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25 Settembre 2020

Pubblicato il

Cancellieri: “Solidarietà a Ilaria Cucchi”

di Redazione

Anche il Guardasigilli ha espresso solidarietà alla famiglia Cucchi, ma non giudica la sentenza

“Sono donna di istituzioni e non mi appartiene dare giudizi sull'operato della magistratura. Alla sorella di Stefano Cucchi posso solo esprimere solidarietà, una grandissima partecipazione perché sono consapevole che quello è un dolore che nessuno ha lenito”. Queste le parole del ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, in merito alla sentenza emessa dalla Corte d’Assise sul caso Cucchi, che ha visto assolti gli agenti della polizia penitenziaria e gli infermieri dell’ospedale Sandro Pertini.
Gli unici ad essere stati condannati, sono stati i medici. 2 anni per omicidio colposo, contro i 6 richiesti dalla Procura.

Poi, ha aggiunto: “Sulle carceri stiamo mettendo a punto una strategia a 360 gradi, molto complessa, che stiamo definendo in questi giorni. È il problema numero uno della nostra agenda, per lo meno della mia. Dobbiamo fare tutto entro l'anno. Ma l'obiettivo è fare anche prima”.

Sembra si sia trattato, piuttosto, di un processo alle intenzioni. Quelle di Stefano Cucchi. Perché tanto era un drogato, la sua vita valeva il tempo di una dose di eroina, e niente più. Sembra che Stefano debba quasi chiedere scusa per il disturbo arrecato. Per essere stato in quella corsia d’ospedale e non aver ricevuto le cure. A cui, dicono, si sia costantemente rifiutato di sottoporsi. Perché tanto aveva commesso un reato. E chi commette un reato, deve morire. A meno che non si tratti di un pluriomicida, possibilmente mafioso. A meno che non si tratti di un politico. A meno che non si tratti di un qualunque consigliere regionale, che prende i nostri soldi e li ricicla. Perché in quel caso, la colpa non è sua, ma di questa strana cosa che si chiama “finanziamento pubblico ai partiti”.

È vero, di droga si può morire. Ma non in questo modo. Perché se è vero che c’è una giustizia, chiunque deve poter essere sicuro che sarà la legge (e gli uomini, probi, di legge) a comminare le giuste pene.
E di giustizia non si dovrebbe morire. Ma, a volte, si muore due volte. Proprio come è successo a Stefano.

Il giorno dopo il processo, la mezza verità venuta fuori dall’Aula pesa. Molto. Forse, troppo. E le polemiche non si spengono, ma si accendono ancora di più. Perché dopo le lacrime, c’è la rabbia. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, non ce la fa a trattenersi. “È stato un processo a Stefano – ha dichiarato Ilaria nel corso di una conferenza stampa – Da persone che hanno sempre creduto nelle istituzioni, quello che ci ha fatto più male e che ci ha lasciato più sconvolti è che quelle persone che avrebbero dovuto tutelare mio fratello, seppur in stato di detenzione, è stato il non rispetto più assoluto per una vita umana, di una persona che sì aveva sbagliato, ma che alla fine ha pagato con la propria vita”.

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Ilaria, non ce la fa a far finta di niente. “Non negheremo mai il pestaggio subito da mio fratello – ha proseguito – Stefano non sarebbe arrivato in ospedale se non fosse stato massacrato. Ma i medici sono anche responsabili e non sono degni di indossare il camice”.

Intanto contro la sentenza emessa, si muove l’Anaao Assomed, che ha proclamato lo stato di agitazione, “perché i medici sono il caprio espiatorio e le loro condanne sono l’alibi per lo Stato”.

Non lascia spazio ad interpretazioni, nemmeno Luigi Manconi, Presidente della Commissione per la Tutela dei Diritti Umani. Che ha così dichiarato: “La sentenza afferma il fallimento della Procura di Roma. Non ha detto che Stefano Cucchi non è stato sottoposto ad abusi e violenze delle celle di sicurezza del tribunale di Roma, ma che non si è stati in grado di individuare i responsabili di quelle violenze. Un pestaggio nei confronti di una persona inerme c'é stato”.

E Ilaria, ricorda le conversazioni telefoniche tra gli agenti, quando già si sapeva della morte di Stefano.
“Affermano sui giornali di essere brave persone, che non fanno certe cose, che il pestaggio non c’è stato, ma io ricordo le conversazioni telefoniche di uno degli imputati, quando già si sapeva che mio fratello era morto: diceva era un tossico di merda. E in un’altra dichiarazione affermava a volte scappa un calcio”.

Perché chi crede nella giustizia, non ce la fa a digerire la vicenda. C’è quell'’art. 530 del codice di procedura penale, che salva poliziotti (quelli marci), infermieri e medici (quelli che dimenticano il giuramento d’Ippocrate). E quella voglia di riforme, quella voglia di giustizia giusta, ora, dov’è?

 
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