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Ecco il Teorema Trump: “Mi serve, sono armato, me lo prendo”

Bisognava capirlo da moltissimo tempo, cosa sono gli USA. E chi abbia gli occhi aperti, e il cuore libero, non ha mai avuto dubbi sulla loro protervia

Donald Trump, Venezuela

Oggi il Venezuela. Con la scusa della droga. Con lo scopo di appropriarsi degli immensi giacimenti di petrolio e di eliminare una nazione bolivariana, ossia socialista.

Oggi il Venezuela. E con l’America latina non è ancora finita. Ma dire “latina” è dire poco: sarebbe più esatto parlare di qualsiasi parte del continente americano, dal nord del Canada all’estremo sud. Qualsiasi Paese che non sia già sotto il controllo diretto degli Stati Uniti o comunque prono ai voleri di Washington, in chiave sia politica sia economica.

Domani la Groenlandia: non come un’ipotesi remota ma come un obiettivo specifico e ravvicinato. Se possibile da comprare, manco fosse un terreno privato di cui c’è da discutere solo il prezzo, ammesso che la Danimarca gliela possa/voglia vendere. O altrimenti da acquisire invadendola: let’s go, mandiamo la Delta Force, i Marines, lo decideremo col Pentagono, e il gioco è fatto.

Nuova situazione, nuovo status quo. Le proteste passano, i vantaggi restano. Chi è in grado di impedirlo, d’altronde? Di sicuro non la UE. La Russia è impegnata altrove. La Cina preferisce, almeno per ora, la via delle guerre commerciali. E magari, nel frattempo, coglierà la palla al balzo per fare più o meno lo stesso con Taiwan. Un accordo implicito: voi USA spadroneggiate nel vostro emisfero occidentale, noi cinesi ci allarghiamo in Asia.

L’agognato multilateralismo. Che non è per nulla un sinonimo di pace globale ma l’accomodamento dei rapporti tra le superpotenze: ognuno ha mano libera nelle rispettive aree di influenza e tutti gli altri si adeguano. Per amore o per forza. Per convenienza o per paura.

Ma in ogni caso, ed è questo il punto cruciale, con la rinuncia alla propria libertà di scelta. Nessuna vera sovranità, neanche l’ombra di un’autentica dignità.

Se va bene (si fa per dire) una compartecipazione ai dividendi della holding in cui si è inglobati. Alle briciole o agli avanzi della mensa del padrone.

Ma dov’è, la novità?

Bisognava capirlo da moltissimo tempo, cosa sono gli USA. E chi abbia gli occhi aperti, e il cuore libero, non ha mai avuto dubbi sulla loro protervia. Sulle loro pretese di egemonizzare il mondo: non certo in nome di ideali disinteressati ma per soggiogare gli altri Paesi e gli altri popoli. Allo scopo di asservirli e di sfruttarne – o persino depredarne – le risorse.

Chi invece se ne renda conto solo adesso dovrebbe chiedersi innanzitutto perché ci arrivi così tardi.

Mentre quelli che si ostinano a difenderli, addirittura a esaltarli, sono palesemente irrecuperabili: per indole o per opportunismo sono schierati dalla parte dei Signori di Oltreoceano e di sicuro rimarranno dove sono, arrampicandosi sugli specchi di una retorica da quattro soldi (da quattro dollari…) che riesce allo stesso tempo a essere risibile e rivoltante.

Rivoltante nel suo servilismo automatico e persino compiaciuto. Vedi i quotidiani “di destra”, con la parziale eccezione della Verità, che il 4 gennaio, all’indomani del rapimento di Maduro, si sono sperticati nella celebrazione del blitz.

Tommaso Cerno sul Giornale: “God bless America! Donald Trump ha fatto cadere il regime di Maduro. Non ha invaso nessuno, ha deposto un dittatore e un burattinaio del narcotraffico e dell’immigrazione clandestina, per processarlo a New York. Come fecero gli USA nel 1945 in Europa se la sinistra non ha cambiato idea anche su questo. Era ora che l’Occidente si desse una sveglia”.

Mario Sechi su Libero: “il Venezuela non sarà il 51° Stato americano, sarà un elemento importante del ‘giardino di casa’, un tassello nel mosaico di un Sudamerica con qualche dittatore in meno e molta più libertà politica ed economica di quanta ne abbia mai visto con Chavez e i suoi epigoni, e anche questo non mi pare un fatto nuovo, semplicemente la realtà che si realizza ‘after victory’ (titolo di un importante libro di John Ikenberry), dopo la vittoria. Ha vinto, la caduta di un dittatore è una buona notizia, è un mestiere che fa l’America, rassegnatevi”.     

Risibile in assoluto: perché imperniata su una difesa d’ufficio che tutto giustifica e tutto perdona. In passato l’accusa sparsa a piene mani era il terrorismo. Adesso è il narcotraffico. In entrambi i casi, la dicitura è la medesima: i Paesi canaglia. Nel sottinteso che invece gli USA siano una nazione di gentlemen, dagli intenti pacifici e dai metodi equanimi. Un faro di democrazia e di libertà civili. E pazienza se sono nati dal massacro sistematico dei nativi e se a tutt’oggi restano gli unici ad aver utilizzato la bomba atomica. Per non parlare di tutte le guerre che hanno iniziato e non finito, lasciando nelle peste quelli che avevano creduto nel loro appoggio a oltranza. Né di tutte le aggressioni più o meno pretestuose, a cominciare dall’Iraq di Saddam e dalle sue fantomatiche “armi di distruzione di massa”.

Che sarà mai? I buoni hanno sempre ragione. Anche quando, per pura necessità, sono costretti a fare cose cattive.

Noi europei, succubi da 80 anni

Immaginare una via d’uscita, da questo assoggettamento che prosegue da quasi un secolo, non è affatto facile. E figuriamoci realizzarla: non può certo bastare una dichiarazione di intenti, quand’anche firmata in pompa magna e sotto l’egida di un nome suggestivo (“I nuovi volenterosi”? “Liberi europei”? “Combattenti della democrazia”?).

Ma se gli approdi sono remoti, e per nulla garantiti, i punti di partenza sono lampanti. E chiunque sia in buonafede li dovrebbe riconoscere. Non come una situazione di fatto che è piovuta dal cielo senza che la si potesse comprendere e prevedere, ma nelle sue strategie a lungo termine e nelle sue tattiche incessanti.

L’attuale pressione di Washington non è una spiacevole parentesi che incrina, momentaneamente, un rapporto tra pari. Non è una subordinazione improvvisa che si è determinata chissà come e che va ridotta a delle divergenze secondarie, o agli eccessi megalomani di una figura dirompente, ma anomala, come Donald Trump.

La vera chiave di lettura è che l’assoggettamento ha radici lontane e che ha usato l’apologia dei valori comuni (occidentali, oh yes) per nascondere le sue reali finalità. Che mirano all’eliminazione progressiva di ciò che rende l’Europa profondamente diversa dagli USA, su un piano che è prepolitico e che scaturisce da un passato plurimillenario.

Benché degradata e decadente, l’antropologia europea conserva le tracce, e i semi, di una civiltà che è assai distante dall’american way of life. Dal suo spaventoso/nevrotico miscuglio di fanatismo religioso, con pretese messianiche, e di smanie di arricchimento con ogni mezzo e di consumismo senza ritegno.

Una destra che non sia appiattita sul dominio dell’economia mercatista deve essere conscia di questa fondamentale differenza e fare di tutto per difenderla. Senza farsi sedurre, e fuorviare, dal fatto pur apprezzabile che Trump e i suoi si siano scagliati contro i deliri del politically correct e delle sue versioni ancora più fanatiche, come i woke e la cancel culture.

Mettersi nella scia del movimento MAGA è la cosa più sbagliata. Un abbaglio se ci si crede davvero. Una mistificazione se lo si fa in modo consapevole e deliberato. 

Quella sigla, che sta appunto per Make America Great Again, non è un modello che possiamo importare. Non esiste alcuno spazio effettivo per trasformarlo in un parallelo MEGA, Make Europe Great Again.

La grandezza degli Stati Uniti esige la piccolezza altrui. Compresa, o innanzitutto, quella dell’Europa. È semplice. Non saremo mai una consociata di Washington, bensì una sua succursale. Sempre che invece, diventando un asset più ingombrante che redditizio, non decidano di abbandonarci alle nostre debolezze.

Passando a uno sfruttamento economico che sconfina nel saccheggio e che non ha più bisogno di simulare una consonanza politica o un’affinità valoriale.

Gerardo Valentini – presidente Movimento Cantiere Italia