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08 Dicembre 2021

Pubblicato il

Cgil, Arci, Libera e associazioni varie. Logo: “Roma non sta a guardare”

di Federico Zamboni
L’appello è a lottare contro disuguaglianze, mafie e ogni tipo di razzismo. Ma nel mirino c’è innanzitutto Salvini

Fritto misto, al sugo rosso. La manifestazione che si svolgerà oggi a Roma, con partenza alle 14 da piazza della Repubblica, si presenta così: ‘Combattiamo le disuguaglianze, le mafie e ogni tipo di razzismo. Sosteniamo l’accoglienza e la solidarietà sociale’.

A promuovere l’iniziativa, che come viene puntualmente sottolineato dagli organizzatori, “sarà una delle prime dopo la conversione in legge del decreto Salvini”, è una serie di soggetti a dir poco eterogenei. Che vanno dalle grosse organizzazioni come la Cgil e l’Arci a entità molto meno strutturate, come la Casa internazionale delle donne, il movimento per il Diritto all’abitare e, citando da quanto riportato sul sito della stessa Cgil, ‘tante altre piccole associazioni della galassia della sinistra sociale’.

Lo slogan principale è ‘Roma non sta a guardare’. Il sottotitolo è invece ‘Una di noi, uno di noi’. E riguardo a quest’ultimo il segretario della Cgil di Roma e del Lazio, Roberto Giordano, si esprime così: “Significa riunire tutte insieme quelle persone che per ragioni di genere, di esclusione da certi diritti, o per etnia sono lasciate ai margine della società in situazioni di disagio, spinte a farsi la guerra tra loro, una guerra tra ultimi e penultimi che noi vogliamo evitare unendo insieme queste istanze, identificandoci tra noi, appunto ‘una di noi, uno di noi’, che non significa solo mutualismo sociale, ma anche provare tutti insieme a cambiare le condizioni che poi determinano le diseguaglianze, perché nessuno può farcela da solo. L’obiettivo è ricostruire, partendo dai singoli individui, una comunità e questa manifestazione è solo la prima tappa di un percorso”.

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‘Roma non sta a guardare’. E la Cgil?

Come al solito, trattandosi di manifestazioni pubbliche, i proclami sono altisonanti. Peccato che non trovino un adeguato riscontro nelle posizioni assunte dal sindacato nel corso degli ultimi decenni.

Al di là delle prese di posizione sui grandi temi, come la contrarietà all’abolizione dell’articolo 18 o al Jobs Act del governo Renzi, l’atteggiamento generale è stato quello di una ‘ragionevole’ accettazione dei processi che hanno via via indebolito, e impoverito, i lavoratori italiani. Così come l’ex PCI, che a ogni cambiamento di nome ha ulteriormente annacquato le sue matrici socialiste per trasformarsi in una sorta di nuova DC (con meno Vaticano ma ancora più Washington), ci si è via via appiattiti sui modelli imposti dalla controffensiva liberista. Ossia, per citare un solo nome per tutti, dai manager alla Marchionne.

Tornare a dire, come fa Roberto Giordano, che l’intento è quello di “provare tutti insieme a cambiare le condizioni che determinano le diseguaglianze” ha una credibilità pari a zero. Perché quelle diseguaglianze non dipendono certo dal governo attuale, e men che meno dal Decreto Sicurezza voluto da Salvini, ma dall’affermarsi di un’economia sempre più spietata e iniqua. Che in nome della competizione globale ha scardinato le tutele preesistenti, rendendo la precarietà la nuova regola, falcidiando le retribuzioni e peggiorando di molto il sistema pensionistico.

Gli organizzatori della manifestazione di oggi si scagliano contro le nuove norme sull’ordine pubblico e le definiscono “una tragedia di cui ci apprestiamo a vivere le conseguenze: una città stracolma di persone senza casa e senza diritti e che commette l’atrocità di accostare in una legge le parole sicurezza e immigrazione”.

Farebbero meglio, molto meglio, a riflettere sulle trasformazioni socioeconomiche che sono derivate dagli Accordi (accordi, sic) di Maastricht e dall’introduzione dell’euro. Nonché su quell’altra ‘vecchia’ questione che è l’imperialismo occidentale, e innanzitutto angloamericano, in giro per il pianeta. Africa in primis.

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