Treni ad alta velocità, dopo i disastri in Spagna la paura anche a Roma: perché niente cinture?
Spagna, due disastri ferroviari in tre giorni e paura anche a Roma: perché sui treni AV non ci sono cinture? La risposta non è scontata e cosa cambierebbe davvero
Trenitalia - Romait.it (Fonte Depositphotos)
Quando scorrono le immagini di un convoglio accartocciato, la mente corre veloce: “Se ci fossero state le cinture, quante persone si sarebbero salvate?”. È una reazione umana, immediata, che in queste ore molti viaggiatori si stanno portando dietro anche sui Frecciarossa e sugli Italo, da Termini verso Milano o Napoli, con lo stesso pensiero che torna alla prima frenata brusca.
Disastri ferroviari in Spagna, i fatti che alimentano l’ansia dei passeggeri
La sequenza che ha colpito la Spagna è stata ravvicinata. Domenica 18 gennaio un grave scontro nel Sud, vicino Adamuz (Cordoba), ha coinvolto un treno ad alta velocità e un regionale: le autorità e i media hanno aggiornato il bilancio a oltre 40 vittime e molti feriti, mentre è partita l’inchiesta dell’organismo investigativo del Ministero dei Trasporti.
Poche ore dopo, nei pressi di Barcellona, un treno pendolari è deragliato in seguito al crollo di un muro di contenimento sui binari, con un morto e decine di feriti. Piogge, terreno bagnato, controlli da fare: anche qui l’attenzione si è spostata subito su manutenzione e vulnerabilità dell’infrastruttura.
Cinture sui treni ad alta velocità: perché non esistono come in auto e in aereo
Sulle auto l’obbligo è scritto nero su bianco nelle norme europee: cinture da installare e da usare, perché l’urto tipico della strada scarica il corpo in avanti in modo violento.
Sui treni, invece, la filosofia è diversa: si parte dall’idea che il rischio principale vada prevenuto prima, con segnalamento, sistemi di controllo, regole di circolazione, standard di interoperabilità. Quando qualcosa va storto, la protezione del passeggero passa anche da sedili, tavolini, fissaggi e materiali progettati per limitare lesioni da impatto con gli interni.
E poi c’è una cosa che chi prende spesso il treno conosce bene: non si viaggia sempre “inchiodati” al sedile. Ci si alza, si cammina, si cambia carrozza. Su tante linee ci sono persone in piedi. Un ente di ricerca sulla sicurezza dei trasporti ha spiegato che l’obbligo di cintura nel trasporto pubblico ridurrebbe o vieterebbe i passeggeri in piedi e inciderebbe sulla capacità.
Le cinture potrebbero aiutare, ma potrebbero anche peggiorare alcune situazioni
Qui arriva la parte meno intuitiva. In un incidente ferroviario serio, la dinamica non è “uguale” a quella dell’auto. Una carrozza può inclinarsi, ribaltarsi, deformarsi. In certi scenari, essere legati al sedile rende più difficile uscire in fretta, soprattutto se serve raggiungere un’uscita alternativa o se l’orientamento della carrozza cambia. Studi discussi in ambito ferroviario britannico hanno sottolineato che le cinture potrebbero aumentare il rischio di lesioni in specifiche condizioni e rendere più complessa l’evacuazione.
Molti tecnici, in questi anni, hanno preferito concentrarsi su sedili “più intelligenti”: strutture che assorbano energia e riducano l’impatto del corpo su spigoli e superfici. Anche ricerche recenti parlano di potenziare la crashworthiness delle sedute come alternativa più realistica rispetto a installazioni di cinture su larga scala.
Cosa si può chiedere davvero dopo la paura: manutenzione, interni, informazione
Per chi viaggia da Roma, la domanda sulle cinture spesso nasconde un’esigenza più profonda: fidarsi. E la fiducia nasce da cose concrete. Primo: infrastrutture curate e controlli serrati, soprattutto dopo piogge intense o dissesti, come hanno ricordato le prime ricostruzioni sul deragliamento vicino Barcellona.
Secondo: trasparenza sulle indagini e tempi rapidi nel comunicare ciò che è accertato, evitando voci. Terzo: investimenti su sicurezza passiva interna, fissaggi di tavolini e arredi, sedili più protettivi, segnaletica e istruzioni chiare in carrozza, perché nel panico la differenza la fa capire subito cosa fare.
La domanda “perché non c’è la cintura” resta legittima, ma se diventa l’unico metro di giudizio rischia di farci perdere il centro: la ferrovia è sicura quando l’incidente viene evitato, e quando, se accade, ogni dettaglio del sistema riduce conseguenze e accelera i soccorsi. La lezione spagnola, dolorosa, può servire anche a questo: pretendere sicurezza senza soluzioni facili, ma con scelte misurabili.
