Roma Capitale: “E il Nodo Liborio Iudicello arrivò al pettine”

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Che il Sindaco Marino avesse deciso di tenersi come segretario Generale di Roma Capitale il dott. Liborio Iudicello, lasciò sconcertati molti degli osservatori delle vicende capitoline. Non tanto per le ragioni che oggi denuncia il Prefetto Gabrielli nella sua disamina delle cause che hanno consentito l’infiltrazione mafiosa nei gangli più delicati dell’Amministrazione capitolina – peraltro così gravi da indurlo a suggerire un provvedimento disciplinare di allontanamento – quanto per la sua inadeguatezza a governare la macchina amministrativa. Che Marino fosse così incauto da tenersi un simile personaggio sembrava impossibile. Eppure avvenne. Qualcuno accennò al fatto che la fortuna avesse regalato al buon Iudicello delle protezioni altolocate. Si parlava addirittura della grande stima che aveva di lui il Premier Renzi che ne aveva apprezzato le doti quando, sotto la sua Presidenza, lo ebbe come Segretario Generale della Provincia di Firenze.

Circolava addirittura la voce che Iudicello fosse in predicato per ricoprire un posto di sottosegretario nel Governo. Vero? Falso? Chi può dirlo? Molti di coloro che fin dall’inizio ritenevano che Iudicello dovesse essere sostituito, ricordavano in particolare il suo “appiattimento” sulle politiche di Alemanno, dalla “svendita” dell’ACEA all’attività intimidatoria svolta contro quei Municipi che cercavano di portare avanti proposte concrete sui temi delle Unioni Civili e del Testamento Biologico.

Oggi la parabola di Iudicello si conclude amaramente, con le pesanti valutazioni del Prefetto Gabrielli, il quale, pur non accusandolo di connivenze con il sistema mafioso, ne stigmatizza le “gravi inefficienze nella sua funzione di controllo” della macchina capitolina. Un’inettitudine che risulta particolarmente grave per due ragioni: l’aver perseverato nel disinteressarsi di quanto stava avvenendo anche dopo l’allarme lanciato dalla relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze e il fatto di aver ricoperto, venendo anche adeguatamente retribuito, la funzione aggiuntiva di Direttore Generale del Comune di Roma. Una condanna inappellabile per qualunque “manager”, ancora di più per l’uomo al quale il Sindaco Marino aveva di fatto delegato la scelta degli uomini da mettere nei gangli vitali dell’Amministrazione.

Se oggi Marino è accusato di inadeguatezza e di fallimento lo deve anche a quelle scelte. Le capacità e persino l’onestà di quegli uomini è oggi messa in discussione dalle gravissime responsabilità che per molti di essi emergono dall’inchiesta di “Mafia Capitale”. Il tempo e le prove a sostegno dell’accusa, se ce ne saranno, diranno di quali colpe si siano macchiati questi dirigenti, scelti forse più col criterio dell’amicizia e della fedeltà che della competenza e dell’affidabilità, ma il giudizio di Gabrielli non lascia scampo a quello che è, ormai, l’ex Segretario Generale di Roma Capitale. L’incapacità, l’inettitudine e l’ignavia, se non sono sanzionabili penalmente come la collusione, sono indubbiamente gravi sotto il profilo della credibilità, che per un dirigente pubblico è praticamente tutto.