IL CONTO DELL’EMERGENZA

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Con l’alibi del Coronavirus: indebitare l’Italia e finire sotto la scure del MES
Recessione prolungata e balzo del deficit sono i presupposti di una ristrutturazione del debito “lacrime e sangue”

Casuale o no che sia, non c’è dubbio che il Covid 19 (sigla, per chi non lo sapesse, che non significa nulla di più che COrona VIrus Disease, ovvero Malattia del Coronavirus 2019) vada a totale vantaggio del sistema di potere che domina l’Occidente. E quindi anche l’Italia.

Lasciamo pure da parte le occasioni di lucro per le industrie farmaceutiche, che potranno guadagnare cifre immense dalla vendita del vaccino: vaccino che probabilmente verrà reso obbligatorio, in nome della limitazione del contagio e sull’onda delle crescenti restrizioni alla libertà individuale di spostamento.

Gli aspetti più importanti sono altri e rientrano in un quadro assai più ampio. Assai più strategico. Detto in estrema sintesi: cambiare in peggio le regole del gioco, appellandosi all’emergenza. Ossia all’ineluttabile.

Un approccio – un trucco – che è collaudatissimo e che permette di presentare come oggettive e indispensabili delle misure che, all’opposto, sono arbitrarie e funzionali agli interessi dell’establishment, anziché a quelli della popolazione nel suo insieme. Basti pensare, per non dilungarsi, a tre esempi: i parametri di Maastricht fissati nell’ormai lontano 1992 e di per sé del tutto convenzionali; la globalizzazione che per ampliare i mercati ha messo in concorrenza aree totalmente disomogenee, portando tra l’altro alla delocalizzazione;  e la crisi del 2008, che nel volgere di poco tempo ha lasciato cadere gli j’accuse contro la speculazione finanziaria per mettere sul banco degli imputati i debiti pubblici. E imporre, a partire da ciò, le famigerate riforme del lavoro dipendente e delle pensioni.

Nel caso del Coronavirus, è ormai un dato acquisito che i contraccolpi economici saranno di due tipi e porteranno entrambi a un massiccio aumento della spesa pubblica: da un lato, i costi direttamente connessi alla gestione sanitaria; dall’altro, i fondi che andranno impiegati per fronteggiare la recessione, dovuta all’enorme e persistente rallentamento delle attività in moltissimi settori. Se già in condizioni “normali” le percentuali di crescita erano molto basse, nel nuovo contesto non possono che ribaltarsi in tassi negativi. Rendendo ancora più svantaggioso, per il nostro Paese, il rapporto deficit/PIL e limitando ulteriormente, perciò, le nostre possibilità di sostenere le aziende in difficoltà.

La questione è delicatissima. E ci catapulta al 16 marzo: quando l’Eurogruppo, composto dai ministri delle Finanze degli stati che condividono la moneta unica, dovrà decidere se dare il via libera alle modifiche del MES. Quel Meccanismo Europeo di Stabilità che in effetti è già in vigore dal 2012 e di cui si è parlato molto nel novembre scorso, ma più che altro riducendolo al dissidio tra Salvini e Conte.

Il 16 marzo è lunedì prossimo. Tra una settimana giusta giusta.

Ne ammazza più la finanza…

Proprio a novembre, sintetizzammo così l’impianto generale del MES: “se un singolo Stato europeo rischia il default, ossia l’insolvenza nei confronti dei creditori, può richiedere dei finanziamenti straordinari, che però saranno subordinati a degli impegni specifici di riorganizzazione interna. Traduzione ancora più immediata: se vuoi i soldi devi metterti in riga. Ossia, seguire scrupolosamente i diktat di chi quei soldi te li concede”.

La questione che deve essere chiarita al più presto, quindi, è che i costi del Covid 19 vanno tenuti distinti dal deficit “ordinario” dei nostri conti pubblici. Su un piano puramente logico sembrerebbe ovvio: essendo dovuti a fattori eccezionali e imprevedibili, che di per sé non hanno niente a che fare con la gestione generale dell’Erario e dell’economia nazionale, gli importi del maggiore disavanzo devono essere considerati delle “partite fuori bilancio”. E venire esclusi, perciò, dai giudizi sul debito pubblico e sulla sua sostenibilità.

Se questo non accadesse, potremmo (condizionale d’obbligo ma per nulla rassicurante) ritrovarci a dover fruire del MES. Con la conseguente ristrutturazione obbligatoria del nostro debito. Che si traduce, vedi sopra, nell’assoggettarsi a dei vincoli amministrativi ancora più stringenti di quelli già in atto.

Per chi voglia iniziare ad approfondire, e magari attivarsi in prima persona contro questo ennesimo e gravissimo rischio di schiavitù finanziaria, è altamente consigliata la visione di un video che è stato diffuso sabato dal noto canale di controinformazione Byoblu, con l’azzeccato titolo di “MES: fermare il contagio” e con interventi, tra gli altri, di Nino Galloni e Giulietto Chiesa.

Un’ottima occasione, in aggiunta, per ricordarsi che non è affatto indispensabile sprofondarsi h24 negli aggiornamenti a getto continuo sul Covid19, sorbendosi troppe volte e troppo a lungo questo cocktail ansiogeno stracolmo di dettagli secondari e con rare informazioni utili che si potrebbero – che si dovrebbero – condensare in comunicati sintetici e prettamente operativi.

Molto meglio alzare gli occhi sulle minacce che c’erano anche prima e che non hanno nulla di accidentale. Sull’origine fortuita di quest’ultima forma di Coronavirus si può discutere. Sulla natura deliberata e dolosa del MES non è lecito alcun dubbio: basta riflettere un istante sui “laboratori” in cui è stato ideato e sviluppato.

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