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20 Settembre 2020

Pubblicato il

La cocaina in tre episodi noir

di Redazione

De Cataldo, Carlotto e Carofiglio presentano il loro libro "Cocaina"

Sabato mattina, ore 11.00: un’altra opportunità offerta agli amanti dei libri dal personale di Libreria Nuova Europa , centro commerciale I Granai.
All’appuntamento con i tre grandi scrittori del noir si sono presentati in tanti, tantissimi.

La libreria è gremita; gente in piedi fa palestra per i polpacci per osservare meglio i tre scrittori che si raccontano e raccontano le loro storie.
‘Cocaina’, questo il titolo del concerto a sei mani. Musiche di Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, ognuna con un ritmo diverso.
Il racconto di Gianrico Carofiglio, ‘La velocità dell’angelo’ sembra il jazz dei pomeriggi estivi al tramonto, animati da un cocktail di troppo che ti fa dire cose che altrimenti terresti sepolte in te.
‘Ballo in polvere’, firmato De Cataldo sembra una canzone dei Queen, dai ritmi variabili che la rendono indimenticabile ed inimitabile.
La storia di Massimo Carlotto riesuma un personaggio già noto ai lettori del noir, l’ispettore Giulio Campagna. ‘La pista di Campagna’ è il rock alternativo dei Doors: note potenti in grado di unire con maestria anche elementi di blues, jazz e musica psichedelica.
Insomma, uno spettacolo assicurato.

“I microfoni sono giallo-rossi, mi sembra giusto li tenga entrambi io!”, così esordisce Giancarlo De Cataldo prima di iniziare a parlare del nuovo libro.
È il più travolgente dei tre, parla in continuazione, si fa quasi fatica ad interromperlo. Gianrico Carofiglio ha l’aria del buono; Massimo Carlotto, occhi azzurri che contrastano con il suo maglione nero, sembra il più timido.
Colpisce la sintonia tra i tre amici, puoi afferrarla allungando una mano tra i loro sguardi benevoli e complici.

Ma non lasciatevi ingannare: la loro simpatia diventa cruda descrizione di una realtà fatta di droga e denaro alla quale hanno dato voce in ‘Cocaina’.
Raccontano un consumo trasversale di quella che è diventata la “droga della consolazione”, così la definisce Massimo Carlotto. La droga della società contemporanea, della velocità, dell’esattezza della prestazione. Sono sempre meno i tossicodipendenti, e sempre più i cosiddetti consumatori o spacciatori occasionali, spesso incensurati che si ritrovano loro malgrado o per lo precisa volontà a contatto con la polvere bianca.
La cocaina è il file rouge delle loro storie: l’ispettore Campagna di Massimo Carlotto, la dott.ssa Sara di Gianrico Carofiglio, Federico Bruni di Giancarlo De Cataldo appartengono alla schiera di chi ha deciso di combattere il male. Ma il male è più grande di quel che si può immaginare, e non è facile combattere contro qualcosa che non ha sostanza, che è inafferrabile, che sfugge ma è ovunque, è nell’aria.

Tante le domande dei lettori, interessanti le risposte dei tre scrittori: De Cataldo e Carofiglio si concentrano su un’analisi della società, quella reale e quella legale, di come evidentemente alcune misure repressive adottate non sono state quelle giuste, se l’effetto è stato quello di ingigantire ancora di più il fenomeno.
“Legalizzazione non è affatto sinonimo di liberalizzazione”, sottolinea Carofiglio. “Spesso il potere si concentra solo sui livelli più bassi, dimentica che il problema assume forme più grandi, nomi più grandi, mali più grandi”.

Ecco i tre a tu per tu con qualche domanda sui loro racconti e i personaggi a cui danno voce.

INTERVISTA A MASSIMO CARLOTTO:

“Torna l’ispettore Giulio Campagna, già conosciuto dai suoi lettori. Perché ha scelto di raccontare la storia del consumo di cocaina a Padova attraverso un personaggio già conosciuto? È un’esigenza editoriale, o è un messaggio preciso? Come dire: la cocaina è un mondo grande e prima o poi coinvolge tutti, direttamente o indirettamente.”
Non c'è nessun messaggio particolare. In realtà ho scelto l’ispettore Giulio Campagna perchè è un personaggio che ha esperienza, ha già vissuto storie di stupefacenti e crimini. E tra i poliziotti che ho raccontato è il mio preferito.

“Nel suo racconto, ‘La pista di Campagna’, si fa riferimento ad un uso diversificato, stratificato e trasversale della cocaina nei vari strati sociali, motivo che l’ha spinta a visitare personalmente i luoghi dei suoi racconti. Com’è vedere la realtà e raccontarla? Come si fa a rendere consapevole il lettore? Insomma questa realtà la conoscono in molti, ma la comprendono in pochi”.
Si racconta la realtà proprio per renderla fruibile, che è già un buon inizio. Lo scrittore noir deve essere un osservatore e un narratore attento della realtà. La dimensione della realtà è il filtro necessario per questo tipo di racconti.

“Pinamonti, Campagna. Sono quelli giusti, che però sembrano arrancare. L’impressione che si ha leggendo il suo racconto, è che il giusto non ce la fa, non ce la fa ad emergere e ad andare avanti. Perché Campagna alla fine si fa trasferire all’antirapine? È una sconfitta?”
Campagna non capisce, Campagna è disorientato. Il lavoro del poliziotto è duro e faticoso, a tratti frustrante. Per questo sceglie di farsi trasferire all’antirapine, lì il lavoro è organizzato, è più metodico, qualcuno ti dice quello che devi fare e tu esegui . E sì, il suo trasferimento è una sconfitta; ed è anche la metafora di come si pone la società di oggi rispetto alla sconfitta. La cocaina non la distruggi, è un fenomeno che sparirà da solo.

“Una curiosità per i suoi lettori. È vero che torna l’Alligatore?”
Sì, nel 2015.

INTERVISTA A GIANRICO CAROFIGLIO

“Il suo è il racconto che colpisce di più per i toni. ‘Velocità dell’angelo’ è la voce dei buoni, di quelli che si innamorano e inciampano nella folle corsa della passione, lasciandosi alle spalle il loro angelo custode. Perché ha deciso di raccontare la cocaina tramite la dott.ssa Sara e Roberta?”
Ogni storia è una storia in attesa di essere raccontata. Non ho scelto io di raccontare Sara e Roberta, ma sono loro che si sono svelate a me, come recita un proverbio zen: “quando l’allievo è pronto, allora il maestro apparirà”. Ogni storia è una stanza chiusa, la cocaina è stata il pretesto che ha dato voce alle due donne del mio racconto.

“Che ruolo gioca e ha giocato la sua esperienza professionale di magistrato nella stesura di questo racconto, e degli altri suoi libri?”
Se dicessi che la mia esperienza di magistrato non influisce sui miei libri, mentirei. La mia esperienza condiziona irrimediabilmente la struttura dei miei racconti, non riuscirò mai a liberarmene, e lo dico felice. Appartiene al mio essere, è lì, e in qualche modo viene sempre fuori.

“So che anche lei, come l’altro protagonista del suo racconto, non riesce a concentrarsi nei luoghi silenziosi. Sono ravvisabili altri profili comuni tra voi due?”
Sì, la sofferenza e il disagio esistenziale dello scrittore. La difficoltà di acchiappare la verità è una componente strutturale nella vita di ogni scrittore, bisogna farci sempre i conti.

INTERVISTA A GIANCARLO DE CATALDO:

“Come nasce l’idea di un concerto a sei mani?”
Io amo il gioco di squadra, che ho sperimentato già all’epoca di ‘Crimini’. Mi piace la concordia di intenti che si instaura in una comunità di scrittori, il modo in cui più storie colpiscono il segno con punti di vista differenti. Tre persone insieme, poi, hanno più energia. E comunque siamo amici, e questo basta.

“Il suo è il racconto più articolato dei tre, racconta di tante vite legate dalla cocaina, che nasce foglia e muore denaro. Il denaro è il secondo protagonista del suo racconto, ‘Ballo in polvere’. In un’altra intervista ha dichiarato che secondo lei quello della cocaina è un ‘fenomeno diffuso e sottilmente incoraggiato’. È il denaro che ne incoraggia l’utilizzo?”
Il bisogno di cocaina è indotto da un’intelligente campagna di marketing che vuole venderci la cocaina come la droga dell’efficienza. Ci dicono, ‘guardate com’è bello essere veloci, magri, slim’. Questa è l’epoca del colonialismo culturale realizzato attraverso subdoli modi persuasivi, c’è un continuo e sottile richiamo al consumo di cocaina. Poi, certo, se arrivano anche i soldi, è chiaro che lo spaccio o il consumo di cocaina è incentivato.

“Perché Tano Raschillà, così intelligente e brillante, finisce per essere un colluso e un corrotto? Perché non ha il coraggio di tagliare i legami con la ‘ndrangheta?”
Perché il male è più affascinante del bene, e il crimine paga. Basta come risposta?

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“Credo sia sufficiente a rendere l’idea”. Sorride. “Un’ultima domanda. Che ruolo va attribuito a Ciani e Caputo che accettano i soldi dell’Ingegnere?”
Sono due poveracci, come i due ragazzi che trovano per caso il borsello con la cocaina e i soldi. Volevano amarsi e invece si sporcano. Il passaggio di cocaina sporca e incattivisce chi entra a contatto con essa. È una malattia contagiosa.
 

 
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