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13 Luglio 2020

Pubblicato il

La sfida per Roma: semplificazione e chiarezza

di Redazione

L’Italia deve tornare competitiva sui mercati internazionali. Ma come?

Il tormentone di questa estate non sarà una canzone tipo “Vamos a la plaja”, ma una frase, ripetuta ormai in modo ossessivo da tutti: “l’Italia deve tornare competitiva sui mercati internazionali”. Già, ma come?
Se l’assioma, secondo il quale le crisi possono offrire nuove opportunità, va ancora dimostrato, è altrettanto vero che se il nostro Paese non cambia subito marcia, rischia di finire emarginato e subalterno nello scenario internazionale.

Dovremmo tornare ad essere l’Italia degli anni del boom, con idee, brevetti, design innovativo e qualità dei prodotti. Ma se le crisi si presentano cicliche, non altrettanto avviene per le epopee, dunque guardare indietro serve a poco. Né, peraltro, vogliamo tornare a quegli anni, pieni di voglia di fare, ma condizionati dalla subalternità femminile nella società, dall’assenza di diritti sociali e sindacali e da una scuola ostile e classista. Vogliamo invece guardare avanti e costruire le condizioni per un futuro migliore.

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La sfida non è facile e va affrontata su più piani, da quello dell’innovazione a quello della capacità produttiva, dalla riduzione del costo del lavoro all’abbattimento del costo, troppo sottovalutato, del “fattore tempo”, che condiziona qualunque investimento.

Il tempo, fattore prezioso, limitato ed irreversibile, viene spesso disperso a causa dell’eccesso di burocrazia e di norme farraginose. Le Istituzioni dovrebbero dunque concentrarsi prevalentemente su questo “fattore”, direttamente dipendente dalle procedure e dalle normative. Un fattore sul quale si può dunque incidere rapidamente e “a costo zero”.

Gli studi sulle potenzialità di sviluppo dei territori dimostrano chiaramente che gli investitori si orientano soprattutto verso i Paesi nei quali possono fare affidamento, oltre che su alcuni elementi basilari, quali le infrastrutture, la posizione geografica e la stabilità politica, anche su altri fattori quali l’efficienza amministrativa e il livello di legalità e di garanzia del diritto.

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I danni che producono ogni anno al nostro Paese la corruzione e l’illegalità, sono stati stimati in 60 MLD di euro. Ma nessuno ha ancora stimato il costo della lentezza burocratica, che pesa sulla credibilità del “sistema Paese” e che scoraggia gli investitori stranieri.

La lentezza delle decisioni amministrative, determinata da una normativa confusa, contorta e soggetta ad interpretazione costituisce sempre un problema ed ha molto a che vedere con la mancanza di legalità e trasparenza. Il cancro della corruzione si insinua facilmente dove le normative non sono chiare e di facile applicazione. Si potrebbe anzi dire che la corruzione è in qualche modo la conseguenza diretta dell’indeterminatezza delle regole e della lentezza delle procedure, soggette al rischioso criterio discrezionale dell’interpretazione.

Bastano però tre “mosse” per mettere “sotto scacco” l’inefficienza della macchina pubblica: unificare e rendere chiare le normative; semplificare le procedure; adottare sistemi di controllo efficaci. Per farlo serve, ovviamente, una forte volontà politica a tutti i livelli.

Dalla Regione Lazio sono arrivati alcuni segnali positivi e la recuperata sintonia politica con l’Amministrazione Capitolina potrebbe favorire, sul versante del governo del territorio, un intervento di riordino senza precedenti. L’Assessore all’Urbanistica della Regione, Michele Civita, ha già avviato un confronto serrato con imprenditori e specialisti del settore per attuare un programma ambizioso di riordino per restituire alle Amministrazioni comunali quella immediatezza operativa che imprese ed investitori sollecitano da tempo. Ci auguriamo che in questo impegno venga presto affiancato dal suo omologo del Campidoglio.

Si potrebbero fare molte cose: il riordino delle leggi regionali, con la redazione di un nuovo “testo unificato” in materia urbanistica; estendere le deleghe alla Capitale per l’approvazione degli suoi strumenti di pianificazione, ridefinendo i rapporti con la Regione alla quale si chiede affiancamento e controllo; un maggiore con lo Stato nel coordinamento degli strumenti di tutela ambientale ed archeologica, con nuovi strumenti operativi per aumentare la flessibilità senza rinunciare all’obbligo della tutela.

Infine, ma certo non ultimo per importanza, l’unificazione dei tanti Enti che oggi, con regole e strumenti d’azione disomogenei e frammentati, sono preposti alla tutela ambientale. Questa la nuova sfida che attende Roma e Lazio, ed è molto più importante di qualunque derby calcistico.

 
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