Un cacciatore americano muore travolto dagli elefanti durante un safari in Africa e in Italia esplode una lite durissima sulla caccia. A far detonare il caso sono Mario Tozzi e Roberto Burioni: il primo attacca la pratica venatoria con una frase destinata a dividere, il secondo replica richiamando il consumo di carne e le contraddizioni di chi condanna l’uccisione degli animali.
La morte di Ernie Dosio durante la battuta in Gabon
La vittima è Ernie Dosio, 75 anni, imprenditore californiano legato al settore agricolo e conosciuto negli ambienti della caccia grossa. Si trovava nella foresta di Lope-Okanda, in Gabon, durante una spedizione venatoria. L’obiettivo della battuta era un’antilope, ma il gruppo si è imbattuto in cinque elefanti femmina con un piccolo. L’incontro improvviso ha avuto un esito fatale: Dosio è stato schiacciato dagli animali, mentre la guida professionista è rimasta ferita in modo serio.
La dinamica ha reso la vicenda immediatamente simbolica. Non si tratta solo di un incidente in un contesto selvatico. Il fatto coinvolge un cacciatore facoltoso, una battuta organizzata, animali protetti e un immaginario molto discusso: quello dei safari venatori, dei trofei, delle spedizioni in Africa e della convinzione che si possa trasformare l’uccisione di un animale in esperienza esclusiva.
La battuta di Tozzi: se è uno sport, allora può finire male
Mario Tozzi ha scelto un registro frontale. “Se la caccia è uno sport, questo qui ha perso”, ha scritto commentando la notizia. La frase è ruvida, divisiva, volutamente priva di attenuanti. Il geologo non si limita a contestare la caccia grossa: mette in discussione la definizione stessa di caccia come sport. Perché lo sport, nella sua essenza, richiede un confronto regolato. Qui invece un uomo armato entra in un ambiente naturale per uccidere un animale.
Tozzi aveva già attaccato la riforma italiana sulla caccia, definendola una scelta pericolosa e criticando l’immagine del cacciatore come custode dell’ambiente. Nel suo ragionamento, chi ama davvero la natura può osservarla, studiarla, fotografarla. Non ha bisogno di abbatterla. È una posizione netta, che intercetta una sensibilità sempre più diffusa nelle città, soprattutto nelle generazioni abituate a leggere il benessere animale come parte della qualità civile di un Paese.
Burioni replica e sposta il discorso sul consumo di carne
Roberto Burioni ha risposto con un argomento diverso: “Ma io gli animali li mangio”. Il senso della replica è chiaro. Per il virologo, l’indignazione contro la caccia rischia di diventare selettiva quando arriva da chi accetta senza problemi l’uccisione di animali per alimentarsi. Il suo messaggio chiama in causa la coerenza personale: si può condannare chi spara a un animale selvatico e poi consumare carne prodotta da allevamenti e macelli?
La domanda è forte, ma non chiude il dibattito. Perché nel caso del safari venatorio non si parla di necessità alimentare. Si parla di una scelta, di un’esperienza pagata, di un animale cercato nel suo habitat e abbattuto come risultato finale della spedizione. È su questa differenza che la polemica si allarga: il consumo di carne apre una questione etica enorme, ma la caccia per trofeo o per divertimento ne apre un’altra, più legata al potere dell’uomo sulla fauna selvatica.
Dalle frasi social alla riforma italiana sulle armi da caccia
Lo scontro arriva in un momento politicamente delicato. In Senato è tornato il lavoro sulla riforma della legge 157 del 1992, il testo che disciplina la protezione della fauna selvatica e l’attività venatoria in Italia. Il ddl 1552 e i relativi emendamenti sono al centro di un confronto acceso, con associazioni ambientaliste molto critiche e mondo venatorio favorevole a un aggiornamento delle regole.
In gioco ci sono calendari, competenze regionali, gestione degli animali selvatici, aree private, controlli, sicurezza e rapporto con il mondo agricolo. La parola “doppiette” semplifica un dossier molto più ampio, ma rende bene l’idea del conflitto: da una parte chi chiede norme più favorevoli ai cacciatori, dall’altra chi teme un arretramento nella protezione della fauna.
Perché la lite parla anche alle città
A Roma e nelle grandi aree urbane il tema della caccia può sembrare lontano. In realtà non lo è. La convivenza con la fauna selvatica è diventata un argomento quotidiano: cinghiali, parchi, riserve, incidenti stradali, danni agricoli, sicurezza delle periferie verdi. Ogni decisione sulla caccia incide anche sul modo in cui un territorio gestisce gli animali, non solo nei boschi o nelle campagne.
La differenza sta nel metodo. Controllo faunistico, prevenzione, recinzioni, sterilizzazioni, piani scientifici e interventi mirati sono una cosa. L’idea di ampliare la stagione delle doppiette o di presentare il cacciatore come soluzione generale è un’altra. Il caso Tozzi-Burioni piace ai social perché ha la forma della lite, ma sotto la superficie contiene una questione molto concreta: chi decide come trattare gli animali selvatici e con quali limiti?
Una polemica che non finirà con un post
La morte di Ernie Dosio resterà legata a una dinamica estrema: un cacciatore esperto, una foresta africana, un branco di elefanti, un esito irreversibile. In Italia, però, quella vicenda è diventata altro. È diventata il pretesto per discutere di caccia, etica, alimentazione, legge, sicurezza e rapporto con la natura.
Tozzi ha scelto la via della provocazione dura. Burioni ha risposto con l’obiezione della coerenza. In mezzo restano milioni di cittadini che non cacciano, molti consumano carne, altri la rifiutano, alcuni chiedono norme più severe e altri difendono una pratica considerata parte della tradizione. La politica dovrà decidere sulle regole. L’opinione pubblica, intanto, ha già mostrato che il tema non è più confinato agli addetti ai lavori: ogni volta che si parla di animali uccisi, safari o doppiette, la discussione diventa subito identitaria.