22 Settembre 2021

Pubblicato il

Gli infermieri italiani scendono in piazza

di Redazione
Tutti sotto il vessillo del NURSIND per protestare contro le mancate assunzioni e il demansionamento della professione

Grande soddisfazione da parte del Nursind, per il presidio di ieri davanti a Montecitorio. Verso le 10 di mattina, infatti, migliaia di infermieri, provenienti da tutta Italia, si sono radunati in piazza sotto il vessillo del Nursind, con striscioni, mascherine, camici verdi e fischietti, per protestare contro “il demansionamento della professione infermieristica”, contro “le assunzioni oramai necessarie che provocano ritmi insostenibili di lavoro”, contro “gli stipendi e le carriere  bloccate oltre all'elevato tasso di disoccupazione che  solo nella Regione Lazio raggiunge il 70% dei neo laureati”.

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Da Roma e dal Lazio si è registrata un’adesione massiccia: “I circa 30000 infermieri della  Sanità romana che raggiungono i 44000 nel Lazio – spiegano Stefano Barone, Marco Lelli e Raffaele Piccari della segreteria provinciale del Nursind – hanno aderito in massa soprattutto all'interno delle strutture sanitarie creando disagi ma garantendo le urgenze e i minimi assistenziali. Nella sola provincia di Roma ci sono stati circa 1000 interventi bloccati nel programmato oltre ai rallentamenti di ricoveri e dimissioni che come conseguenza hanno provocato dei picchi di afflusso con relativa attesa  nei pronto soccorsi cittadini” – 124 utenti bloccati al pronto soccorso dell' Umberto I e 110 al San Camillo Forlanini.

Soddisfazione, quindi, ma non manca una nota amara. I tre denuncino “la scarsa informazione che i lavoratori hanno avuto da parte delle Aziende Ospedaliere sulle modalità di sciopero ai fini della 146/90 e relative modifiche”. In molti servizi, infatti, “sono state comunicate in maniera tardiva, oppure non divulgate nei tempi e nei modi previsti dal CCNL  le determinazioni dei contingenti necessari all'erogazione delle prestazioni minime che sono legate alla norme sull'esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali”.

Con la conseguenza di “impedire ai dipendenti di partecipare all'esercizio di un diritto sancito per legge”.

 
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