Generali a Guidonia. Le cose non andarono esattamente come dovevano. Una volta vennero anche a contestarmi, ma quando si accorsero che ero il nipote di Ernesto Capece, questa cosa li bloccò.
Mi è successo diverse volte di sentire questa presenza morale forte, che un po’ mi ha indirizzato e mi ha protetto.
Francesco Vergovich: Ti accorgi che una persona che poteva sembrare nell’ombra, rispetto ai titoli e agli incarichi, invece era così stimata.
Massimiliano Smeriglio: Questo l’ho imparato: non sono i titoli a fare il carisma di una persona, non sono i titoli di studio, non sono gli incarichi pubblici. Quei facchini venivano da un lavoro schiavistico, senza pensione, senza sanità, e si sono organizzati da soli. Io provo emozione a parlarne. Sono esseri umani che si sono emancipati da soli.
Io per lavoro ho frequentato tante persone importanti, però quasi mai più importanti di mio nonno.
Francesco Vergovich: Il libro che ti ha cambiato davvero?
Massimiliano Smeriglio: Viaggio al termine della notte di Céline. Un libro straordinario nella scrittura, brutale sulla brutalità della guerra, potentissimo.
Francesco Vergovich: Un film invece?
Massimiliano Smeriglio: C’era una volta in America di Sergio Leone. E poi Non essere cattivo di Claudio Calligari. I migliori che hanno scritto delle nostre periferie e del nostro linguaggio non sono romani: Pasolini, Gadda e Calligari. Con loro abbiamo un debito di riconoscenza.
Francesco Vergovich: Il luogo di Roma dove ti senti più in pace?
Massimiliano Smeriglio: La Garbatella, il mio quartiere d’origine. E in questa fase anche Piazza Campitelli e Piazza Margana. Poi l’Appia Antica, che è uno dei posti più belli del mondo.
Francesco Vergovich: Chiudiamo tornando a Il legame covalente. Il romanzo lascia una traccia molto potente, profondamente umana. I legami non finiscono, si trasformano. L’amore non scompare, cambia forma. La memoria è l’ultimo spazio in cui continuiamo a vivere.
Quella che abbiamo attraversato oggi non è solo una storia, è un viaggio dentro quello che resta quando cambia tutto. Il legame covalente ci ricorda che i legami veri non scompaiono, si trasformano, resistono, continuano a vivere in forme diverse. E questo è anche il senso del nostro podcast, della nostra trasmissione Angeli: cercare nelle parole e nelle esperienze quei legami, quelle connessioni invisibili che tengono insieme le persone anche nei momenti più difficili.