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Gianfranco Fini, la necessità di un ritorno. Storia di una intervista rubata all’ultimo segretario del MSI

L’uomo della Svolta di Fiuggi per il quale “la destra politica non è figlia del fascismo. I valori della destra preesistono al fascismo e ad esso sono sopravvissuti”

Gianfranco Fini, Atreju 2025

Gianfranco Fini, Atreju 2025

Era una fredda domenica di fine Estate del 2024 quando nel privato di una tranquilla mattinata ai bordi di un campo di Padel tra lago e mare di Sabaudia mi imbattevo in colui che per molti anni è stato il leader indiscusso della Destra Italiana: Gianfranco Fini.

Il delfino di Almirante, il primo leader della storia missina sugli scranni del Governo da Vice Premier e Ministro degli Esteri.

L’uomo della Svolta di Fiuggi secondo il quale “la destra politica non è figlia del fascismo. I valori della destra preesistono al fascismo, lo hanno attraversato e ad esso sono sopravvissuti“.

L’anti-giustificazionista con la Kippah che nel 2003 così si esprimeva in occasione della visita allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme: nessuna giustificazione per i carnefici di ieri”, “non solo per chi uccise ma anche per chi poteva salvare un innocente e non lo fece”. Si devono “denunciare le pagine di vergogna che ci sono nella storia del nostro passato. Bisogna farlo per capire la ragione per cui ignavia, indifferenza, complicità e viltà fecero sì che tantissimi italiani nel 1938 nulla facessero per reagire alle infami leggi razziali volute dal fascismo”.

Decisi subito di “rubargli” un’intervista mentre avvolto nel suo iconico soprabito, assorto nei pensieri di una vita spesa ai vertici della Politica e spesso al vertice della tensione, si sedeva ai margini della “gabbia di vetri” per seguire con occhi amorevoli (malgrado le voci di un matrimonio ormai finito) la di lui moglie impegnata nello svago di una partita di padel.  

Dopo aver rotto il ghiaccio parlando di sport da racchetta, fu facile spostare la conversazione sull’attualità di quelle giornate scandite dalla crisi medio-orientale a seguito dell’attacco infame di Hamas del 7 ottobre 2023 ai danni di giovani israeliani inermi.

Partendo dal commento su quel delittuoso fatto, da politico di lungo corso, il “già” segretario dell’MSI si dimostrava un fiume in piena sciorinando analisi profonde di geopolitica e di storia dei popoli rapportandole con le religioni dagli stessi professate. Il tutto arricchito da un susseguirsi di aneddoti tratti dalle esperienze preziose e qualificate avute da Ministro degli Esteri ma sempre e comunque da uomo di Destra. Il mio illustre interlocutore, con mia soddisfazione, aveva voglia di parlare, di confrontarsi, di comunicare il proprio pensiero da uomo di Destra.

Un uomo di Destra sì, rispettoso della Storia e della tradizione sì, fedele alle proprie origini certamente, ma aperto ed attento ai mondi altrui. Da qui, a sorpresa per i più distratti, il suo interesse per l’Islam.

Per il “già” Segretario di AN la crucialità della conoscenza dei mondi islamici e la necessità per l’Occidente di comprenderne i suoi complicati fenomeni evitando facili pregiudizi rappresentano la chiave di volta per poter interpretare correttamente il corso della Storia. O più semplicemente, tale conoscenza è il modo migliore per essere in grado di integrare parti di popolazione di religione musulmana che ormai fanno parte della nostra quotidianità.

Da qui lo studio del Corano e la frequentazione delle moschee da parte di un uomo protagonista della politica fin dai tempi trascorsi da Segretario del Fronte della Gioventù ed oggi “libero” da impegni di Governo o di partito anche per i noti fatti di Montecarlo.

Di fronte a tale impegno teologico ed alla passione manifestata nel raccontarlo permane il dubbio di una possibile conversione all’Islam piuttosto che una ”semplice” volontà di comprenderne il fenomeno. Ad ogni modo, nel caso ci dovessimo trovare di fronte ad una conversione verso l’Islam ciò non dovrà essere una pregiudizievole nell’ottica di un giudizio sul personaggio che, va ricordato, ha reso il popolo di destra non più figlio di un Dio minore sulla scena della politica che conta. Piuttosto andrebbe letto come arricchimento di una nuova sfaccettatura molto preziosa e molto poco comune agli attuali leader di governo occidentali.

L’intervista “rubata” però non venne pubblicata. Infatti, il clima confidenziale e la mancata mia dichiarazione quanto all’intenzione di divulgare i contenuti del colloquio mi avevano indotto a tenere per me gli esiti del casuale incontro.

Quando poco più di un mese fa ho visto Gianfranco Fini riaffacciarsi ad Atreju (dopo 17 anni di “obbligata” assenza) con buona pace dei nuovi padroni di casa e pertanto accolto da una “concordata” ovazione (comunque meritata) ho ripensato al profondo significato del rendere onore agli sconfitti nella cultura di Destra e dunque deciso di riportare pubblicamente gli esiti del citato colloquio. Perché Gianfranco Fini è sicuramente uscito di scena dal suo palcoscenico naturale della politica attiva da sconfitto dopo aver raggiunto l’apice per non essersi piegato al Berlusconi più potente di sempre.

E’ poi caduto pesantemente forse anche per quel guanto di sfida mal digerito dal Cavaliere e sicuramente per l’amore accecante verso una donna e madre di due sue figlie. Un po’ come quegli eroi mitologici nel Canto dei Nibelunghi tanto cari alla cultura più romantica della Destra del XX secolo.  Dunque, appare ragionevole, al di là del tributo di circostanza, pensare di far rientrare un “padre prodigo” nell’alveo della dirigenza del partito più importante della Destra Italiana nella Terza Repubblica.

Un Partito, Fratelli d’Italia, così oggettivamente bisognoso di alzare il proprio livello quanto a competenza e autorevolezza. Una necessità urgente per la Meloni e per il suo ristretto entourage che, oltre a Fini ed a gran parte dell’intellighenzia di Destra post-missina (vedi la silente esclusione dei vari Marcello Veneziani, Giordano Bruno Guerri, Antonio Socci etc…), già avevano ostracizzato per motivi poco noti un emblema della Destra storica di ispirazione rautiana: Gianni Alemanno.

“Amabilmente” cacciato da quella che sembrava essere la sua casa naturale (e non certo per le paradossali vicende giudiziarie che lo vedono ancora scontare un’inutile pena nel carcere di Rebibbia) l’ex primo cittadino di Roma si è visto “costretto” a formare dalle preziose ceneri della Destra sociale un nuovo partito (“INDIPENDENZA”), strutturato sulle componenti più equilibrate di un mondo fin troppo frastagliato. Ma di questo ne parleremo più approfonditamente nel prossimo futuro.

Dunque, quale ruolo potrebbe ricoprire nell’asset meloniano l’ultima versione di un politico di razza quale Gianfranco Fini indubbiamente è stato nelle sue diverse costruzioni ideologiche ma comunque in continuità con l’essenza della Destra repubblicana?  Padre nobile o “allenatore”. Consigliere o “memoria storica”. O più semplicemente potrebbe essere una figura antagonista (disponibile H24) al “neopurista” Vannacci quale nuovo “federatore” della Destra italiana? 

 A ben vedere, Fini è forse l’unico leader vivente che da protagonista ha attraversato e spesso indirizzato l’intera evoluzione della Destra parlamentare da dopo Almirante in poi. Ed oggi, intatte capacità analitiche ed acume intellettuale uniti alla grande conoscenza della materia, ben potrebbe assumere un ruolo consono alla sua portata anche se costretto muoversi in un contesto padronale e probabilmente subalterno alla nuova élite di partito che, utilitaristicamente posta alle spalle della coppia Meloni/Meloni, si dimostra con imbarazzante naturalezza sempre più smemorata quanto alla originaria idea di “Destra” e sempre più mossa da logiche spartitorie ed amichettiste.

Oggi, che consistenti parti della Destra, fortemente delusa dal trasformismo meloniano (fautore imprevisto della più intransigente real-politik), serrano le fila in vecchi (Casapound, Forza Nuova, rete dei Patrioti etc.) e nuovi simboli (Futuro Nazionale del Gen. Vannacci, senza dimenticare il giovanissimo Partito INDIPENDENZA di Alemanno) con il grave rischio di una confusa e dispersiva frammentazione, mi verrebbe di assegnare proprio a Gianfranco Fini l’incarico improbo di “gestire” ideologicamente l’ultimo capitolo della mutagenesi della Destra Italiana.   

Una Destra che finalmente dispone di un largo consenso (grazie soprattutto alla “coerenza” mantenuta durante gli anni all’opposizione) e che ha raggiunto nel contesto internazionale la propria definitiva decriminalizzazione.

Una Destra che oggi, sollecitata dall’incursore Vannacci deve agire in fretta e bene per raggiungere una strategica unità avendo la coscienza di piangere per la Shoah e la capacità di comprendere l’Islam, ma al tempo stesso avendo il dovere di mantenere e diffondere con orgoglio i propri valori, gli stessi condivisi da tutti coloro che come me, in ogni caso, moriranno con la celtica al collo.