Il disagio psicologico degli studenti universitari non è più un campanello d’allarme da ignorare né una questione da affrontare con interventi saltuari. È un problema strutturale, diffuso, documentato, che riguarda il diritto allo studio almeno quanto le tasse, gli alloggi e i servizi. Lo studio firmato da Anastasia Bronzi e Alessia Perri per il corso di Giornalismo d’Inchiesta della Sapienza mette in fila dati, testimonianze e contraddizioni di un sistema che continua a rincorrere l’emergenza senza trasformarla in una risposta stabile: gli studenti chiedono ascolto, i servizi esistono solo in parte, i fondi oscillano e una norma nazionale che obblighi gli atenei ad attivare un presidio psicologico ancora non c’è.
I numeri del disagio dicono che il problema è reale e non passeggero
Uno dei passaggi più forti dell’indagine è quello che smonta una convinzione ancora molto diffusa: il malessere psicologico giovanile non nasce con la pandemia, anche se il Covid lo ha reso più visibile e più intenso. I dati richiamati nello studio mostrano che già nel 2019, nella fascia 15-34 anni, i casi registrati erano 3.759. Dopo il 2020, anno definito di apparente stallo, si arriva a una crescita costante fino al 2022, quando si tocca il picco di 3.934 casi, pari a un aumento del 5% rispetto al periodo pre-pandemia. Nel 2023 si registra una lieve flessione a 3.830, ma il quadro resta grave e non autorizza alcun allentamento dell’attenzione.
Questi numeri non vanno letti come un semplice sfondo statistico. Dicono che il disagio mentale giovanile è radicato, che investe in pieno il percorso universitario e che non può essere affrontato come una parentesi legata all’emergenza sanitaria. Proprio per questo colpisce il fatto che, mentre il problema continua, le risorse disponibili abbiano iniziato a ridursi.
Senza una legge nazionale gli atenei restano soli davanti alla domanda di aiuto
Il cuore politico del problema è qui: oggi non esiste una normativa che obblighi le università italiane a offrire un supporto psicologico strutturato a studentesse e studenti. Lo studio richiama due iniziative parlamentari, il disegno di legge n. 691 al Senato e la proposta di legge n. 1108 alla Camera, nate nel 2023 per introdurre il servizio di assistenza psicologica nelle università e nelle scuole. Ma il punto è proprio questo: l’urgenza è riconosciuta, il disagio è noto, il confronto esiste, eppure la risposta legislativa resta incompleta e lenta.
Nel vuoto lasciato dalla legge, gli atenei si arrangiano. Lo fanno con risorse interne, con la buona volontà dei dipartimenti, con progetti a termine e con i fondi del bando PRO-BEN del Ministero dell’Università. Ma un presidio tanto delicato non può dipendere ogni volta da graduatorie, partenariati e finanziamenti che cambiano di anno in anno. La salute mentale non può essere affidata alla discrezionalità o alla fortuna di rientrare in un bando.
Il paradosso dei fondi: più bisogno, meno certezze
L’indagine insiste su un nodo decisivo: mentre cresce la domanda di aiuto, le coperture economiche diventano meno solide. Dal 2023 al 2025, secondo quanto riportato nello studio, le risorse stanziate per il progetto PRO-BEN sono diminuite di circa 32 milioni. Anche il Fondo di finanziamento ordinario del Mur, che nel decreto del 2023 richiamava esplicitamente l’attivazione e il potenziamento dei supporti psicologici, nei provvedimenti successivi torna a formule più generiche, facendo sparire il riferimento diretto alla salute mentale.
È un segnale preciso. L’impressione è che, finita la fase più drammatica del Covid, l’attenzione istituzionale abbia cominciato a indebolirsi, come se il disagio fosse stato solo una reazione temporanea. Ma le testimonianze raccolte dalle due autrici raccontano l’opposto: l’ansia resta, cambia forma, si sposta dal timore del contagio alla paura del fallimento, del giudizio, dell’inadeguatezza, del futuro.
Sapienza e Catanzaro mostrano che i servizi funzionano, ma da soli non bastano
Lo studio prende in esame due casi concreti: la Sapienza di Roma e l’Università Magna Graecia di Catanzaro, entrambe vincitrici del progetto PRO-BEN. La fotografia che emerge è molto utile perché consente di vedere, sul campo, cosa succede quando lo sportello psicologico c’è davvero.
Alla Sapienza il servizio di counseling esiste dal 2006 ed è stato potenziato nel tempo fino a diventare un centro di ateneo. Oggi offre quattro colloqui a cadenza settimanale, più un follow-up a tre mesi. Negli ultimi tre anni ha ricevuto in media circa 700 richieste all’anno e ha preso in carico mediamente 520 studenti, con una prevalenza femminile pari al 65%. Le problematiche più frequenti riguardano ansia, difficoltà emotive e relazionali, stress e disorientamento rispetto all’esperienza universitaria. Il primo colloquio avviene in tempi rapidi, mentre le eventuali attese non superano in genere un mese.
A Catanzaro, invece, il servizio nasce a fine 2022 e offre un pacchetto più ampio: dieci incontri gratuiti per studente. In poco tempo sono stati svolti circa 1.400 colloqui, segno di una domanda molto forte. La responsabile del centro spiega che il tema dominante è l’ansia, oggi sempre più legata alla performance universitaria. Grazie ai fondi PRO-BEN l’ateneo ha assunto otto psicologi, ma il ridimensionamento delle risorse ministeriali rischia ora di rallentare tutto: meno ore, meno personale, più attese. E questo in un contesto in cui, come viene detto chiaramente nello studio, molti professionisti hanno continuato a lavorare anche oltre il mandato per non lasciare soli gli studenti.
Gli studenti chiedono aiuto, ma i percorsi gratuiti vengono giudicati insufficienti
Il sondaggio contenuto nello studio aggiunge un elemento decisivo, perché porta dentro la voce degli studenti. Le risposte raccolte alla Magna Graecia di Catanzaro e alla Sapienza di Roma restituiscono una domanda molto chiara: i giovani vogliono che il supporto psicologico diventi un servizio ordinario e garantito.
Alla Sapienza la paura del futuro lavorativo è indicata dal 60,7% come principale fonte di stress, mentre a Catanzaro domina l’ansia da esame con il 50%. Il burnout colpisce in misura molto diversa, ma significativa: 37,1% alla Sapienza contro 9,3% all’UMG. Anche la percezione dell’efficacia dei servizi segnala criticità nette. A Catanzaro l’82% esprime una valutazione positiva del counseling, ma il 45,3% considera comunque insufficienti i dieci incontri gratuiti. Alla Sapienza il giudizio è ancora più severo: il 75,3% ritiene che quattro sedute non bastino. Non è una critica al principio del servizio, ma alla sua capacità di incidere davvero.
In altre parole, gli sportelli sono considerati utili, ma troppo deboli per rispondere fino in fondo al bisogno reale. Se il supporto si ferma troppo presto, il rischio è di offrire un primo sollievo senza costruire un accompagnamento efficace.
Restano paura del giudizio, sfiducia e problemi di comunicazione
C’è poi un altro aspetto che lo studio mette bene a fuoco: non basta aprire uno sportello perché gli studenti lo usino. Esistono barriere culturali fortissime. La paura del giudizio, la diffidenza verso il servizio universitario, la preferenza per il privato e, in alcuni casi, la scarsa conoscenza dei percorsi disponibili continuano a frenare l’accesso.
Alla Sapienza, per esempio, quasi un quarto degli intervistati che non ha mai prenotato un appuntamento dichiara di avere poca fiducia nel servizio universitario. A Catanzaro, accanto a chi afferma di non averne sentito il bisogno, emergono comunque timori e reticenze. Perfino dove la conoscenza del servizio è ampia, la comunicazione resta un punto fragile: lo dimostra il peso del passaparola come principale canale informativo, molto più incisivo spesso dei canali ufficiali. È un dettaglio che pesa. Significa che il supporto psicologico non è ancora percepito come un presidio centrale della vita universitaria, ma come una possibilità laterale, da scoprire quasi per caso.
Quasi tutti chiedono una svolta: lo sportello psicologico deve diventare obbligatorio
Il dato più netto dell’intera inchiesta arriva alla fine, ed è forse quello che più di ogni altro dovrebbe interrogare politica e università: il 97,7% degli studenti dell’UMG e il 96,6% di quelli della Sapienza ritiene che lo Stato debba rendere obbligatorio per legge un presidio psicologico fisso in ogni ateneo. È un consenso quasi unanime. Non una richiesta marginale, non una posizione minoritaria, ma una domanda collettiva.
Qui sta il punto vero. Gli studenti non chiedono un favore, chiedono un diritto. Chiedono che la salute mentale venga riconosciuta come parte integrante del diritto allo studio. Chiedono continuità, personale qualificato, accessi semplici, più colloqui, informazione chiara e risorse certe. Chiedono, soprattutto, di non essere lasciati soli davanti a un disagio che spesso si consuma in silenzio e che troppo a lungo è stato considerato un fatto privato.
Non basta più tamponare, bisogna scegliere
Da questo studio arriva un messaggio nitido: le università non possono limitarsi a gestire il malessere studentesco con strumenti fragili, a scadenza, o affidati alla sensibilità del singolo ateneo. Se il problema è strutturale, strutturale deve essere anche la risposta. Uno sportello psicologico stabile in ogni università non è un lusso né un’aggiunta facoltativa. È una misura minima di civiltà accademica.
Per anni si è pensato che reggere la pressione fosse parte della formazione. Oggi sappiamo che non è così. Sappiamo che l’ansia può bloccare, che il burnout può svuotare, che la paura del fallimento può diventare paralizzante. E sappiamo pure che chiedere aiuto non è una debolezza, ma un atto di consapevolezza. Per questo il tema non riguarda solo chi soffre, ma il modello stesso di università che vogliamo costruire: un luogo che seleziona e abbandona, oppure un luogo che forma e protegge.
In un Paese in cui si parla spesso di merito, sarebbe il caso di ricordare che non c’è merito possibile se manca il benessere minimo per sostenere il percorso. E che nessun esame, nessuna laurea, nessun curriculum può valere più della salute mentale di una ragazza o di un ragazzo. Ecco perché è ancora più rilevante sottolineare come questo studio, condotto da Anastasia Bronzi e Alessia Perri, sarà fondamentale per una riforma del rapporto tra scuola e studenti.