Prima pagina » Spettacoli » Barbara Steele, regina dei primi film horror italiani

Barbara Steele, regina dei primi film horror italiani

Solo un grandioso regista italiano saprà donarle un ruolo di ammaliatrice, valorizzando la sua effettiva bellezza “maledetta”: Federico Fellini con “8 e ½”

Ancora oggi, a ottanta anni suonati, incute terrore e inquietudine con la sua capacità incredibile di interpretare donne cattive e psicopatiche nel corso della sua lunga carriera. Una dote di immedesimazione talmente convincente da portare gli spettatori degli anni Sessanta a confonderla con le sue eroine e a gettare su di lei l’onta della maledizione.

Stiamo parlando di Barbara Steele, regina incontrastata dei primi film horror italiani e che, ingiustamente relegata, avrebbe ancora tanto da raccontare.

Barbara Steele (Birkenhead 1937) è un’attrice inglese quasi sconosciuta al pubblico odierno medio. Eppure, gli appassionati del genere horror la considerano tutt’oggi un’icona di stile e di interpretazione.

Da giovanissima il suo interesse è rivolto alla pittura. Figlia di una pianista e di un direttore d’azienda studia scenografia e teatro alla Chelsea Art School della London University e successivamente alla Sorbona. Il mondo della recitazione non sembra essere il suo sogno finché, in una pièce teatrale, si trova a sostituire per caso l’attrice protagonista in uno spettacolo a Glasgow.

Da lì, comincia a esibirsi come spalla finché il produttore Olive Dodds la mette sotto contratto per l’ormai decadente Rank. Inizialmente, viene utilizzata per commedie brillanti. Nel 1960, parte alla volta degli States per interpretare “Flamingo star” accanto a Elvis Presley. Potrebbe essere la sua occasione, quella che tutte le esordienti cercano e, invece, la costringono a tingersi di biondo e a parlare con un marcato accento del sud. Abbandona immediatamente il set.

Un inaspettato quanto tempistico sciopero di un gruppo di attori hollywoodiani  diretti in Italia è l’occasione che lei cerca per conoscere da vicino il Bel Paese.

Si lascia convincere e, con grande coraggio e spirito d’avventura, giunge nella Penisola conoscendo il regista esordiente Mario Bava che farà di lei una diva del genere.

Tratto dal racconto di Gogol, il Vij, “La maschera del demonio” di Bava è il primo gotico italiano a narrare di un vampiro inconsueto rispetto alle precedenti versioni di Dracula e la Strega Asa, interpretata dalla Steele, bruciata e vessata, rinchiusa e risvegliata dopo secoli fa il resto. Le atmosfere oscure, l’inquietudine che corre in tutta la pellicola, la fotografia molto raffinata e i dettagli crudi (come quello della pelle arsa della strega) portano il pubblico italiano, in primis, a spostare l’immaginario dal film ‘di paura e fantasia’ all’orrore vero e proprio.

L’impatto recitativo della Steele non passa inosservato, tanto che Roger Corman la vuole con sé nel famoso ‘Il pozzo e il pendolo’ del 1961 accanto all’amatissimo Vincent Price.

Gli anni successivi sono un susseguirsi di stimoli e nuovi ruoli sempre di genere gotico e  horror. Riccardo Freda la vuole ne “L’Orribile segreto del Dr Hitchcock” e ne “Lo spettro” (1963). Interpreta streghe, donne demoniache a cui dona i suoi enormi e sgranati occhi neri, i suoi zigomi pronunciati, la pelle di luna e le labbra carnose. La sua bellezza conturbante e agghiacciante, unita alle sue grandi capacità di immedesimazione nel dolore e nella drammaticità, la relegano purtroppo nel genere dark che le dona successo.

Gli italiani, nello specifico, non sono abituati a questo tipo di pellicole soprattutto in un’epoca in cui la fanno da padrone le commedie e i ricordi del secondo dopo guerra. Questo tipo di cinema “all’americana” non fa per loro. Un delitto avvenuto a Torino nel 1965, durante la proiezione di ‘Amanti d’oltretomba’ sintetizza il pensiero appena espresso: un ragazzo strangola nella toilette di un cinema la ragazza con cui vedeva il film.

La Steele viene immediatamente tacciata di poteri maledetti, di essere una strega, di aver trapassato lo schermo ed essersi impossessata dello spirito del povero ragazzo.

La Steele farà appena in tempo a interpretare due pellicole di Antonio Margheriti tra cui il suggestivo e tenebroso ‘I lunghi capelli della morte’ e, sposatasi con lo sceneggiatore James Poe (un cognome, un destino…) si dedicherà principalmente al ruolo di produttrice.

Solo un grandioso regista italiano saprà donarle un ruolo di ammaliatrice, portando in luce la sua effettiva bellezza ‘maledetta’ : Federico Fellini con il suo capolavoro ‘8 e ½’ in cui la Steele è Gloria Morin, la Medusa che schiavizza un povero Mario Pisu e incanta un ‘macho’ come Mastroianni.

Gli anni Settanta vedono la Steele impegnata in pochi ruoli cameo. Su tutti ricordiamo ‘Femmine in gabbia’ di Jonathan Demme (1975), “Pretty baby” di Louis Malle (1978) e il ruolo da dottoressa nella parodia de ‘Lo squalo’ ovvero il secondo ‘Piranha’ del 1978 (l’originale era stato distribuito nelle sale qualche anno prima).

David Cronenberg, nella pellicola del 1975 “Il demone sotto la pelle” le regala la parte di una delle represse donne del paese alle quali viene inoculato un virus in grado di riportare in vita gli istinti sessuali repressi dalla ragione e che provocherà un’inarrestabile epidemia.

Il film che fece quasi tracollare la carriera di Cronenberg, proprio a causa del tema affrontato in maniera così forte e cruda, donerà un nuovo respiro alla Steele che proprio recentemente è apparsa di nuovo in due pellicole horror.

In ‘Lost river’ (2014) di Ryan Gosling al debutto come regista,  presentato a Cannes nella sezione ‘ Un certain regard’ la Steele interpreta la nonna di una famiglia che deve salvarsi attraversando un varco misterico ,sospeso tra follia e realtà.

La sua interpretazione, però, si è potuta di nuovo vedere in opera nella pellicola del giovane regista vicentino Gionata Zarantonello nel 2012, “The butterfly room- La stanza delle farfalle”. Ann, questo il nome della disturbata donna interpretata dalla Steele, non teme il confronto con il tempo passato sulle sue rughe e le sue mani deformate dalla vecchiaia, anzi ne fa un punto di forza. Lo sguardo è sempre quello degli esordi : imbalsama e circuisce bimbe innocenti, uccide chiunque si metta tra lei e la sua stessa lucida follia per  preservare la sua apparente docilità, soprattutto con il vicinato. Quando, però, la vendetta si abbatte su di lei, nella stanza delle farfalle e degli orrori, saprà trasmettere il suo male alla figlia prediletta per protrarre la follia negli anni che verranno.

Profanata e torturata da sventurati passanti, lunghissimi capelli mossi tipici delle streghe nell’immaginario dell’epoca, la Steele ha saputo donare al genere horror una dignità interpretativa che poche colleghe, in seguito, sapranno eguagliare.

Eleonora Pozzuoli

( Articolo già pubblicato su Le Città Delle Donne )

Lascia un commento