Paolo Crepet presenta “Riprendersi l’anima”: libertà, silenzio e un avviso netto ai nostri giorni

Il nuovo libro di Paolo Crepet esce il 14 aprile e accende un tema che riguarda tutti: rumore, omologazione, paura della libertà e bisogno di tornare veri
Di Luigi Sette
Paolo Crepet
Paolo Crepet

Paolo Crepet ha il dono di dire cose che tutti avvertono ma che pochi riescono a mettere a fuoco. Nell’intervista a Francesco Vergovich su Radio Radio, dedicata al suo nuovo libro “Riprendersi l’anima”, in uscita il 14 aprile per HarperCollins, lo psichiatra e sociologo ha toccato un nervo vivo del presente: stiamo vivendo immersi nel rumore, nella fretta, in una quantità continua di stimoli, e intanto perdiamo contatto con la parte più vera di noi. È questo il punto che resta addosso: non ci manca soltanto il tempo, ci manca il coraggio di fermarci.

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Il libro di Crepet e il bisogno di tornare a sentirsi vivi

“Riprendersi l’anima” arriva in un passaggio storico in cui moltissime persone, soprattutto adulti e ragazzi, avvertono una stanchezza difficile da spiegare. Non è solo fatica fisica. È una specie di affanno mentale, una sensazione di dispersione continua. Secondo Crepet, l’anima è ciò che si oppone all’omologazione, al vivere per imitazione, all’idea che il valore di una persona dipenda dalla sua adesione a modelli già pronti. E allora il libro si presenta come un invito diretto, quasi urgente, a recuperare la propria voce.

C’è qualcosa di molto concreto in questo discorso. Non riguarda soltanto chi legge saggi o si interroga su grandi temi. Riguarda la vita di tutti i giorni, quella di chi si alza presto, corre, lavora, guarda mille schermi, risponde a messaggi senza sosta e poi, a sera, sente di non aver abitato davvero la propria giornata. Crepet mette le mani proprio lì, in quel vuoto che si crea quando si vive sempre in superficie.

Il silenzio che fa paura e che invece serve a pensare

Uno dei passaggi più belli dell’intervista è dedicato al silenzio. Oggi il silenzio viene spesso percepito come un’assenza, quasi come qualcosa di scomodo. Invece Crepet lo ribalta: il silenzio è una condizione necessaria per ascoltarsi, per riflettere, perfino per sentire di nuovo la propria anima. È un’immagine forte, perché racconta bene una verità moderna: facciamo di tutto per non restare soli con noi stessi, e proprio per questo finiamo per conoscerci sempre meno.

Roma, in questo senso, è quasi un simbolo perfetto. Una città piena di bellezza, di contrasti, di traffico, di corse, di rumori continui. Eppure chi la vive sa che basta un cortile, una chiesa semivuota, un parco al mattino, una strada laterale al tramonto per ritrovare un respiro diverso. Il discorso di Crepet funziona anche così: non come nostalgia, ma come richiesta di misura. Non serve sparire dal mondo. Serve smettere, almeno per qualche momento, di lasciarsi travolgere.

Tecnologia sì, ma senza farsi portare via il pensiero

Molto interessante anche il modo in cui Crepet affronta il tema dell’intelligenza artificiale. Nessuna crociata ideologica, nessuna demonizzazione facile. Anzi. Ammette che la tecnologia può offrire occasioni utili, perfino belle: ascoltare un audiolibro durante una camminata, diffondere scrittura indipendente, creare nuovi spazi di espressione. Il punto, però, è non confondere l’aiuto con la sostituzione. Quando la macchina prende il posto della responsabilità, del gusto, della sensibilità, allora qualcosa si incrina.

La sua ironia sull’uso pubblico dell’intelligenza artificiale fa centro proprio per questo. Oggi capita persino che una sciocchezza venga liquidata dicendo che “l’ha detta l’IA”, quasi fosse un alibi pronto all’uso. Crepet capovolge il meccanismo e rimette l’essere umano al centro. Non per superiorità astratta, ma perché l’uomo resta capace di intuizione, limite, sentimento, contraddizione. Tutte cose che non si riducono a calcolo.

La libertà secondo Crepet e il rapporto con i ragazzi

C’è poi il capitolo che forse colpisce di più chi ha figli, nipoti, studenti o semplicemente guarda con attenzione al mondo giovanile. Crepet racconta di aver incontrato ragazzi che tornano sempre sulla stessa parola: libertà. Non è banale. Significa che i più giovani sentono che la libertà conta, ma capiscono anche quanto sia difficile conquistarla in un’epoca che spinge a uniformarsi in tutto, nel linguaggio, nell’aspetto, nei gusti, perfino nelle emozioni da mostrare.

Quando dice che non si può vivere “cantando solo cover”, Crepet usa un’immagine perfetta. È come dire: va bene imparare dagli altri, ma a un certo punto bisogna diventare originali. E invece molti adulti, senza accorgersene, educano alla prudenza passiva, al replicare, al non uscire dal seminato. Da qui la forza del suo richiamo: ai ragazzi bisogna dire che hanno il diritto di seguire passioni vere, anche quando non coincidono con il percorso più applaudito.

I ladri di anima e la bellezza che non sappiamo più vedere

Crepet parla anche di “ladri di anima”, e non si riferisce solo ai grandi poteri. Ci sono tanti modi, oggi, per sottrarre spazio interiore alle persone. Ci riesce il consumo quando diventa identità, ci riesce il rumore quando diventa abitudine, ci riesce ogni meccanismo che impedisce meraviglia, lentezza, stupore. Per spiegarsi racconta un episodio accaduto a Fortunago: una volpe, dei pavoni, dei gatti, il sole che cala. Una scena quasi minima, ma capace di restituire improvvisamente senso e bellezza.

È qui che Crepet resta Crepet: non si limita alla diagnosi, indica anche un’altra postura davanti alla vita. Guardarsi attorno, fare spazio, non considerare insignificante ciò che non produce subito un vantaggio. In una città come Roma, dove tutto corre e tutto sembra chiedere attenzione immediata, questa lezione vale doppio. Perché ricorda che si può ancora scegliere di stare nel mondo senza diventarne ostaggio.

Il consiglio finale: cominciare da stasera

Il passaggio finale dell’intervista ha il tono di un consiglio semplice ma non superficiale. Per iniziare a riprendersi l’anima, dice Crepet, si può partire da gesti concreti: volersi bene, cercare il silenzio, usare di nuovo i sensi, toccare, ascoltare, guardare davvero. Tenere la mano di una persona anziana. Accarezzare la testa di un bambino. Sorridere. In un tempo che sembra pretendere sempre prestazione, esposizione e velocità, anche questo suona quasi come un atto di resistenza.

Ed è forse proprio qui il motivo per cui il suo nuovo libro arriva al momento giusto. Perché non promette ricette facili, ma rimette al centro una domanda scomoda e necessaria: che cosa stiamo perdendo mentre crediamo di guadagnare tutto il resto? Da questa domanda parte “Riprendersi l’anima”. E da qui, forse, può partire anche una piccola correzione di rotta.

 
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Interviste

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