La Stazione. Come si monta il caso di un bestseller annunciato

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Ero indeciso se scrivere di questo romanzo appena letto (a caldo sei più motivato), o invece di una crescente pratica editoriale che sta intorbidando le acque di chi va in libreria.
Intorbidando? Sì, depistando chi – non potendo leggere tutto – si fida, oltre che del tam tam degli amici, delle segnalazioni editoriali non di parte, cioè articoli e rubriche specializzati, recensioni.
Ho risolto di parlare di entrambi, utilizzando il romanzo in questione come esempio di quell’andazzo. Che per fortuna non riguarda l’editoria tout-court né la letteratura nazional-popolare, piene di casi virtuosi e di scoperte autentiche.

Il romanzo

La Stazione è un romanzo appena pubblicato, da Giunti. L’autore (opera prima) si chiama Jacopo De Michelis.
La trama la salto, vi avrà già raggiunti attraverso il battage mediatico. C’è del thriller, del poliziesco, del fantasy, dell’avventura. Tanta roba; come oggi si fa.
Ho appena finito di leggerlo (tutte le 900 pagine, per onestà intellettuale). Non potevo farne a meno, praticamente obbligato da un servizio monstre di sei pagine pubblicato sul Sette (peraltro un buon periodico) del Corriere, a firma di un venerato maestro della presente critica letteraria, Antonio D’Orrico.

La Strategia della Triangolazione

E questo ci rimanda alla Strategia della Triangolazione.
Ingredienti:
– un Editore Forte
– un Noto Critico (più d’uno meglio ancora);
– un Autore (non è l’ingrediente principale).

L’editore forte

Perché star lì sulla riva del fiume ad attendere il passaggio di capolavori inediti (troppo pochi), quando possiamo metterci a monte, alla sorgente, e partecipare direttamente alla loro confezione? Direte: ma è qui il problema, scrivere un capolavoro. Ma io intendevo annunciare” un capolavoro. E qui interviene il noto critico.

Il noto critico

Un noto critico si incarica di sollevare, all’uscita del romanzo, il caso letterario. Nella fattispecie, in quell’articolessa su Sette si legge:
«Il giallo italiano si rivoluziona con La Stazione, […] pagine 857 (senza un filo di grasso e con centinaia di colpi di scena)».
«… si chiama Jacopo De Michelis ed è il più grande giallista italiano»
«… un giallo quando è bello non è mai solo un giallo, è un cargo battente bandiera liberiana»
«… ha la malinconia di un Philip Marlowe» (parlando del protagonista)
«Scerbanenco, Chandler, cedete il passo (noblesse oblige) agli Hugo, ai Verne, ai padri della patria del romanzo d’avventura» (profanazione di tombe per dire dell’ardita commistione di generi, ma tutti onorati ai più alti livelli).
Parole forti, perciò D’Orrico cala un testimonial. In apertura del pezzo ci riferisce di una telefonata «con un’urgenza speciale nella voce» di Antonio Franchini – già Mondadori poi Rizzoli ora, guarda caso, Giunti – che fa coming out e gli dice: «Vuoi leggere un romanzo eccezionale?».
Non so che avreste fatto voi. Anche un’anima forte va a vedere; un’anima debole va in libreria, torna a casa, legge in trance tutto il papiello fascinata da quelle premesse, e per poter dire “C’ero anch’io” se ne fa megafono, propaga il virus.

Victor Hugo, Jules Verne, Bogart / Philip Marlowe, Giorgio Scerbanenco: autori e personaggi a cui il romanzo viene affiancato

L’autore

L’autore (sempre nel metodo in esame, beninteso) presta l’utero, serviva pur sempre una fattrice. L’asse editore-autore mette a punto lo sformato, seguendo con zelo la ricetta e le sue proporzioni auree: substrato croccante, tanto di questo, tanto di quell’altro, guarnizione finale. Niente di nuovo, direte.
Sì, ma la materia prima? Lasciamo parlare la pagina. A ritroso nel romanzo, qua e là (e il meglio non lo trovo più):
“«Cosa vorrebbe insinuare?» ringhiò sdegnato Mezzanotte. […] «Ma vaffanculo, stronzo arrogante»”. E più avanti: «Con questo cosa vorrebbe insinuare?» esclamò Mezzanotte, stentando a frenare la rabbia che gli montava dentro”.
“… in cima alla scenografica scala sinusoidale”. Sinusoidale.
“La voce gli si incrinò, manifestando tutta la sua angoscia. «Se non facciamo qualcosa in fretta la attende una morte orribile…»”.
“Snudando i denti gialli in un sorriso feroce, il Fantasma prese a mulinare lentamente il machete intorno a sé, come in uno di quei pessimi film di arti marziali che era improbabile avesse mai visto”.
“Annunciato da una vampata di calore che dal basso ventre le risalì fino alle guance, si affacciò alla sua mente il ricordo di quello che avevano fatto sul vecchio materasso dentro la baracca di lamiera. Era stato così bello e dolce, così indescrivibilmente intenso. La sua vera prima volta. […] Rivide le labbra di Cardo che si avvolgevano intorno ai suoi capezzoli, e nello sfiorarli con le dita li sentì eretti e tesi. Un morbido languore la pervase mentre le sue mani ripercorrevano l’itinerario seguito lungo il suo corpo dalla bocca di lui. […] Poco prima di venire, socchiudendo le palpebre, scorse qualcosa che la fece sobbalzare con un grido”.
“… Mentre un ruggito gutturale, da bestia ferita, gli erompeva dalle viscere, si alzò con impeto e spinse via il tavolo mandandolo a gambe all’aria. Poi, come se di colpo le forze avessero smesso di sostenerlo, si accasciò sul pavimento, contro il retro del divano, nascondendosi la testa fra le mani.” Non è un mostro (come altrove nel libro): è il protagonista.
“Odore di sesso. […] Si tirò a sedere sul bordo del letto e si piegò a raccogliere sul pavimento una manciata di profilattici annodati”.
“«Se davvero ti dispiace, allora lasciaci andare» ribatté Mezzanotte. «Oppure avrai anche noi sulla coscienza». «Come faccio? Cerca di capirmi, se vi libero quelli accoppano me». «Io ti consideravo un amico, cazzo, ti ho sempre sostenuto e protetto. Con che coraggio mi hai fatto questo?»”
“«Non sei altro che un lurido verme» gli urlò di rimando Riccardo”.
E via così.

Jacopo De Michelis, autore de La Stazione

Il lettore

Il prodotto della triangolazione finisce fra le mani del lettore, l’apparente beneficiario dell’intero processo. Se però costui è sfuggito al tentativo di ipnosi, fin dalle prime pagine si rende conto: di letteratura non c’è traccia; si fa continuo ricorso a frasi fatte, i personaggi sono di plastica. La mole (perché moda vuole mole) è ottenuta incastonando una serie di sottotrame e dettagliando di ogni scena anche l’ovvio, come in un film che non sa dell’invenzione del montaggio.
Nulla ci è risparmiato: voodoo, riti iniziatici, sacrifici umani, serpentoni che ingoiano persone, visioni extrasensoriali (il dono di Laura, che novità). E tanto per essere intoccabili: i treni della deportazione (e ho detto tutto). Per piacere ai milanesi: l’”inconscio di Milano”, e una mitologia ex post della Stazione Centrale. C’è perfino la passerella finale di tutti i personaggi minori, qui riuniti.
E il lettore che fa? Se è del tipo debole, si entusiasma e si fa apostolo; La Stazione è volato in un baleno al 3° posto della classifica dei più venduti in Italia; un blockbuster annunciato. Se invece la molla non è scattata (e per un vero lettore non può scattare) non termina il libro, oppure ne approfitta per provare quelle tecniche di lettura veloce, o infine – per curiosità – si paracaduta all’ultimo capitolo per vedere come va a finire.

Angiolino Epaminonda, Renato Vallanzasca e Francis Turatello, personaggi della cronaca nera milanese citati nel romanzo

Fate voi

Casi così non sono nuovi; il più eclatante (bestemmia!): Il Codice Da Vinci. D’altronde, la triangolazione funziona tale e quale – o di più – in altri ambiti. Prendi certa arte contemporanea. Gallerista-Critico-Artista; e stampi carta moneta, a prescindere.

Chi scrive è cosciente che la lettura di questo articolo rischia beffardamente di mettere curiosità. Perché le cose funzionano così: basta che se ne parli.
Ma ve lo dovevo per coscienza: in nome degli autori, perché tanti libri di valore non trovano un editore; e in nome dei lettori, perché leggere fenomeni costruiti a tavolino diseduca il gusto e, alla fine, disaffeziona ai libri.