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25 Ottobre 2020

Pubblicato il

Roma. Il Rapporto sul Tevere: un rischio alluvione da 28 miliardi

di Redazione

Sono i danni di una piena come quella, terribile, del 1937. L’alternativa è spendere 700 milioni in prevenzione

Non c’è da stare tranquilli. In estrema sintesi è questo, il filo conduttore del primo Rapporto sullo stato del bacino del Tevere. Che è stato presentato oggi nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri a Santa Maria in Via.

I problemi sono numerosi e le analisi dettagliate, come si conviene a uno studio di carattere specialistico, ma a collegare il tutto sono appunto le minacce che incombono su Roma e sui suoi abitanti. Le cifre sono impressionanti: circa 250mila persone che vivono e lavorano in 1.135 ettari di territorio urbano sono a rischio alluvioni ed esondazioni, configurando così la più elevata esposizione d'Europa. In aggiunta, sono ben 890 i beni culturali, concentrati soprattutto nel centro di Roma, che sarebbero aggrediti dalle acque nel caso in cui gli argini non bastassero a contenere il fiume.

Nell’ipotesi più catastrofica, che è quella di una replica della terribile piena del 28 dicembre 1937, quando il Tevere raggiunse i 16,84 m di altezza e una portata di 2.900 mc/s. l’ammontare complessivo dei danni sarebbe di quasi 28 miliardi. Più precisamente, 27.873 milioni. Una cifra talmente cospicua che, come sottolinea Erasmo D'Angelis, segretario generale dell'Autorità di bacino del distretto idrografico dell'Italia centrale, “manderebbe in bancarotta il Campidoglio e forse anche lo Stato, senza pensare al costo principale, quello in termini di perdita di vite umane”.

L’alternativa, ancora una volta, è investire in prevenzione. Il costo totale sarebbe di  699.098 milioni, mentre la manutenzione annuale si attesterebbe a sedici. In riferimento alle diverse zone, gli importi del piano straordinario di intervento sono questi: 3,400 milioni a Castel Madama, 2,5 a Ciampino, 107,948 a Fiumicino, 0,949 a Grottaferrata, 111,348 a Monterotondo, 472,953 a Roma.

D’Angelis, d’altronde, non si nasconde le difficoltà di un piano così impegnativo. “Abbiamo bisogno di una filiera istituzionale che creda nel progetto di messa in sicurezza del Tevere e del recupero di una cultura fluviale. Bisogna lavorare 24 ore su 24, gomito a gomito. Il nostro distretto è a disposizione, ma la filiera parte dal governo fino ad arrivare ai municipi di Roma, passa dalle associazioni e dai cittadini. Non è di una grande opera che abbiamo bisogno ma di un grande lavoro di manutenzione, riqualificazione, rinaturalizzazione, depurazione delle acque nei tratti urbani. Perché Roma vuole vivere il fiume esattamente come le altre capitali europee”.

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Un appello, in pratica. E vedremo chi sarà a raccoglierlo.

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