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Carnevali d’Italia: il teatro della libertà e la strategia del campanile

Storicamente, il Carnevale non nasce come festa religiosa, ma come un’esplosione di libertà ancestrale. È l’eredità dei Saturnali romani

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Carnevale - Fonte www.pexels.com - Romait.it

Il Carnevale in Italia è un caleidoscopio di maschere, riti arcaici e satira pungente. Ma dietro il frastuono dei carri e l’allegria delle piazze si cela una storia complessa di resistenza popolare e sottile calcolo clericale. Per capire il Carnevale, bisogna guardare oltre i coriandoli e osservare come una festa nata per celebrare la vita sia stata “addomesticata” da un’istituzione che ne temeva la forza sovversiva.

Il Carnevale: le radici del mondo alla rovescia

Storicamente, il Carnevale non nasce come festa religiosa, ma come un’esplosione di libertà ancestrale. È l’eredità dei Saturnali romani, dove i servi diventavano padroni e ogni gerarchia veniva abbattuta.

  • Venezia e il controllo sociale: Nella Serenissima, la maschera era un’esigenza di Stato. Permettendo a nobili e mendicanti di mescolarsi nell’anonimato della Bauta, la politica concedeva una valvola di sfogo alle tensioni di una società rigidissima. Era una libertà temporanea, concessa per evitare rivolte reali.
  • Viareggio e la voce del popolo: Qui la cartapesta non è un gioco, ma un’arma. Fin dal 1873, il carro allegorico è stato il tribunale della piazza: un modo per ridicolizzare i potenti e denunciare le ingiustizie che, durante il resto dell’anno, venivano taciute per timore del pulpito o del governo.

La falsità del compromesso: “concedere per dominare”

È qui che emerge l’aspetto più ambiguo della storia: il rapporto con la Chiesa. Consapevole di non poter estirpare riti pagani così radicati nell’anima del popolo, l’istituzione ecclesiastica ha adottato una strategia sottile: inglobare la trasgressione per poterla recintare.

  1. L’invenzione della Quaresima: La Chiesa, attraverso il Concilio di Nicea (325 d.C.), ha trasformato una festa di rinascita naturale in un “addio alla carne” (carnem levare). Ha dato al popolo il permesso di eccedere, ma solo a patto che dopo si sottomettesse a quaranta giorni di penitenza e digiuno. Il Carnevale è stato reso il “peccato necessario” che giustifica il controllo morale successivo.
  2. L’ipocrisia del bicchiere pulito: Mentre fuori le piazze sbeffeggiavano i vizi, spesso riflettendo proprio quelli dei prelati, la Chiesa osservava. Si ripropone il monito di Matteo 23:25: «Guai a voi… che pulite l’esterno del bicchiere… che però all’interno sono pieni di avidità e sfrenatezza». Il Carnevale smaschera l’incoerenza di chi predica l’astinenza ma tollera (o partecipa a) banchetti e sfarzi, purché restino chiusi nel recinto del periodo festivo.
  3. I Carnevali Spirituali: Nel ‘600, i Gesuiti arrivarono a creare “feste alternative” in chiesa. Non era devozione pura, era competizione, si voleva attirare il popolo lontano dalle piazze con scenografie barocche spettacolari, dimostrando che il potere del sacro poteva essere più “teatrale” di quello profano.

Tradizioni di sangue e terra nel Carnevale

Mentre la morale ufficiale cercava di dare un senso religioso alla festa, l’Italia profonda manteneva riti che la Chiesa non è mai riuscita a battezzare del tutto:

  • Ivrea e la ribellione: La battaglia delle arance è la memoria di una rivolta contro il tiranno che esigeva lo ius primae noctis. È la celebrazione della dignità umana che non accetta padroni, né nobili né religiosi.
  • I Mamuthones sardi: Maschere di cuoio e campanacci che richiamano un tempo in cui la spiritualità era legata alla terra e non ai dogmi.

La maschera come verità

Oggi il Carnevale rischia di diventare un consumismo vuoto, ma il suo spirito originario resta un monito. Smascherare la subdolità di chi ha voluto regolamentare la gioia significa capire che la vera libertà non ha bisogno di un permesso sul calendario.

Come ricorda l’Ecclesiaste, gran parte di ciò che il mondo insegue è «…vanità e un correre dietro al vento» (Ecclesiaste 1:14). Il Carnevale ci insegna che la maschera, paradossalmente, è il momento in cui l’uomo è più onesto in quanto, nel gioco della beffa, egli rivela finalmente ciò che pensa del potere e di una morale di facciata che, una volta spenti i riflettori, torna a pretendere obbedienza.