16 Ottobre 2021

Pubblicato il

La versione di Cesare

Ci manca quell’Italia in cui in ospedale lavoravano anche le suore infermiere

di Redazione
In Italia quando negli ospedali lavoravano le suore infermiere, offrivano ai pazienti amore, parole di conforto e spirito cristiano
Suora infermiera in ospedale
Suora infermiera in ospedale

Quando uno Stato serio e capace ha seriamente cura della popolazione creando le condizioni appropriate per soddisfare le aspettative della comunità allora fa il bene dei cittadini. E assiste i cittadini colpiti dal mostro Covid-19, con impegno e professionalità da parte della classe medica, infermieristica e dagli operatori socio assistenziali.

Però, spesso nelle strutture ospedaliere, pur avendo personale altamente professionale ineccepibile, è totalmente assente l’aspetto fondamentale che caratterizza l’uomo: l’amore e l’umanizzazione del corpo sanitario.

In ospedale, c’erano anche le suore

In Italia quando negli ospedali lavoravano con mansione infermieristiche le suore, offrivano ai pazienti amore, parole di conforto e con altrettanto spirito cristiano si prodigavano nell’alleviare la sofferenza fisica e psicologica dei pazienti. Era un’altra Italia.

In Romania per fare solo un esempio i cittadini colpiti dal Covid-19 vengono sistemati nei reparti dedicati alla cura della patologia che se troppo aggressiva richiede anche il ricovero in terapia intensiva. I parenti dei pazienti ricoverati vengono informati quotidianamente sulle condizioni dei loro cari e sull’andamento dell’evoluzione della patologia. Se non troppo gravi possono avere a disposizione un cellulare per contattare i familiari e tranquillizzarli e nello stesso tempo per ricevere una parola di conforto necessaria alla loro serenità.

Il paziente ammalato e solo

In Italia, sempre per fare un esempio, il paziente una volta ricoverato non ha più alcun rapporto con il mondo esterno e con la propria famiglia. La quale, non avendo alcuna informazione vive momenti particolarmente difficili e di stress psicologico. Con tutti i miliardi che spendono e molti non bene, non riescono a promuovere un’iniziativa per informare costantemente i familiari dei pazienti Covid-19.

E’ così difficile informare i parenti sull’evolozione della malattia? Quando avremo un po’ di umanità nei nostri nosocomi? Spesso gestiti dagli amici degli amici che pensano agli affari propri e a tutelare quelli dei propri sponsor. L’attività lavorativa all’interno degli ospedali e di tutto il comparto sanitario è e dovrebbe essere una missione con un comportamento di comprensione e di tanto amore cristiano. Ma da parte di tutti, anche dei dirigenti dell’azienda, che appunto rispondono quasi sempre ad altri criteri: il bilancio economico.

Un test di umanità

Non è possibile che i pazienti siano soltanto dei numeri necessari a raggiungere gli obiettivi fissati dal direttore generale trascurando il benessere degli ammalati. Non è sufficiente vincere un concorso per entrare a far parte del comparto sanitario ma i candidati dovrebbero essere sottoposti ad un esame più importante. Quello di generare amore e offrire se stessi verso un prossimo bisognoso di affetto e di tanto spirito cristiano. Coloro che non hanno questi requisiti, pur capaci, non possono essere assunti e occuparsi delle persone che soffrono.

Cesare Giubbi

 
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