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Lasciamolo perdere, il balletto sui tradimenti: Vannacci molla la Lega per un partito che non c’è

Obiettivo: le Politiche 2027. Presupposto: la massima libertà d’azione, presentandosi come il leader di una forza autonoma e dirompente

Roberto Vannacci

Roberto Vannacci

Lasciamolo perdere, il balletto sui tradimenti. Salvini liquida Vannacci: «Ne ho visti tanti che non hanno mantenuto la parola». Vannacci ribalta l’accusa: «Io non sono un traditore, semmai è lui che ha tradito valori e ideali».

La verità è più banale. È quella di uno “scambio merci” in occasione delle Europee 2024: io Vannacci porto un bel po’ di voti, tu Salvini mi dai la copertura di un partito già consolidato come la Lega.  

Due anni fa il sodalizio, benché improvvisato, faceva comodo a entrambi. Ma già allora, per chi abbia un minimo di acume, era chiaro come il sole che si trattava di un’alleanza a termine. Riguardo alla quale l’unico dubbio – non proprio da perderci il sonno – era quanto potesse durare. Anzi: quanto non potesse durare, visto che le posizioni drastiche dell’ex comandante della Folgore non si conciliano con quelle, ben più elastiche, del partito guidato da Salvini.

La differenza è decisiva. E va molto al di là del caso specifico. Investendo, concretamente o potenzialmente, qualsiasi soggetto politico a prescindere dalla sua collocazione a destra, a sinistra o al centro.  

La differenza, cruciale, è quella che separa chi è fuori dal governo da chi invece ne fa parte. Chi è fuori è libero di sbraitare. Chi è dentro non se lo può permettere, essendo costretto a oscillare tra i proclami altisonanti e il realismo obbligatorio.

Per i primi, come oggi è Vannacci, la priorità è la propaganda: roba forte che mira a conquistare un seguito elettorale.

Per i secondi, come dal settembre 2022 lo sono sia la Lega sia Fratelli d’Italia, l’ingombrante ma inevitabile necessità è tenere conto delle proprie responsabilità istituzionali: barcamenandosi tra le vecchie parole d’ordine infuocate, che non possono essere abbandonate del tutto per non scontentare troppo i propri elettori, e le decisioni ben più misurate che sono imposte dalla dura realtà.

Vedi le ristrettezze dei conti pubblici, che hanno comportato tra l’altro i dietrofront sull’età pensionabile e sulla riduzione delle accise. Vedi i vincoli internazionali, tra le opposte pressioni della UE e degli USA in versione Trump.

Un partitino sì, è possibile

Lo spazio potrebbe anche esserci, in un Paese come il nostro dove i tassi di astensionismo sono elevati e in crescita. Allarmanti a livello nazionale (il 37% nelle Politiche 2022), disastrosi a livello locale (quasi il 60% nelle Regionali del novembre scorso in Campania, in Puglia e in Veneto).

Escludiamo quelli che hanno perduto ogni residua fiducia in un futuro diverso e che probabilmente sono irrecuperabili: tra le ambiguità delle classi dirigenti e i voltafaccia dei “rivoluzionari ammansiti”, il cui esempio pressoché insuperabile è il MoviMento 5 Stelle, si sono persuasi che recarsi alle urne sia solo una perdita di tempo. Oppure, peggio, un comportamento idiota, perché dai retta a qualcuno che ti sta usando per i propri scopi: se va bene, si fa per dire, di carriera personale; se va male, ed è quasi un eufemismo, con l’appoggio a interessi oscuri e inconfessabili. 

Ma poi ci sono gli altri. Quelli che hanno conservato almeno un pizzico di voglia di sentirsi rappresentati. E che quindi restano sensibili ai discorsi netti, espressi senza mezzi termini e con una chiarezza/durezza che è come un respiro a pieni polmoni. Dopo tutto lo smog delle dichiarazioni di facciata. Delle acrobazie dialettiche, e dei relativi tonfi, di chi da un momento all’altro sostiene una cosa o il suo esatto contrario. Però con la stessa sicurezza. Con la stessa pretesa di avere ragione: oggi come ieri, e come sempre.

Vannacci mira a questo tipo di persone, pescandole innanzitutto tra i delusi dalla Lega e da Fratelli d’Italia, ma all’occorrenza anche nel bacino, immenso, di quelli che oggi non votano. La sua convinzione è che lo straordinario successo del suo best seller, Il mondo al contrario, gli metta a disposizione un patrimonio bell’e pronto di consenso. Che non aspetta altro che di essere riversato nelle urne: non più per un’elezione “collaterale” come quella al Parlamento di Strasburgo, ma per tentare il colpo grosso nella competizione interna.

Obiettivo: le Politiche 2027. Presupposto: la massima libertà d’azione, presentandosi come il leader di una forza autonoma e dirompente. Usando sé stesso a mo’ di garanzia: prima per la sua storia nell’esercito, in ruoli anche operativi, e poi per le battaglie a viso aperto negli ultimi due anni. Un combattente che promette, che assicura, di continuare a combattere.

Il vero nodo: per fare cosa?

Le incognite non mancano, e non vanno sottovalutate, ma diciamo che sì, alla fine Vannacci ce la fa e diventa il capo di un partito tutto suo. Che si lascia alle spalle le attuali incertezze, sul nome e sul simbolo, e che presentandosi per conto proprio riesce comunque a superare la soglia di sbarramento, portando un certo numero di deputati a Montecitorio e di senatori a Palazzo Madama.

La domanda, ovvia ma indispensabile, è come utilizza quei seggi nel rapporto con la coalizione di centrodestra, ipotizzando che quest’ultima esca dalle elezioni con una maggioranza relativa che però non le basta a procedere da sola. Obbligandola perciò a stringere ulteriori alleanze in ambito parlamentare.

Vannacci cosa fa? Concede il suo appoggio in cambio di determinate contropartite, ponendo il veto su questioni che oggi ritiene irrinunciabili come lo stop al sostegno militare all’Ucraina (sempre ammesso che nel 2027 la guerra con la Russia sia ancora in corso) e un’inversione di rotta in materia di pensioni? O viceversa si allinea, come ha già fatto la Lega di Salvini, perché “non si può fare diversamente”?

Nel giro dell’opposizione si augurano che il corto circuito ci sia. Incapaci come sono di dare vita, ed entusiasmo, al vagheggiato Campo largo, sperano che l’operazione Vannacci funzioni alla rovescia: il nuovo partito, che si presenta come quello più di destra, diventa il sassolino che inceppa il meccanismo del governo di destra “moderata” capitanato da Giorgia Meloni.

Per loro sarebbe perfetto: una sorta di replica dell’effetto Bertinotti nel 1998, quando il mancato sostegno di Rifondazione Comunista fece crollare il Governo Prodi, spianando così la strada alla vittoria di Berlusconi nel 2001, dopo il lungo interregno degli Esecutivi affidati prima a D’Alema e poi a Giuliano Amato.

Dinamiche senza dubbio importanti – e infatti Maurizio Belpietro, fondatore e direttore del quotidiano La Verità, scrive “Non posso nascondere la preoccupazione che la frammentazione all’interno del centrodestra rischi di favorire la sinistra” – ma che non devono far dimenticare degli aspetti ancora più rilevanti.

Quelli connessi alla funzione dei partiti. E a maggior ragione di quelli nuovi: che possono avere un ruolo positivo, e meritare un sostegno non occasionale, né tantomeno emotivo, solo a condizione che si formino con un disegno strategico e a lungo termine. In vista di un radicamento profondo che sappia creare, nel tempo, dei quadri interni di qualità superiore.

Vannacci rivendica valori potenti e suggestivi. Ma resta da vedere, giorno per giorno, quanto sarà capace di confermarli con le sue scelte concrete, in quell’arena così scivolosa e infida che è la politica “politicante”.

Gerardo Valentini – presidente Movimento Cantiere Italia