Leggendo “Claudio Ranieri in rossoblù. Le cinque stagioni di Re Mida” di Luca Granella e Bruno Corda, abbiamo la sensazione che il calcio smetta di essere soltanto calcio. Le partite restano, certo, come restano le promozioni, le salvezze, le notti tese, i ritorni impossibili, i nomi che hanno attraversato il Cagliari come figure di una grande saga popolare. Ma pagina dopo pagina diventa chiaro che questo libro non vuole soltanto raccontare un allenatore vincente, il libro ha intenzione di custodire un legame. Vuole spiegare perché Claudio Ranieri, per la Sardegna rossoblù, non sia stato semplicemente un tecnico passato due volte sulla stessa panchina, ma una specie di presenza morale, un modo di stare al mondo prima ancora che un modo di stare in campo.
Il volume, pubblicato da GIA Editrice (Giorgio Ariù Editore) e costruito intorno alle cinque stagioni cagliaritane di Ranieri, ha il respiro della memoria lunga. Non corre dietro alla cronaca e nemmeno si limita a mettere in fila risultati e classifiche. Parte da un sentimento antico e lo accompagna fino al suo ritorno più inatteso: quello del dicembre 2022, quando un Cagliari ferito e impantanato in Serie B richiama l’uomo che molti tifosi non avevano mai davvero lasciato andare. Nel libro affiora una frase che da sola basta a spiegare il cuore dell’opera: Ranieri riconosce l’impresa di Leicester, ma afferma che le imprese di Cagliari non le cambierebbe con nulla. È lì che la biografia sportiva diventa appartenenza, ed è lì che Granella e Corda trovano la loro materia più forte.
Un libro sul Cagliari, ma soprattutto sul senso della riconoscenza
La forza del libro sta nel modo in cui trasforma una carriera in un ritorno a casa. Ranieri arriva a Cagliari la prima volta da giovane allenatore, quando il club ha bisogno di futuro e la città cerca di rialzarsi dentro una fase complicata. In tre stagioni costruisce un’ascesa che oggi sembra quasi appartenere a un’altra epoca del calcio: dalla C1 alla Serie A, con una squadra cresciuta non solo nella qualità tecnica, ma nella consapevolezza di sé. Quel primo Ranieri è già riconoscibile: rigoroso, moderno, attento ai dettagli, capace di chiedere molto senza perdere la misura umana del rapporto con i giocatori.
Il ritorno, più di trent’anni dopo, è la parte più emotiva e forse più potente del racconto. Non ha il sapore dell’operazione nostalgica, perché Ranieri non torna per ricevere applausi. Torna per rischiare. Torna sapendo che il ricordo perfetto può essere rovinato dalla realtà. Torna perché in alcune storie lo sport conserva ancora una parola quasi dimenticata: riconoscenza. E il libro coglie benissimo questa dimensione. Il tecnico romano non si presenta come un salvatore calato dall’alto, ma come un uomo che accetta di rientrare dentro una storia che gli appartiene e alla quale sente di dover restituire qualcosa.
Re Mida senza arroganza: l’oro di Ranieri è umano
Il sottotitolo, “Le cinque stagioni di Re Mida”, potrebbe far pensare a una celebrazione trionfalistica. In realtà il libro funziona perché non riduce Ranieri al miracolo facile. Il suo oro non è soltanto quello dei risultati. È l’oro del clima che crea, della fiducia che restituisce, della disciplina che non diventa mai durezza sterile, della capacità di far sentire un gruppo più grande della somma dei singoli.
Granella e Corda insistono su un punto decisivo: Ranieri ha trasformato il “capitale umano” a disposizione in qualcosa di più prezioso. La prefazione ricorda le tre promozioni, la Coppa Italia di Serie C e le due salvezze in Serie A raccolte nelle sue esperienze alla guida del Cagliari, ma questi dati non vengono trattati come medaglie da esporre in bacheca. Diventano prove narrative di una qualità rara: saper incidere senza schiacciare, guidare senza recitare il ruolo del dominatore, comandare senza perdere gentilezza.
È qui che il libro acquista una dimensione più ampia. In un calcio spesso urlato, abitato da slogan e personaggi costruiti per occupare la scena, Ranieri appare come un’eccezione luminosa: un uomo che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. La sua autorevolezza non nasce dalla posa, ma dalla coerenza. Non promette favole, prepara il lavoro quotidiano. Non vende illusioni, chiede sacrificio. E proprio per questo, quando la favola arriva, sembra più vera.
La Sardegna come destino sportivo e sentimentale
Uno degli aspetti più riusciti della recensione interna che il libro sollecita nel lettore è la presenza costante della Sardegna. Non come fondale turistico, non come cartolina, ma come comunità emotiva. Cagliari, l’Amsicora, l’Unipol Domus, la Sella del Diavolo, Elmas, il Poetto: i luoghi non fanno da cornice, partecipano al racconto. Sono spazi della memoria, punti in cui il calcio diventa identità.
Il Cagliari di Ranieri è una squadra, ma anche una lingua comune. È il luogo in cui la distanza tra Roma e Sardegna si annulla, perché il tecnico di San Saba diventa, nel tempo, un sardo acquisito. Il libro non forza questo passaggio: lo lascia emergere dalle immagini, dalle testimonianze, dalla fedeltà dei ricordi. Ranieri viene amato perché vince, ma soprattutto perché rispetta. Rispetta la maglia, la città, i tifosi, i limiti e le fragilità dei suoi giocatori. È un rispetto che i sardi riconoscono, perché non ha bisogno di essere spiegato troppe volte.
Il ritorno del 2022: quando la memoria diventa presente
La sezione dedicata al ritorno di Ranieri è quella in cui il libro trova il suo battito più caldo. Il Cagliari non è una squadra serena. È una squadra smarrita, lontana dall’obiettivo, appesantita dalla retrocessione e dalla paura di non riuscire a tornare subito dove sente di appartenere. L’arrivo del Mister cambia il clima ancora prima della classifica. Riaccende un patto, rimette in moto un ambiente, riporta i tifosi dentro una storia che sembrava essersi inceppata.
La promozione conquistata a Bari, con il gol di Pavoletti all’ultimo respiro, è raccontata come una scena che supera il risultato. È il punto in cui la razionalità sportiva cede il passo alla potenza del mito. Non perché il calcio debba essere sempre epico, ma perché certe partite sembrano scritte da una memoria collettiva. Il libro coglie quel momento come un’esplosione liberatoria: un’isola intera che trattiene il fiato, poi ritrova la voce.
La salvezza successiva in Serie A completa il cerchio. Ranieri aveva avvertito che sarebbero arrivate “libecciate”, e il Cagliari le attraversa davvero. La metafora è perfetta perché appartiene alla Sardegna e al carattere del suo popolo: resistere al vento, non negarlo. In quella stagione c’è il Ranieri più maturo, forse il più essenziale. Non quello che deve dimostrare, ma quello che deve accompagnare una squadra dentro la paura e portarla fuori con dignità.
Granella e Corda scelgono il registro giusto: memoria, dettaglio, voce
Il merito di Luca Granella e Bruno Corda è quello di non scrivere un libro freddo. La documentazione c’è, il percorso sportivo è ricostruito, le tappe ci sono. Ma l’anima del volume sta nel tono. La scrittura cerca la vibrazione umana degli eventi, non soltanto il loro ordine. La presenza di Bruno Corda, voce e memoria del giornalismo sportivo sardo, dà profondità al racconto e rafforza il legame con l’ambiente rossoblù. Granella, dal canto suo, lavora sulla dimensione narrativa, sulla malinconia dei ritorni, sul tempo che passa e a volte concede una seconda occasione.
Il libro è anche un archivio di testimonianze. I giocatori, gli amici, le figure vicine al Cagliari e a Ranieri non servono solo a confermare la grandezza del tecnico. Servono a comporre un ritratto corale. Ognuno aggiunge un frammento: l’allenatore, il padre sportivo, il gentiluomo, il motivatore, il professionista, l’uomo capace di ricordare che prima del calciatore viene la persona.
Una recensione non può ignorare il limite più bello del libro
Il limite del volume, se così si può chiamare, coincide con la sua natura più sincera: è un libro innamorato. Non cerca la distanza critica assoluta, non vuole raffreddare il sentimento, non finge neutralità davanti a una storia che nasce già come atto di gratitudine. Ma proprio questa scelta lo rende coerente. Non siamo davanti a un’inchiesta sulla carriera di Ranieri, ma a un’opera di memoria sportiva e affettiva. Chi cerca il puro dato tecnico lo troverà, ma dovrà accettare che il vero centro del libro è un altro: capire perché certi allenatori, in certi luoghi, smettono di appartenere solo agli almanacchi.
E Ranieri, nel Cagliari, appartiene a questa categoria. Non è soltanto il tecnico delle promozioni e delle salvezze. È l’uomo che ha dato una forma riconoscibile alla speranza. È quello che ha insegnato che si può vincere senza diventare arroganti, perdere senza smarrire classe, salutare senza spezzare il legame.
Il libro di un addio che non sembra mai definitivo
“Claudio Ranieri in rossoblù” è soprattutto il libro di un cerchio. Il primo addio del 1991, le lacrime, la lunga carriera europea, Leicester sullo sfondo come impresa planetaria, poi Cagliari di nuovo, il ritorno, Bari, la salvezza, l’abbraccio finale. Ma leggendo queste pagine si ha la sensazione che il congedo non sia davvero una fine. Ranieri resta dentro la memoria del Cagliari come restano alcune figure familiari: non servono ogni giorno, ma nei momenti decisivi si torna sempre a misurare il presente con il loro esempio.
Per questo il libro di Granella e Corda funziona. Perché racconta il calcio come materia viva, fatta di campo e di destino, di allenamenti e di promesse mantenute, di risultati e di pudore. È una recensione della grandezza gentile, un omaggio a un uomo che ha attraversato epoche diverse senza perdere la propria voce.
Alla fine resta una convinzione netta: questo non è soltanto un libro per tifosi del Cagliari. È un libro per chi crede che lo sport possa ancora produrre educazione sentimentale, memoria condivisa, bellezza morale. Ranieri in rossoblù è stato tutto questo. E nelle pagine di Luca Granella e Bruno Corda continua a esserlo: Re Mida, sì, ma senza corona ostentata. Un re riconosciuto dal popolo perché non ha mai smesso di comportarsi da uomo.
