18 Settembre 2021

Pubblicato il

Società (in)civile, ecco perché pensiamo di essere più furbi degli altri

di Mirko Ciminiello
Dalle truffe su cartellini e reddito di cittadinanza ai big che omettono i conflitti d'interesse: dimenticando che il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi

C’è un malvezzo (che se non è tutto italiano, poco ci manca) che consiste nel credersi sempre più furbi dei furbi, come avrebbe detto zio Paperone. È quella forma mentis tipica, per esempio, di tutti coloro che nel pubblico strisciano il proprio badge – o lo fanno strisciare a dei colleghi compiacenti – per poi dedicarsi a tutto tranne che al lavoro.

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Il caso più recente è stato scoperto a Brindisi, dove 31 dipendenti della Regione Puglia sono stati indagati (e 28 sospesi) perché, dopo aver timbrato il cartellino, si allontanavano tranquillamente dagli uffici per accompagnare i figli a scuola, per fare la spesa o anche solo per sostare all’esterno della sede lavorativa. Ciò che fa davvero specie, considerato che si tratta dell’ennesima ripetizione di una serie di vicende tutte la fotocopia l’una dell’altra, è proprio il fatto che le disavventure altrui non insegnano nulla: ostinazione che si spiega solamente con il succitato atteggiamento, che culla in una falsa illusione di sicurezza quanti, colpevoli degli stessi illeciti, irridono magari gli ideali compagni di truffa che si sono fatti scoprire. Dimenticando che il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.

Saggezza popolare che vale anche per coloro che percepiscono il reddito di cittadinanza pur non avendone alcun diritto. Nei giorni scorsi, per esempio, i finanzieri hanno smascherato un 40enne palermitano che contrabbandava sigarette, un fotografo cosentino che molto intelligentemente pubblicizzava i propri servizi sui social network, e perfino una donna che gestiva un B&B e che, con altrettanto acume, promuoveva a sua volta la propria attività su Internet.

Ma il pesce, si sa, inizia a puzzare dalla testa, e in tal senso ci sono due episodi davvero paradigmatici. Il primo viene dallo sport, e ha per protagonista Mario Cicala, ex magistrato e commissario ad acta della Lega Calcio in seguito alle dimissioni dell’ex presidente Gaetano Miccichè. Nominato a inizio mese con il mandato di traghettare il principale organo calcistico italiano verso nuove elezioni, Cicala è stato costretto a una precipitosa marcia indietro dopo appena due settimane: il tempo di verificare che nel suo curriculum non si menzionava una sciocchezzuola come il suo ruolo di supplente nel Consiglio di sorveglianza della Lazio del solito Claudio Lotito. Come se non accadesse mai che, nel momento in cui qualcuno assurge a ruoli di una certa visibilità, se ne spulciano vita, morte e (soprattutto) miracoli.

Particolare che, a quanto pare, era sfuggito anche a Elio Lannutti, fondatore dell’Adusbef, senatore del M5S e in predicato di diventare presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche: il quale aveva scordato di precisare che suo figlio Alessio è impiegato all'Ufficio Enti della sede romana della Banca Popolare di Bari, guarda caso l’istituto al centro dell’attuale bufera.

Dice d’altronde un altro proverbio che il diavolo (sempre lui) è nei dettagli. E dopotutto, e in modo particolare in questioni che riguardano la politica, dal conflitto ai conflitti d’interesse è un attimo. Un brindisi alla società civile: quella vera, of course.

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