Stadio Flaminio, la Lazio ha presentato il nuovo progetto: 50 mila posti coperti e cupola in acciaio
Stadio Flaminio, presentato il progetto Lazio: 50 mila posti coperti, restauro Nervi e cupola in acciaio. Ma la Fondazione denuncia rischi e chiede tutele
Rendering Stadio Flaminio, SS Lazio
La presentazione del nuovo Stadio Flaminio è andata in scena come un vero evento: diretta affidata ad Alessio De Giuseppe (Dazn), tavolo pieno di protagonisti e un messaggio chiaro della società biancoceleste. Claudio Lotito ha scelto parole nette: “la rifunzionalizzazione dello stadio Flaminio non riguarda soltanto la Lazio, riguarda Roma”, rivendicando un intervento che, nelle intenzioni del club, vuole tenere insieme restauro, modernizzazione, servizi e viabilità. Ma poche ore dopo, sul progetto si è aperta una frattura pesante: la Pier Luigi Nervi Foundation ha diffuso una nota durissima, definendo la proposta un pericolo per la salvaguardia dell’impianto e sostenendo che andrebbe contro il vincolo di tutela, con un’alterazione irreversibile dell’opera originaria.
Flaminio “matrioska”: due stadi sovrapposti e una copertura più leggera
La scheda tecnica illustrata in conferenza parla di “fusione fra tradizione e innovazione”, con un impianto immaginato come due stadi distinti ma integrati. La base storica in cemento armato, firmata da Antonio Nervi, resterebbe il cuore dell’edificio; sopra, una struttura “leggera e sospesa” in acciaio, scelta motivata con esigenze tecnologiche e antisismiche più attuali. Il concetto dichiarato è quello di una “matrioska” architettonica: due involucri connessi, in cui la nuova copertura avrebbe anche il compito di proteggere e valorizzare l’esistente, soprattutto dove il cemento armato esposto ha subito degrado e necessita di interventi considerati urgenti.
In questo impianto di idee, la copertura non sarebbe soltanto un tetto: verrebbe progettata per migliorare la fruizione degli eventi al riparo dagli agenti atmosferici, con un’attenzione anche all’acustica. Gli architetti hanno spiegato che l’obiettivo è amplificare il suono all’interno, garantendo un’esperienza sonora più avvolgente durante le manifestazioni, riducendo nel contempo l’impatto acustico sul quartiere.
Il nuovo “catino” da 50 mila posti: visibilità diversa dall’Olimpico
I numeri sono ambiziosi: circa 50.000 posti, tutti coperti. Il modello evocato è quello del “catino” compatto, con spalti più vicini al campo e una resa visiva pensata per aumentare intensità e partecipazione. Il riferimento implicito è l’Olimpico, nato per discipline polifunzionali e segnato da distanze più ampie fra pubblico e terreno di gioco: al Flaminio, l’idea è ribaltare quella logica, puntando su un impianto calibrato sul calcio moderno e su standard di comfort più alti.
Qui si gioca una parte importante della narrazione del club: lo stadio come moltiplicatore di ricavi, identità e competitività, ma anche come pezzo di città che torna a funzionare, dopo anni di abbandono e progetti rimasti sulla carta.
Uno stadio aperto 365 giorni: negozi, palestre, eventi e piazze permeabili
Nella visione presentata, il Flaminio non dovrebbe vivere solo nei giorni di partita. Al contrario, viene descritto come un luogo “vivo e pulsante” tutto l’anno, con spazi per ristorazione, negozi, palestre, uffici e aree per eventi culturali, dai concerti alle iniziative pubbliche. Centrale, nelle parole dei progettisti, è l’integrazione urbana: le recinzioni diventerebbero pannelli di vetro trasparenti e pivotanti, aperti nei giorni feriali per rendere permeabili le piazze antistanti; chiusi nei giorni di gara per motivi di sicurezza e gestione dei flussi.
È un impianto che, nelle intenzioni, prova a spostare il baricentro: non più “contenitore” isolato, ma pezzo di quartiere, con ricadute economiche e sociali continue. Ed è anche qui che si misureranno le reazioni reali: residenti, commercianti, comitati, Municipio e Campidoglio, chiamati a valutare se la promessa di apertura quotidiana sia compatibile con vivibilità e regole.
Viabilità, trasporti e 55 milioni promessi: la partita con i residenti
Il punto più sensibile, a Roma, resta quello dell’impatto sul territorio. La società ha voluto mettere sul tavolo rassicurazioni: “viabilità lenta” e accessibilità con mezzi pubblici come pilastri, con l’obiettivo di ridurre l’impronta ambientale e spingere un nuovo modello di fruizione degli eventi. Nel pacchetto citato figura anche un investimento annunciato da 55 milioni dedicato a parcheggi e piste ciclabili nel quartiere.
Qui il progetto passa dalla teoria alla pratica: un impianto da 50 mila posti produce inevitabilmente picchi di afflusso e carico su strade, trasporto pubblico e sosta. Le promesse su mobilità sostenibile, parcheggi, ciclabili e gestione dei flussi saranno uno dei terreni principali del confronto, perché sono la parte che i cittadini percepiscono subito, ben prima dei rendering e delle parole d’ordine.
Lotito e “Lazio 2032”: piano industriale con Deloitte e Luiss, occhi sugli Europei
Lotito ha scelto di legare lo stadio a una cornice più ampia, parlando di rispetto delle regole e degli indirizzi urbanistici e rivendicando il valore storico dell’area, nata con le Olimpiadi del 1960. Poi l’annuncio politico-sportivo: durante la prossima sosta della Nazionale, ha detto, verrà presentato “Lazio 2032 – Il Sogno Responsabile”, una conferenza programmatica con un piano industriale quinquennale sviluppato insieme a Deloitte e all’università Luiss, fondato su sostenibilità economica, crescita patrimoniale e competitività sportiva.
Dentro questa cornice entra anche l’orizzonte internazionale: Lotito ha spiegato che la Lazio ha già formalizzato una manifestazione di interesse affinché il Flaminio venga valutato come possibile sede in vista dei campionati Europei. Un passaggio che alza la posta e chiama in causa anche istituzioni e iter autorizzativi: quando si parla di vincoli, tutela e grandi eventi, non basta la volontà di un club.
Nervi, il metodo originario e la spaccatura con la Fondazione
Sul palco è intervenuto Pierluigi Nervi, nipote di Antonio, sostenendo che, con regole nuove per gli impianti dedicati al calcio internazionale, gli adeguamenti siano diventati necessari e che il progetto “si basa unicamente sul metodo adottato da mio nonno”. Ma la replica è arrivata poco dopo, con la nota della Pier Luigi Nervi Foundation: il presidente Marco Nervi (nipote di Pier Luigi) si dichiara “totalmente estraneo” alla concezione della proposta e denuncia “il grave pericolo” per la salvaguardia dell’impianto, sostenendo che quanto illustrato andrebbe contro il vincolo di tutela e altererebbe irreversibilmente l’opera dei progettisti originari.
Non è solo una presa di distanza: la Fondazione si riserva di procedere nelle sedi opportune e invita il Comune di Roma a considerare la gravità del rischio. Nel testo c’è anche un passaggio che sposta il baricentro dal progetto al senso stesso dell’operazione: la Fondazione richiama il ministro della Cultura e la soprintendente speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, auspicando un intervento istituzionale contro quella che definisce un’operazione commerciale di sfruttamento di un bene culturale. In altre parole, la disputa non riguarda soltanto “come” rifare il Flaminio, ma “che cosa” diventi il Flaminio, e quale prezzo architettonico e culturale Roma sia disposta a pagare.
A questo punto il percorso appare segnato da un doppio binario: da un lato la narrazione del rilancio, con un impianto moderno, coperto, pensato per il calcio e per eventi tutto l’anno; dall’altro l’allarme sulla tutela di un’opera simbolo, con il rischio di un contenzioso e di una battaglia istituzionale. La partita vera comincia adesso, dentro gli uffici tecnici e nelle valutazioni degli enti preposti, dove render e slogan contano meno di carte, pareri e vincoli.
