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28 Settembre 2020

Pubblicato il

Gaia e Camilla: il ributtante “buon senso” di chi auspica una gioventù prudente

di Federico Zamboni

Fioccano ovunque i commenti convenzionali. Dimenticando che cosa significhi essere giovani, ammesso che lo si sia mai saputo

Togliamo i genitori di Gaia e Camilla, e i loro parenti o amici più stretti: il loro dolore è troppo straziante per chiedere loro di seguirci in quello che diremo.

Ma con tutti gli altri sì, che vogliamo parlare. E lo faremo a muso duro. Perché se non si parte dalla verità – per quanto aspra e inquietante possa apparirci – ogni altra riflessione è viziata in partenza.

La verità si può racchiudere in una frase: la giovinezza brucia. Brucia di vita, di intensità, di bisogno di sperimentare e di sperimentarsi. C’è un’enorme energia. Una smisurata fiducia che spesso acceca. Nessuna saggezza che faccia da contrappeso. Come un’auto, o una moto, che abbia solo l’acceleratore. O al massimo dei freni che non frenano un granché.

Questo, sia chiaro, quando la giovinezza è autentica. Se invece si è nati già mezzi vecchi, o ci si è intrisi anzitempo di paure e cautele, allora il discorso è diverso e lasciamo a ciascuno di valutarne i pro e i contro: probabilmente si eviteranno rischi cospicui e si accumuleranno gli anni a venire come in un magazzino efficiente che è sempre stato ben ordinato; di sicuro ci si priverà di qualcosa che in seguito sarà quasi impossibile recuperare.

Una carenza che finirà sepolta sotto quintali, o tonnellate, di polvere adulta, ma che non per questo verrà colmata. Una cavità, forse una voragine, che nella maggior parte dei casi rimarrà nascosta da qualche parte, là sotto. Occhio non vede, cuore non duole. O magari il contrario: il cuore duole, perché l’occhio non vede. Perché non ha mai visto. Il cuore duole, ma che ci vuoi fare? Sarà stress da lavoro, da famiglia, da preoccupazioni assortite. E inevitabili.

La gioventù che brucia, invece, è fuoco che avvampa. Senza scopo, se per scopo intendiamo un’utilità precisa. Non è fiamma per cuocere, né per forgiare. E nemmeno per scaldare, come obiettivo principale. È la fiamma che danza in bagliori incessanti e si staglia contro il buio. Sono le scintille di un ramo o di un ciocco che si spezza di colpo e crolla sugli altri pezzi di legno. Sono le braci che rimangono alla fine: il fuoco che adesso dorme,  ma che è ancora vivo e potrebbe riprendere in pochi istanti. Se ci aggiungerai il tuo soffio. Il tuo respiro. Il tuo soffio vitale. Oppure se sarà il vento, a ridestarlo.

Un vento casuale, preciserà qualcuno. Il vento del destino, sorriderai tu.

Educare. Non addomesticare

Sono padre anch’io. Di una figlia che ormai è adulta, ma che ha attraversato la propria giovinezza decidendo molte cose di testa propria. Quali cose, esattamente, non l’ho saputo allora e non ho voluto saperlo, in dettaglio, neanche in seguito. Non ero il suo giudice e non dovevo condurre nessuna istruttoria.

Ciò che speravo di riuscire a fare era trasmetterle quel paio di principi indispensabili: il primo era/è che qualsiasi atto comporta delle conseguenze, e che dopo non è consentito cadere dalle nuvole, quantomeno con sé stessi; il secondo è che gli errori non sono affatto un male, se ti servono a capire qualcosa di più su di te e sugli altri, ma se li ripeti all’infinito allora devi chiederti il perché: da quale squilibrio scaturiscono? Quale inquietudine si sforzano di domare, o di nascondere?

Devo dirlo. Non mi è risultato difficile, agire così. Per due motivi, entrambi molto solidi: da un lato, quella indipendenza – ai limiti dell’arroganza – era la stessa che mi ero preso anch’io, a suo tempo; dall’altro, ritenevo e ritengo che i timori di un genitore riguardo all’incolumità dei figli non debbano ostacolarne la crescita. Se provi ansia te la tieni. Se certe volte vorresti essere là per poter combattere al loro posto, devi accettare che non solo non è possibile. Soprattutto non è giusto.

Il tuo compito non è stargli accanto quando sono lontani, ma essere pronto ad accoglierli di nuovo quando tornano dai loro vagabondaggi, dalle loro avventure, dalle loro sciocchezze. Puoi mettere a disposizione quello che sai, come d’altronde dovresti fare di solito. Non devi emettere sentenze, men che meno per soddisfare te stesso o per avere una sorta di rassicurazione. Postuma rispetto a ciò che è già accaduto. Preventiva riguardo a ciò che potrà accadere in futuro.

Che cosa sta accadendo, invece? Che fioccano commenti tra la costernazione e la reprimenda. Commenti, paradossalmente, tanto più puerili quanto più si mostrano “adulti”.

Durante i funerali in chiesa, ad esempio, l’officiante don Gian Mario Botto ha pronunciato un’omelia nella quale, tra l’altro, ha sciorinato queste domande. Ovviamente retoriche, nelle intenzioni. “Qual è il senso della nostra vita? Quando ti metti a guidare sbronzo o fatto? Bere o fumare è il senso della vita?”. Conclusione: “Ci sentiamo tutti onnipotenti, poi non riusciamo a seguire le regole base della convivenza”.

Bel fervorino. Ma che ignora il nocciolo della questione. Il bisogno di intensità che nei giovani è quasi connaturato e che nella società odierna non trova alcun riscontro, salvo poi venderti questo o quel surrogato. Un bisogno di intensità che dovrebbe perdurare lungo l’intera esistenza e che, in tal caso, renderebbe molto più agevole la comprensione reciproca tra le diverse generazioni. Gli adulti come veterani, anziché come pacifisti per sopravvenuta vigliaccheria. O per inguaribile opportunismo.

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Certo: alcol e droghe sono scorciatoie stupide e ingannevoli, ma quali sarebbero le “alternative” offerte dal mondo attuale? A cosa portano, per dirla col prete succitato, “le regole base della convivenza”?

La puerilità sta in questo, laddove invece non sia calcolo mirato ad avviluppare tutto negli schemi oggi dominanti. Nel pretendere che la vita si irreggimenti di buon grado e fin dall’inizio.

Un adulto degno di tal nome direbbe parole del tutto diverse. Perché non nega, e non rinnega, la “follia” della gioventù. Perché sa, essendoci passato, che la saggezza autentica non è cosa che si apprende, ma che si conquista.

Alcuni moriranno, nel tentativo. E però gli altri, gli innumerevoli altri, si saranno temprati.

 
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