Ripensare, costantemente, la filosofia. Quale esercizio migliore, allora, che confrontarsi con Nietzsche? Ci sono pensatori che segnano di sé un’epoca intera: Platone per la Grecia e il mondo classico, Pico della Mirandola per il Rinascimento, Descartes per la prima età moderna, Kant e Hegel per la conclusione dell’epoca moderna, Nietzsche per il mondo contemporaneo. Alla fine di “Ecce homo. Come si diventa ciò che si è” (ed. it. Adelphi) del 1888, risuona la domanda: “- Sono stato capito? – Dioniso contro il Crocifisso…”. Ecco perché continuare ad interrogare Nietzsche.
Lo facciamo sulle tracce di Maurizio Ferraris – certamente una delle figure più brillanti nel panorama filosofico italiano contemporaneo – e del suo libro del 2014, “Spettri di Nietzsche. Un’avventura umana e intellettuale che anticipa le catastrofi del Novecento” (Guanda).
Caleidoscopio
Nelle monografie critiche dedicate ad un grande pensatore, è possibile operare una distinzione: quella tra storici della filosofia e filosofi. Lo storico della filosofia tende a dare una lettura critica, filologica, dell’autore su cui è stato a lungo impegnato. Nel caso di Nietzsche, due ottimi esempi di lettura critica e filologica sono Karl Löwith, il cui “Nietzsche e l’eterno ritorno” (ed. it. Laterza) è del 1935, nonché Mazzino Montinari, autore di “Che cosa ha detto Nietzsche” (Adelphi) del 1975. Sempre per quanto riguarda Nietzsche, Heidegger e Jaspers rappresentano il secondo caso: la loro lettura di Nietzsche dipende dai fondamenti del loro pensiero filosofico e non è separabile da essi.
Nel caso di Ferraris, la sua conoscenza dell’opera di Nietzsche e dei suoi “spettri” è notevole, come nel caso del saggio che accompagna l’edizione italiana della “Volontà di potenza”, cui si accennava nella prima parte di questo articolo. Ma, nel 2014, quando viene pubblicato “Spettri di Nietzsche”, Ferraris è ormai il filosofo del nuovo realismo e la sua interpretazione del pensiero di Nietzsche è intimamente connessa a questo suo elemento. Non solo Ferraris non ama Nietzsche, ma non ama Heidegger, Adorno, Colli.
Ossia, alcune delle menti filosofiche più straordinarie del secolo scorso. A volte si serve della clava del Lukács della “Distruzione della ragione” (1954, ed. it. Einaudi) per rafforzare i suoi argomenti.
Sminuisce il lavoro dell’edizione Colli-Montinari delle “Opere di Friedrich Nietzsche”, attenua la responsabilità di Elisabeth – la “sorella-parafulmine” di Nietzsche, che rimane comunque una bellissima definizione – e attacca a testa bassa Nietzsche e Heidegger con argomenti dozzinali, ossia la loro vicinanza al nazismo da un punto di vista politico. Ciò che, a nostro avviso, Ferraris fraintende completamente è che Nietzsche e Heidegger erano, sul piano filosofico, quanto di più impolitico è possibile immaginare. E che riportarli al piano politico significa fraintenderli completamente.
Tuttavia, più in generale, Ferraris rifiuta in blocco la grande tradizione della filosofia contemporanea, che può essere fatta cominciare anche con Kant – e si veda il suo “Goodbye Kant” (Bompiani) del 2004 – e fatta arrivare a Gadamer, Derrida e all’ermeneutica. Ferraris opta per la ripresa di un orizzonte che può essere fatto iniziare con Leibniz e concludere con la scienza contemporanea. Certamente, vi è una forte volontà di rottura con il pensiero debole del suo maestro Gianni Vattimo, cui, in ogni caso, Ferraris ha dedicato “Documanità. Filosofia del mondo nuovo” (Laterza) del 2021.
Lo sguardo della Medusa
Dopo la Volontà di potenza e l’Eterno ritorno, i pensieri fondamentali di Nietzsche sono il Nichilismo e la morte di Dio. Attraverso Baudelaire, Kant e il tardo Schelling, Schopenhauer e Leopardi, Dostoevskij e Heidegger, nonché – naturalmente – Nietzsche stesso, Ferraris disegna il quadro filosofico che si distende tra queste due grandi concezioni, che sono l’essenza, la radice ultima del mondo contemporaneo.
A Ferraris interessa, particolarmente, attaccare Heidegger, come il più fedele discepolo di Nietzsche: dalla lettura della tecnica (Ge-stell) come im-posizione e impianto alla metafisica come storia dell’essere e al suo oltrepassamento, cui Heidegger comincia a lavorare nei corsi su Nietzsche degli anni ’30 e ’40 e che confluiranno nel monumentale “Nietzsche” (ed. it. Adelphi) del 1961. Il tentativo di schiacciare un grande pensatore come Heidegger sull’ideologia nazista appare quantomeno dubbio.
Basti pensare all’atteggiamento, completamente opposto, di Hannah Arendt, in un testo cruciale come “Martin Heidegger ha ottant’anni” (1969). Certo che appare complicato assegnare ad Arendt sentimenti filo-nazisti o antisemiti. Provare a smontare Heidegger è un po’ come provare a fare a pezzi Mozart o Marco Aurelio: dopo cosa resta? Non solo per noi (che le spalle ce le siamo fatte), ma anche per i più giovani che, allora e per davvero, piomberebbero nel baratro più nero del nichilismo digitale. È ora che i campioni dell’iper-critica ci riflettano.
Le spade si incrociano
Nella contrapposizione tra ermeneutica e nuovo realismo, Nietzsche riveste un ruolo centrale. Proprio a causa del famoso frammento del 1886-1887 in cui si afferma: “Non ci sono fatti, solo interpretazioni – e anche questa è un’interpretazione”. L’ermeneutica lo rivendica come il suo manifesto, mentre Ferraris lo respinge e rilancia: “ci sono fatti, non solo interpretazioni” (p. 85). Ora, entrambe le tesi sono, sotto diversi punti di vista, estremamente interessanti. Non si aderisce a una filosofia allo stesso modo con cui si tifa una squadra di calcio. Nell’aforisma 82 della seconda parte di “Minima Moralia.
Meditazioni della vita offesa” (1951, ed. it. Einaudi), Adorno scrive: “È solo nella distanza dalla vita che si svolge la vita del pensiero di cui si può dire che irrompa veramente in quella empirica. Mentre il pensiero si riferisce a fatti e si muove nella critica dei medesimi, si muove anche e proprio attraverso il mantenimento della differenza.
Esso è in grado formulare esattamente ciò che è, proprio in quanto ciò che è non è mai interamente come esso lo formula. È essenziale, al pensiero, un momento di esagerazione, un trapassare oltre le cose, un liberarsi dalla gravità del puro fatto, mercè il quale, anziché la pura riproduzione, opera – in rigore e libertà ad un tempo – la determinazione dell’essere. In questo ogni pensiero somiglia al gioco, a cui Hegel, non meno di Nietzsche, ha paragonato l’opera dello spirito” (p. 147).
Nella pagina successiva dello stesso aforisma, il maestro della Scuola di Francoforte afferma: “operare coi concetti senza distanza è – nonostante ogni rassegnazione, o forse proprio per questo – cosa da bambini”.
Per l’autore di questa nota, l’ermeneutica riveste un interesse maggiore che non il nuovo realismo di Ferraris. Anche perché può vantare, all’interno della sua tradizione, due perle di assoluto e incomparabile valore, che è possibile mettere accanto al frammento di Nietzsche appena citato. La prima è il detto-guida che troviamo nella prima pagina della “Lettera sull’umanismo” (ed. it. Adelphi) di Heidegger del 1946. Esso dice: “Il linguaggio è la casa dell’essere”. La seconda è contenuta in “Verità e metodo” (1960, ed. it. Bompiani) di H.-G. Gadamer. Verso la fine della sua grande opera, Gadamer afferma: “L’essere che può venir compreso è linguaggio”.
Ciò non significa che il nuovo realismo di Ferraris non rivesta un suo specifico interesse, anche grazie alla brillantezza dello stile di Ferraris e alla qualità argomentativa delle sue tesi. Ci sono momenti della realtà – la Storia, la politica, tanti aspetti dell’esperienza privata – in cui giudicare le cose con realismo può fare la differenza. Questa dote sovrana, che ha brillato con tanta forza nella mente di Tucidide e Machiavelli, non sempre ha accompagnato le riflessioni febbrili di Nietzsche e di Marx. Forse proprio a questo dobbiamo la ragione di tante tra le peggiori catastrofi del Novecento.
Il genio oltre l’ostacolo
Se la conoscenza critica e storico-filosofica che Ferraris ha dell’opera di Nietzsche è straordinaria, tuttavia è possibile rilevare – a pelle, verrebbe da dire – quanto egli non lo ami come filosofo. Succede molto spesso, anche nel caso di grandi interpreti. Basti pensare a Benedetto Croce e a György Lukács, che tanto brillavano in arguzia e profondità nell’analisi di autori amati, tanto erano animati da spirito censorio e poliziesco di fronte a filosofi e scrittori che non stimavano.
Se il libro di Vattimo su Nietzsche del 1974 si intitola “Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione”, è possibile dire che Ferraris interpreta Nietzsche come filosofo della reazione. Una delle pagine più straordinarie del pensiero filosofico di Nietzsche è un capitolo di “Crepuscolo degli idoli. Ovvero: come si filosofa col martello” (1888, ed. it. Adelphi). Esso si intitola: “Come il ‘mondo vero’ finì per diventare favola”. In esso Nietzsche utilizza sei mosse per decostruire ed oltrepassare venticinque secoli di metafisica occidentale, che sarebbe troppo per chiunque, ma non per Nietzsche.
Per Ferraris, questa pagina straordinaria è solo l’espressione del pensiero gerarchico e anti-illuminista di Nietzsche. Ora, nessuno vuole negarlo, questo aspetto esiste nell’opera del filosofo di Zarathustra, soprattutto in relazione al piano politico-sociale. Ma non tutto il pensiero di Nietzsche può essere schiacciato su questo aspetto, pure rilevante e non secondario.
Ad esempio – a proposito dell’Eterno Ritorno – Ferraris comprende sì che abbiamo a che fare con un livello mistico, ma gli sfugge completamente come non si tratti di un mito da quattro soldi come tanti altri in epoca contemporanea, quanto di uno dei tentativi più seri e fondati di oltrepassamento della metafisica che premeva tanto ad Heidegger e a Severino, quando ha formulato la sua concezione dell’eternità degli essenti sotto il vessillo teorico del destino della necessità.
Ossia, Nietzsche – rivitalizzando il pensiero dei sapienti greci – ha messo in moto una serie di nuove istanze che hanno nutrito la filosofia contemporanea per circa un secolo e mezzo. E che rappresentano un motivo di speranza per la filosofia del futuro. Peccato, per un’intelligenza filosofica come quella di Ferraris, voler liquidare la questione tanto in fretta.
L’altra metà del cielo
Non a caso, per il filosofo del nuovo realismo, uno degli esiti del dionisiaco di Nietzsche è il nazismo. L’impressione di chi scrive è che Ferraris sia troppo realista e troppo razionalista per aver gettato uno sguardo realmente profondo in Dioniso e nel dionisiaco. Scrive Giorgio Colli di Dioniso nella prima pagina dell’introduzione al I volume della “Sapienza greca” (Adelphi 1977): “Dioniso è vita e morte, gioia e dolore, estasi e spasimo, benevolenza e crudeltà, cacciatore e preda, toro e agnello, maschio e femmina, desiderio e distacco, giuoco e violenza, ma tutto ciò nell’immediatezza, nell’interiorità di un cacciatore che si slancia spietato e di una preda che sanguina e muore, tutto ciò vissuto assieme, senza prima né dopo, e con pienezza sconvolgente in ogni estremo”.
Rispetto a una delle concezioni più alte espresse dalla grecità e dalla cultura occidentale, la barbarie nazista – intrisa di sangue e terra – è davvero agli antipodi. Così come è agli antipodi il pensiero di Nietzsche. Che il paganesimo antico sia espressione di barbarie è un vecchio retaggio e un antico pregiudizio del monoteismo cristiano, che ancora si fa sentire. Così come l’equazione Nietzsche=fascismo è un vecchio pregiudizio del Lukács della “Distruzione della ragione”.
Semmai, si può rilevare altro. Ossia che “La nascita della tragedia” del 1872 aveva al centro la polarità apollineo-dionisiaco, Apollo-Dioniso. Mentre, nel pensiero del Nietzsche maturo, Apollo scompare per lasciare spazio al solo Dioniso. Questo elemento è la testimonianza del precipitare di Nietzsche verso la malattia. I Greci erano perfettamente consapevoli dell’interdipendenza tra i due dèi.
Un bilancio complesso
Nell’ambito degli ultimi due secoli, per quanto riguarda il mondo occidentale, quella di Nietzsche è, tra le esperienze filosofiche e umane, una delle manifestazioni in assoluto più rilevanti e decisive. Hegel era morto nel 1831 e Goethe nel 1832 e con loro si chiude la grande parabola della cultura europea moderna. Ovvio, che autori e opere di questo calibro non appartengono solo ad un ambito locale, limitato alla cultura tedesca. Esse sono europee, occidentali ed un contributo alla cultura mondiale nel senso più pieno.
Ricordo ancora, entrando in una libreria nel centro di Sydney, esposte sullo scaffale più in vista della libreria, le opere di Heidegger, Horkheimer e Hannah Arendt. Sebbene, con la recente scomparsa di Jürgen Habermas, sembrerebbe che quel mondo sia completamente tramontato, la nostra convinzione profonda è che la nostra epoca possa trovare, nella grande scuola della filosofia contemporanea, una funzione di guida e di auto-comprensione, proprio ora che, dalla Storia, hanno ripreso a soffiare tempi di barbarie.
“Spettri di Nietzsche” di Maurizio Ferraris, nonostante le critiche che abbiamo formulato, è un libro brillante, ricco di erudizione, carico di quel dolore che, per quanto riguarda l’opera e la vita di Nietzsche, si incontra ad ogni passo. Del resto, Ferraris non si nasconde dietro un dito, la sua posizione è neo-realista – nel senso del “Manifesto del nuovo realismo” del 2012 – ma il suo confronto con il pianeta-Nietzsche è alto, radicale, serio. Anche quando le affinità che Ferraris ricerca con il nazismo sono, a nostro modesto avviso, eccessive.
Per il 25 agosto 1964 – Nietzsche morì il 25 agosto 1900 – Giorgio Colli scrisse una poesia intitolata “Per un anniversario” e raccolta in “La ragione errabonda. Quaderni postumi” (Adelphi 1982, pp. 194-195) e con essa ci vogliamo congedare. In una delle strofe centrali, Colli scrive rivolgendosi a Nietzsche: “Rimangono le tue parole, / rondini folli / che garriscono nere / nell’ebbro cielo di giugno; / dardi appuntiti a ferire / la mente errabonda dell’uomo; / un canto che raggela / come il peana degli Spartiati / e atterrisce il nemico / prima che le spade risuonino”.