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Libri, “Il legame covalente” di Massimiliano Smeriglio: quando il dolore non passa e diventa racconto

Il dolore, nel romanzo, non resta neutro. Si trasforma in rabbia, in desiderio di attribuire responsabilità, di dare un volto all’ingiustizia subita

Massimiliano Smeriglio

Massimiliano Smeriglio

Ci sono romanzi che nascono per spiegare e altri che nascono per restare. Il legame covalente, di Massimiliano Smeriglio, appartiene alla seconda categoria. Non cerca di risolvere il dolore, non promette redenzioni improvvise, non offre pacificazioni finali. Racconta ciò che accade dopo, quando la vita continua ma non è più la stessa.

Il protagonista è un uomo che ha perso la moglie Marcella e che prova a restare in piedi affidandosi a ciò che conosce: la chimica, l’ordine, le definizioni. Ma il romanzo mostra subito che il lutto non accetta griglie interpretative stabili. Scivola, ritorna, si insinua nei gesti quotidiani, nei rapporti familiari, nelle parole non dette.

“Il legame covalente”: un padre, una figlia, due modi opposti di soffrire

Uno degli elementi più forti del libro è il rapporto tra il protagonista e la figlia Beatrice. Non c’è complicità, non c’è protezione reciproca. C’è distanza, a tratti ostilità, un’incomprensione che si allarga pagina dopo pagina. Beatrice rifiuta il tentativo del padre di spiegare il mondo, di ridurre l’esperienza a un sistema logico. Vuole altro, ma non sa ancora cosa.

Il loro conflitto non viene addolcito né ricomposto. Rimane aperto, doloroso, realistico. È la dimostrazione che il lutto non unisce automaticamente, che può anzi amplificare fratture già presenti, rendere più aspre le differenze.

Roma, il mare, la fuga

Roma è lo sfondo di una quotidianità che sembra improvvisamente estranea. È la città delle abitudini, dei palazzi, delle vite che continuano. Il protagonista sente il bisogno di allontanarsi, di cercare un altrove che possa offrirgli una diversa densità del tempo. Il viaggio verso la Francia e poi verso l’isola di Ouessant non è evasione, ma esposizione. Il mare, il vento, la solitudine diventano strumenti di verità, non di conforto.

Smeriglio utilizza i luoghi come stati interiori. Ogni spazio corrisponde a una diversa pressione emotiva, a una diversa possibilità di resistere o cedere.

La rabbia come tentazione

Il dolore, nel romanzo, non resta neutro. Si trasforma in rabbia, in desiderio di attribuire responsabilità, di dare un volto all’ingiustizia subita. È una fase pericolosa, che il libro attraversa senza indulgenze. Non c’è eroismo nella rabbia, ma nemmeno una condanna morale sbrigativa. È una tappa del percorso, una reazione umana alla perdita, un modo sbagliato ma comprensibile di non soccombere.

Rossellona e l’umanità che resta

Accanto al protagonista si muove Rossellona, personaggio apparentemente marginale ma decisivo. È concreta, fisica, ironica. Non spiega, non analizza, resta. La sua presenza impedisce al romanzo di scivolare in un isolamento assoluto. Rappresenta una forma di solidarietà che non passa dalle parole giuste, ma dalla continuità dei gesti.

Un romanzo che non consola

Il legame covalente non è un libro facile. Non lo è per scelta. È una storia che chiede al lettore di accettare l’incompletezza, di convivere con l’assenza, di riconoscere che alcune ferite non si chiudono. Ma proprio per questo è un romanzo necessario, capace di restituire dignità narrativa al dolore senza spettacolarizzarlo.

Smeriglio scrive con misura e profondità, affidandosi a una lingua che non alza mai la voce, ma che resta impressa. È un libro che parla di amore, di perdita e di memoria, e lo fa senza pretendere di insegnare nulla, limitandosi a raccontare ciò che resta quando tutto il resto è cambiato.