21 Aprile 2021

Pubblicato il

Ambiente, l’insostenibile leggerezza dell’essere gretini

di Mirko Ciminiello

Macron vuole sprecare 100 miliardi l’anno, la plastic tax serve solo a fare cassa. E l’ultima goccia è il disimpegno di ArcelorMittal

Cento miliardi di dollari l’anno entro il 2025 per combattere i cambiamenti climatici. È la richiesta che il Presidente francese Emmanuel Macron e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno rivolto da Pechino ai Paesi sviluppati: i quali dovrebbero ringraziare che l’atavica grandeur di Monsieur le Président non lo abbia spinto, farneticazione per farneticazione, a chiedere una cifra ancora più alta – tanto è facile spendere i soldi degli altri.

Sul perché si tratti una lotta contro i mulini a vento abbiamo già argomentato a sufficienza, quindi non ci ripeteremo: se non per sottolineare che il clima non è mai statico e immutabile, e che da un punto di vista semantico bisognerebbe almeno parlare di “cambiamenti climatici di origine antropica” – dizione che però manderebbe all’aria il castello di carta, visto che l’uomo ha sul clima un impatto minimo.

Dev’essere comunque l’aria dell’Estremo Oriente. In fondo, erano passati solo due giorni da quando il capo politico pentastellato Luigi Di Maio, parlando a Shangai della Plastic Tax, aveva commentato che «i politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni». Consideriamo pure un peccato veniale il fatto che la citazione (di James Freeman Clarke) fosse in realtà leggermente diversa, e stendiamo un velo pietoso sulla sua patetica rodomontata.

Ciò che invece appare interessante è la consapevolezza del Giggino versione cinese che l’imposta verde farà perdere (altri) voti agli azionisti di maggioranza del BisConte. Il che, intendiamoci, vale praticamente per ogni balzello, ma nel caso specifico è sintomatico di una forma mentis per cui i sacrifici verdi vanno bene, purché siano altri a farli. Se poi questo indichi un certo atteggiamento machiavellico o una riluttanza di fondo a far propri i vaneggiamenti pseudo-ambientalisti a reti unificate lo scopriremo solo vivendo.

Intanto però si può già affermare che il leader M5S non è nemmeno troppo fortunato: è stato infatti lo stesso Governo di cui fa parte, attraverso una relazione tecnica depositata al Senato e allegata al testo della Manovra, a certificare l’inutilità di una misura che serve praticamente solo a fare cassa, ma avrà effetti essenzialmente nulli sulla tutela dell’ambiente (cosa che, detto per inciso, vale anche per la Sugar Tax). Tanto è vero che l’esecutivo rosso-giallo sta pensando anche a un incentivo che spinga gli industriali della plastica a riconvertire i propri impianti in fabbriche di prodotti biodegradabili e compostabili.

Il problema di fondo resta comunque la sottomissione globale e globalizzata a una teoria senza nessuna base scientifica (perché di questo si tratta): tanto più nefasta e deleteria in quanto non si fa scrupolo di gettare al vento risorse che potrebbero invece essere utilizzate per favorire lo sviluppo di popoli e Nazioni.

Se poi la genuflessione al gretinismo imperante si accompagna alla brevimiranza della politica e alla visione puramente ideologica di certa magistratura, abbiamo il non plus ultra: tipo il caso, gravissimo, dell’ex Ilva di Taranto, dove la somma di queste tre calamità artificiali ha portato all’annunciato disimpegno di ArcelorMittal, che era pronta a un investimento da 4,2 miliardi.

Il recesso del contratto, secondo la multinazionale dell’acciaio, è giustificato dalla rimozione dello scudo penale sul piano ambientale, dal rischio che i giudici pugliesi impongano lo spegnimento dell’altoforno 2 (e a seguire anche degli altiforni 1 e 4, cui sarebbero precauzionalmente applicabili le stesse prescrizioni), e dal clima di ostilità dovuto «alle molteplici iniziative e dichiarazioni da parte di istituzioni e amministrazioni nazionali e locali contrarie alla realizzazione del piano industriale e del piano ambientale».

Tipo, per dirne una, la grillina Barbara Lezzi, ex Ministro per il Sud e prima firmataria dell’emendamento anti-immunità: provvedimento che, secondo alcuni, ha fornito ai proprietari indiani un pretesto per un ritiro pianificato da tempo.

Il Governo «deve togliere ogni alibi ad ArcelorMittal» ha dichiarato per esempio il segretario della CGIL Maurizio Landini, aggiungendo però che «non si può imputare ad ArcelorMittal cose che possono riguardare chi ha gestito l’azienda prima di lei» (e per esserci arrivato perfino Landini…).

Il più duro però è stato Carlo Calenda, che ha rimarcato come l’Italia rischi di perdere la più grande acciaieria europea, il più grande impianto del Mezzogiorno, il più grande investitore da 40 anni a questa parte. «Questi sono un branco di dilettanti allo sbaraglio» ha tuonato l’ex Ministro dello Sviluppo economico. E il problema è che ha perfettamente ragione.

In psicologia esiste una tesi paradossale, chiamata "Principio di Peter" dal nome del suo enunciatore, che in sostanza postula che, in una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza. Tuttavia, parecchi esponenti del Conte-bis e praticamente tutti i Cinque Stelle stanno a dimostrare che Laurence J. Peter si sbagliava: superare questo limite è possibile. Ma con le conseguenze che tutti abbiamo oggi di fronte. E con tanti saluti alla capacità, alla logica e al buonsenso, improvvisamente divenuti – questi sì – biodegradabili.

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