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Tre moschettieri sul filo dell’abisso

Nonostante la sua adesione al nazismo, alla fine degli anni ’30 Jünger pubblica un libro come “Sulle scogliere di marmo”, larvata ma non troppo esaltazione del tirannicidio

Martin Heidegger

Martin Heidegger

La cultura filosofica tedesca, in epoca contemporanea, è un esempio lampante di come il piano metafisico (o post-metafisico) e il piano etico (o etico-politico) possano essere – radicalmente – scissi e separati.

In tempi non sospetti, lo rivendicò il giovane Thomas Mann (1875-1955) con le sue “Considerazioni di un impolitico” (ed. it. Adelphi) del 1918. Da una parte l’illuminismo europeo anglo-francese, dall’altra le ragioni dello spirito tedesco.

Fu, tuttavia, lo stesso Thomas Mann a risolvere il dilemma, quando – a partire dall’inizio degli anni ’20 del Novecento – comprese le ragioni della repubblica e del socialismo e, un decennio prima dell’avvento di Hitler, conciliò le istanze dello spirito tedesco con quelle dell’umanesimo e della democrazia.

Direttore d’orchestra

Il primo ad eseguire questa musica, nella cultura tedesca, fu Nietzsche. Ma i suoi amici di gioventù, Wagner e Burckhardt, non furono da meno. Una cultura dionisiaca, inebriata dalla volontà di potenza e dal super-uomo (o dall’oltre-uomo, secondo la traduzione di G. Vattimo), dalla morte di Dio, dalla trasvalutazione di tutti i valori, ha preparato il terreno a certi terribili fraintendimenti del Novecento.

Eppure non bisogna banalizzare Nietzsche, sottovalutare il suo gigantesco contributo speculativo o, peggio ancora, farne un precursore del nazismo. Nietzsche detestava l’antisemitismo ed era perfettamente consapevole del grande contributo dell’ebraismo alla cultura occidentale ed europea.

Eppure, in pagine estremamente significative della prima dissertazione di “Genealogia della morale” (1887, ed. it. Adelphi), egli esalta il grande dominatore, la magnifica bionda bestia “avida di preda e di vittoria”, che era l’esatto opposto dell’etica ebraico-cristiana.

Erano gli anni in cui la spallata all’interpretazione bigotta e moralistica del cristianesimo andava data. E Marx e Baudelaire non erano su di una linea poi molto diversa.

Agiva, tuttavia, in Nietzsche anche una motivazione personale e familiare. Il pesante clima oppressivo, di moralismo reazionario e di corto respiro quale egli aveva sperimentato nella sua famiglia. La celebre affermazione, contenuta in “Ecce homo” (1888-1908, ed. it. Adelphi), che la più potente obiezione alla sua teoria capitale dell’eterno ritorno, rimanevano la madre e la sorella, è qualcosa di più che non una semplice battuta.

Inoltre, se si vuole considerare “Ecce homo” come il suo testamento – e non ci sono motivi per pensare diversamente – occorre ricordarne la potente conclusione: “- Sono stato capito? Dioniso contro il Crocifisso…”.

I tre moschettieri

Tra i molti letterati, filosofi e scrittori che assorbirono la lezione di Nietzsche – tra cui Thomas Mann ha un peso tutto particolare, come si accennava – Martin Heidegger (1889-1976) e Ernst Jünger (1895-1998) rivestono un ruolo di rilievo. Ad essi va aggiunto Carl Schmitt (1888-1985), il cui terreno era quello dell’elaborazione giuridico-politica.

Ora, se Schmitt è più distante da Nietzsche, rispetto ad Heidegger e Jünger, queste tre grandi figure sono accomunabili sia per il senso complessivo della loro opera, sia per i contatti personali, sia per il legame che ognuno di loro ebbe con il nazionalsocialismo.

Per stare a quest’ultimo punto, possono essere fatti alcuni rilievi. Innanzitutto, un’osservazione di massima: al pari di Nietzsche, Heidegger Jünger e Schmitt erano quanto di più lontano si possa immaginare dal repubblicanesimo, dal socialismo, dal marxismo.

Non erano fascisti, ma grandi conservatori. Al netto del clamore, compreso il recente dibattito sui “Quaderni neri” – testi di Heidegger, recentemente pubblicati, in cui l’antisemitismo del filosofo si fa più esplicito e palese, rispetto alle opere a stampa precedenti (che, viceversa, all’antisemitismo non lasciano alcuno spazio) – il caso delle connessioni tra Heidegger e il nazismo è il più semplice dei tre.

Oltre alla domanda, più che legittima, se Hitler conoscesse “Essere e tempo” (ed. it. Longanesi) di Heidegger, pubblicato nel 1927 e se, eventualmente, fosse in grado di capirlo – la vicenda è presto detta.

Heidegger, sotto la protezione del partito, assume il rettorato all’Università di Friburgo nel 1933, per poi lasciarlo l’anno successivo. Ma il suo influsso sul regime è irrilevante, così come di scarso peso l’influenza dell’ideologia nazista sul suo pensiero. 

A ciò si aggiunge la difesa netta e senza ambiguità di Hannah Arendt nei suoi confronti. Che fu sua allieva, che fu uno dei grandi amori della sua vita, ma che – soprattutto – fu una delle massime autorità filosofiche, politiche, morali sui totalitarismi e sulla tragedia della Shoah.

Più a fondo nell’abisso

Nel 1920, Jünger pubblica “Nelle tempeste d’acciaio” (ed. it. Guanda), libro ammirato da Hitler. Jünger fu un eroe pluridecorato della Prima guerra mondiale e fortemente legato alla destra tedesca di quegli anni. Alcuni anni dopo, Hitler si presenta da Jünger, ma non viene ricevuto.

Nonostante la sua adesione al nazismo, alla fine degli anni ’30 Jünger pubblica un libro come “Sulle scogliere di marmo” (ed. it. Guanda), larvata ma non troppo esaltazione del tirannicidio.

Quando i massimi gerarchi del regime chiedono la sua testa, Hitler rispose che nessuno poteva toccare Jünger senza il suo permesso. Alto ufficiale della Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale, Jünger fa parte del Comando di Parigi.

Incontra tutta la migliore cultura francese di quegli anni e, al momento dell’attentato contro Hitler del 20 luglio 1944, che si appoggiava sul Comando di Parigi, viene congedato con disonore, perché le prove del suo coinvolgimento sono inaccertabili. Lo spirito dell’Anarca, vive, dunque, anche nel buio della tragedia storica.

Il caso di Carl Schmitt è ancora differente e implica un coinvolgimento con il nazismo ancora maggiore. Simile a quello di Giovanni Gentile con il fascismo italiano. Ossia, Schmitt non incontra il nazismo per ragioni contingenti, come Heidegger e Jünger, ma – come Gentile – ne è parte ideologica integrante, ne sviluppa la posizione, coltiva l’ambizione di esserne il filosofo ufficiale.

Ciò non toglie valore alla grande levatura spirituale e filosofica di Schmitt e di Gentile, ma è la constatazione di un ruolo storico, che serve a caratterizzare la loro posizione storica e intellettuale.

Gentile pagherà un prezzo alto per le sue scelte e morirà nel 1944. Schmitt avrà invece la fortuna di poter continuare a vivere e pensare per oltre quarant’anni. E i pensatori veri, al di là delle scelte politiche e ideologiche, sono sempre più utili e importanti da vivi, che non da morti.

Un ricordo personale

Quando morì Ernst Jünger, nel 1998, io ero iscritto al mio secondo anno di Università. Era nato nel 1895, l’anno di nascita del cinema. Ricordo ancora la notizia data dal telegiornale della sera e io che, il giorno dopo, mi precipito a comprare “la Repubblica”, “La Stampa” e “Il manifesto”.

Era un mercoledì e io e mia madre ci eravamo proposti di andare al cimitero a trovare i nostri genitori/nonni, sepolti fuori Roma e di mangiare un boccone in una trattoria.

Ritornati a casa, mi siedo nella scrivania del salotto e mi interrogo sulla perdita di Jünger. Su cosa hanno rappresentato personaggi già adulti al tempo della Prima guerra mondiale e della Rivoluzione d’ottobre. Che hanno visto tutto. Che hanno ispirato Heidegger. Che hanno dialogato con Marguerite Yourcenar.

Che hanno provato l’Lsd con Albert Hofmann. Mi risposi, credo, con le stesse parole e gli stessi pensieri di oggi. Ossia, che in un’epoca schizoide e alienata come la nostra, abbiamo bisogno di bussole, di guide. Mai ci fu una guida migliore di Jünger, sotto questo punto di vista.

Oltre la politica

Torniamo così all’inizio di questa riflessione. Alla distinzione formulata da Thomas Mann – nelle “Considerazioni di un impolitico” – tra un approccio illuministico alla cultura (Zivilisation), in cui ha la prevalenza il piano politico, e un approccio tedesco alla stessa (Kultur), in cui è il piano metafisico (o post-metafisico) ad avere la meglio.

Ora, appare indiscutibile che Heidegger, Jünger e anche Schmitt (nonostante il suo indiscutibile talento) non avessero, per ciò che concerne la politica, una mano felice. Thomas Mann li sopravanzava di gran lungo, sotto questo aspetto (e, forse, anche sotto gli altri).

Ma ciò che rende grandi Heidegger, Jünger e Schmitt è la capacità di avere uno sguardo visionario sulla conoscenza e sulla realtà. Heidegger come purissimo teoreta dell’essere, come l’ultimo grande pensatore dell’Occidente, che aveva saputo comprendere fenomeni come la scienza e la tecnica ad un livello ineguagliato di profondità.

Che comprendeva il nesso decisivo tra pensiero e poesia, nonché gli abissi del nichilismo contemporaneo. Jünger come uno scrittore e un pensatore libero anche dai lacci e lacciuoli del pensiero accademico.

Che aveva trasfigurato sé stesso nelle figure dell’Anarca e del Ribelle. Che amava, allo stesso modo, la poesia il pensiero l’ardire eroico e l’entomologia. Che aveva saputo declinare il senso positivo dell’individualismo con una ricchezza che pochi altri hanno avuto.

Schmitt fu analogamente libero e geniale rispetto ai suoi sodali. Basti pensare a un testo tardo della sua produzione come “Terra e mare” (1942, ed. it. Adelphi), dove viene fuori tutta la sua passione per la libertà e per un elemento in costante movimento come il mare.

Poiché non esiste una cultura politica specifica ad avere il monopolio della libertà – non quella liberale, né quella socialdemocratica, né quella marxista, né quella cattolica – accettare la sfida che questi grandi conservatori tedeschi del Novecento hanno imposto alla cultura e al pensiero europei significa, certamente, accrescere il livello di consapevolezza e di comprensione proprie di ciascuno di noi.