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Roma, under 30 ancora a casa: il dato Ocse racconta una città dove l’autonomia costa troppo

Ocse: 79% dei 20-29enni vive con i genitori. A Roma affitti e redditi spingono a restare a casa: cosa serve per cambiare passo

Giovani, pexels marta klement

Giovani, pexels marta klement

C’è un numero che, più di molti racconti, descrive l’indipendenza rimandata: 79% dei giovani 20-29enni in Italia vive ancora con i genitori. È quanto segnala l’Ocse in un documento finito sul tavolo della commissione Casa del Parlamento europeo, citato dal Sole 24 Ore. Se il dato è nazionale, a Roma diventa esperienza quotidiana: stanze introvabili, canoni che salgono, lavori che partono e si fermano, e una sensazione diffusa di “non potercela fare” senza una rete familiare.

Il primato Ocse e il confronto con Europa: perché qui si esce dopo

L’Italia è seconda solo alla Corea del Sud (82%). Nei Paesi nordici, invece, la quota di chi resta in famiglia fino ai 30 anni è molto più bassa: Danimarca al 12%, Finlandia e Norvegia poco sopra, Svezia intorno al 22%. Anche Germania (33%) e Francia (44%) stanno lontane dal nostro livello. Tradotto: altrove l’uscita di casa è un passaggio quasi normale; qui, spesso, è un salto economico e psicologico.

Affitti, stanze, garanzie: il “muro” della casa che a Roma si sente ogni giorno

Il costo dell’abitazione pesa ovunque, ma in una grande città incide con forza maggiore. Il documento Ocse evidenzia che il 60% dei giovani italiani 18-24 anni teme di non trovare un’abitazione adeguata nei prossimi due anni. Non è soltanto paura: è la somma di fattori concreti, come caparre, fideiussioni, contratti che chiedono buste paga solide, e una domanda che corre più veloce dell’offerta. A Roma, poi, la competizione con affitti brevi e rotazioni rapide rende la ricerca più estenuante, specie per studenti, tirocinanti, giovani lavoratori della ristorazione, del turismo, dei servizi.

Lavoro: occupazione ai massimi, ma i 25-34enni non agganciano la ripresa

Qui entra in scena l’altro grande pezzo del puzzle. Secondo Istat, il tasso di occupazione è salito fino a livelli record degli ultimi vent’anni, circa 62%. Eppure l’incremento non ha coinvolto in modo positivo tutte le età: a dicembre 2025 i 25-34enni risultano in diminuzione. È l’età dei primi contratti “seri”, dei tentativi di andare a vivere da soli, dei progetti di coppia. Se il lavoro non cresce proprio lì, la casa resta un miraggio.

Le conseguenze in città: coppie che rinviano, pendolari “forzati”, talenti che vanno via

A Roma l’effetto si vede in tante scene: coppie che restano separate perché un affitto in due non basta, giovani che accettano lunghi spostamenti dall’hinterland per ridurre i costi, professionisti che scelgono altre città o l’estero, famiglie che diventano ammortizzatore permanente. Il risultato è una città che rischia di perdere pezzi di energia, creatività e forza lavoro proprio mentre avrebbe bisogno di nuove competenze per servizi, innovazione, cultura, amministrazione.

Non è solo questione di portafoglio: famiglia come welfare e scelta di vita

L’Ocse richiama anche fattori culturali: in Italia la famiglia è spesso “welfare” quotidiano, supporto emotivo e pratico. In una città complessa come Roma, restare a casa può significare risparmiare, avere un aiuto con i tempi di lavoro, non restare soli. Per qualcuno è una decisione consapevole; per molti è una strada obbligata. La differenza sta tutta nella libertà di scelta.

Cosa può cambiare: più offerta accessibile e regole che non penalizzino chi parte

Il punto non è puntare il dito contro una generazione, ma rendere possibile l’autonomia: strumenti per l’affitto che riducano il peso delle garanzie, più alloggi a canone sostenibile, accordi che favoriscano residenzialità stabile, politiche del lavoro che rendano meno frammentate le carriere nei primi anni. Se la casa resta fuori portata e il lavoro non dà solidità, a Roma l’indipendenza resta una parola bella, ma distante.