PD & C. Manca il programma e manca il leader

PD, la prassi abituale è arcinota. In vista delle elezioni nazionali si sciorinano le proprie ottime intenzioni su ciò che si farebbe se si tornasse al governo
Di Redazione
Elly Schlein
Elly Schlein

Aspirazioni, tante: condensate nella brama di sconfiggere l’odiatissima Meloni e di tornare al governo. Certezze sul come riuscirci, ben poche: mascherate però da una ritrovata/esibita convinzione sulla riscossa prossima ventura.

La ricognizione oggettiva dice altro. Dice che un leader di coalizione non ce l’hanno. E che continuano a non averlo. Come del resto non hanno nemmeno un’alleanza precisa e consolidata. Per il semplice e cruciale motivo che su svariate questioni importanti non la vedono (non la sentono) allo stesso modo.  

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Questo stato di cose – questo accumulo di deficit – esisteva ed era palese già da prima, ma paradossalmente è stato acuito dalla vittoria del No nel referendum sulla riforma della magistratura. Di per sé è solo uno spiraglio, tutto da discutere e da interpretare: il quesito era specifico e il responso delle urne andrebbe valutato di conseguenza. Senza saltare a conclusioni di carattere generale.

Invece, manco a dirlo, dalle parti dell’opposizione ha acceso la smania di considerarlo un punto di svolta già acquisito. Una breccia ormai aperta e attraverso la quale sarà possibile irrompere e dilagare, fino ad aggiudicarsi le prossime elezioni politiche.

L’equazione, affrettata e superficiale, è tipica della politichetta italiana che poco riflette e molto proclama: la sconfitta odierna di Meloni & C. comporta la vittoria futura del fantomatico Campo largo.

Il PD al governo: la teoria è facile. La pratica molto meno

Per trasformare il progetto astratto in realtà concreta mancano a tutt’oggi due elementi decisivi.

Il primo, e ce ne occupiamo subito, è un programma di coalizione, che vista l’eterogeneità dei possibili partner è un problema tutt’altro che facile da risolvere.

Il secondo, su cui torneremo nel prossimo articolo, è un leader all’altezza del compito. O almeno, se non proprio un leader scelto tra i segretari di partito, un federatore esterno che ne faccia le veci: meno ingombrante di una figura di parte, come Elly Schlein o Giuseppe Conte, e più credibile agli occhi dell’elettorato che non vota a scatola chiusa. E che, come sappiamo fin troppo bene, tende sempre di più a rifugiarsi nell’astensione.

Così, per superare l’impasse, si riaccende la tentazione di replicare l’escamotage che ebbe successo una trentina di anni fa: l’avvento di un outsider che compia il miracolo di trasmettere all’elettorato un’impressione di concordia che non sia solo di facciata.

Il Romano Prodi del 1995-96. Quello del mitologico Ulivo.

Solo che, anche qui, tra immaginarsi di trovarlo e trovarlo davvero, ci corre un abisso.

Un programma vero: non la solita solfa

La prassi abituale è arcinota. In vista delle elezioni nazionali si sciorinano le proprie ottime intenzioni su ciò che si farebbe se si tornasse al governo. Miglioramenti di qua, di là, di sopra e di sotto.

Poi, se davvero si vince, si rientra nei ranghi e ci si appella alle difficoltà insormontabili che impediscono di realizzare tutte quelle mirabilie. Difficoltà interne ed esterne, preesistenti o sopravvenute. Ostacoli assortiti che non c’è modo di rimuovere. Ahimé: al posto degli impegni gli auspici. Al posto degli obiettivi da raggiungere i peggioramenti da evitare.

Ma se questa pantomima è già deprecabile in circostanze normali, diventa improponibile in quelle odierne. Che di normale non hanno più nulla. 

Il mondo è sottosopra e gli schemi abituali sono in pieno disfacimento.

Eppure, nel suo editoriale di lunedì scorso sul Corriere della Sera, una vecchia volpe come Paolo Mieli non se ne cura e, a proposito del programma che dovrebbe elaborare la coalizione anti Meloni, se ne esce con questa incredibile affermazione: “Per il progetto di quel che si intende realizzare non occorrono tempi biblici; gli scaffali sono pieni di precedenti analoghi testi dai quali si potrà agevolmente attingere”.

Nulla di più sbagliato. La comoda inerzia del passato, che si incardinava sulla malriposta certezza di un quadro internazionale sostanzialmente stabile (e pur sempre a guida occidentale), era già deprecabile di per sé. Ma sprofonda nell’assurdo di fronte agli sconvolgimenti planetari che si stanno verificando e che, d’ora in avanti, non potranno che aggravarsi. Non solo nell’immediato ma anche, e soprattutto, nel medio e lungo termine.

Pensare di cavarsela dando una rinfrescatina alle tiritere elettorali confezionate in precedenza è un’illusione tanto pigra quanto ottusa.

Oppure, peggio, è una scommessa sulla stupidità di un gran numero di cittadini: nel presupposto che si accontentino dell’ennesima ripetizione, con modeste varianti, delle stesse cose che si sono dette e stradette a suo tempo.

Minestrine riscaldate. Anzi, no: andate a male.

Gerardo Valentini – presidente Movimento Cantiere Italia

 
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