Termini, la piazza da 45 milioni non convince: “Progetto stravolto”, esplode il caso a Roma

Cantieri ancora aperti a Termini e progetto contestato: gli architetti chiedono al Comune di salvare l’identità di piazza dei Cinquecento
Di Simone Fabi
Stazione Termini, Polizia in Piazza dei Cinquecento
Stazione Termini, Polizia in Piazza dei Cinquecento

Piazza dei Cinquecento resta sotto i teloni del cantiere giubilare e Roma si ritrova davanti a una domanda scomoda: dopo mesi di lavori, milioni impegnati e disagi davanti alla stazione Termini, la città avrà davvero una piazza migliore o solo uno spazio rifatto a metà?

Termini e piazza dei Cinquecento: il cantiere simbolo che Roma continua a guardare

Chi passa da Termini lo vede ogni giorno. Reti, coperture, percorsi obbligati, porzioni di piazza ancora sottratte alla piena fruizione. L’intervento era nato come uno dei più importanti del Giubileo 2025, ma nel 2026 l’area davanti alla stazione più frequentata della Capitale appare ancora sospesa, con il peso visivo dei lavori e l’attesa di una restituzione definitiva.

Anas conferma la chiusura delle lavorazioni entro l’estate. Una scadenza che può segnare la fine della fase più ingombrante del cantiere, ma non spegne le polemiche. Il punto più delicato riguarda il merito dell’intervento: l’Ordine degli architetti di Roma contesta la distanza fra ciò che era stato immaginato dal progetto vincitore e ciò che starebbe prendendo forma dietro le recinzioni.

Il vicepresidente dell’Oar, Lorenzo Busnengo, intervistato dal Corriere della Sera, parla di un progetto “completamente diverso” rispetto a quello che aveva vinto il concorso. La critica è pesante perché arriva da chi difende il valore della progettazione pubblica e mette in discussione non un dettaglio di arredo urbano, ma l’impianto stesso della trasformazione.

Termini non è una piazza qualunque. È il primo luogo che milioni di persone vedono arrivando a Roma in treno, è uno snodo di bus, taxi, metro, pedoni, turisti, lavoratori e residenti. Quando quel luogo funziona male, l’effetto si sente in tutta la città. Quando viene riqualificato male, l’errore resta sotto gli occhi di tutti.

Il concorso vinto nel 2021 e la promessa di una nuova porta urbana

La vicenda parte da lontano. Nel 2020 viene bandita una gara internazionale da GS Rail con FS Sistemi Urbani e Comune di Roma. Nel 2021 vince un team formato da It’s, TVK, Artelia, Net engineering, Latitude Platform e Rustici. L’obiettivo era ambizioso: trasformare piazza dei Cinquecento da area caotica e poco leggibile in uno spazio pubblico vero, capace di accompagnare l’ingresso nella Capitale.

Il progetto doveva tenere insieme più esigenze. Rendere più ordinati i flussi, migliorare l’accoglienza, aumentare la qualità ambientale, rispondere alla pressione enorme generata dalla stazione, dare un volto più riconoscibile a un luogo spesso percepito come provvisorio anche quando non ci sono cantieri.

La cifra dell’intervento è importante: circa 45 milioni di euro, con risorse giubilari e fondi del Mit. Una somma che alza inevitabilmente il livello delle aspettative. Quando la spesa pubblica raggiunge queste dimensioni, i cittadini non giudicano soltanto la rapidità dei lavori. Guardano il risultato, la qualità, la durata, la capacità di risolvere problemi reali.

Per questo la denuncia degli architetti pesa. Se un concorso internazionale serve a selezionare la migliore idea per un luogo così delicato, la fase esecutiva non può diventare un percorso capace di modificarne la natura. Altrimenti Roma rischia di mandare un messaggio pericoloso: si premia un progetto, ma se ne realizza un altro.

“Ora non è una piazza”: la critica degli architetti e il nodo della vivibilità

Busnengo definisce Termini “la porta d’ingresso di Roma”, ma aggiunge che oggi non è una vera piazza. La definizione di “non-luogo” fotografa una sensazione molto diffusa: piazza dei Cinquecento è spesso vissuta come un attraversamento obbligato, non come uno spazio urbano da abitare. Si passa, si cambia mezzo, si cerca una direzione, si evita di sostare più del necessario.

La riqualificazione avrebbe dovuto incidere proprio su questo. Non soltanto pavimentazioni, percorsi e nuove sistemazioni, ma un’idea più chiara di spazio pubblico. Una piazza davanti a Termini dovrebbe orientare, accogliere, alleggerire i flussi e restituire ordine a uno dei punti più intensi di Roma. Dovrebbe essere comprensibile anche a chi arriva per la prima volta, sicura per chi la attraversa di notte, funzionale per chi la usa ogni giorno.

Il rischio denunciato dall’Ordine è che l’intervento perda questa ambizione e si riduca a un’opera completata senza piena fedeltà all’impianto originario. Sarebbe un problema urbanistico, ma anche politico. Perché una città che investe risorse pubbliche su un nodo così importante deve poter spiegare ai romani non solo quando finiranno i lavori, ma anche perché il risultato sarà all’altezza dell’investimento.

Il richiamo al Comune è diretto: serve attenzione, serve rispetto dell’idea progettuale nata dal concorso, serve la volontà di non sprecare una possibilità rara. Piazza dei Cinquecento non viene rifatta ogni anno. Gli errori, in un luogo simile, durano a lungo.

Cantieri, ritardi e identità urbana: perché il caso Termini parla a tutta Roma

La Capitale ha un rapporto complicato con le sue opere pubbliche. Ogni intervento importante deve fare i conti con vincoli, burocrazia, traffico, sicurezza, sottoservizi, tempi di cantiere e pressioni politiche. Tutto vero. Ma proprio per questo la qualità della progettazione dovrebbe diventare un punto fermo, non una variabile da piegare lungo il percorso.

L’Ordine degli architetti difende il concorso come metodo. Non per una questione corporativa, ma perché affidare la trasformazione di luoghi complessi a una visione progettuale forte può evitare soluzioni deboli, frammentate, destinate a invecchiare male. Roma ha bisogno di opere che non si limitino a sistemare l’esistente, ma che restituiscano senso agli spazi.

Termini è un banco di prova enorme. La stazione concentra flussi, marginalità, commercio, trasporto pubblico, turismo, mobilità regionale e vita quotidiana. Qualsiasi intervento in piazza dei Cinquecento produce conseguenze immediate. Cambia il modo in cui si arriva alla metro, si raggiungono i bus, si trova un taxi, si attraversa l’area con i bagagli, si percepisce la sicurezza dello spazio.

Quando i teloni verranno tolti, Roma non potrà giudicare l’opera solo dalla novità delle superfici. Dovrà capire se la piazza sarà più chiara, più ordinata, più umana. Dovrà vedere se l’intervento avrà davvero trasformato un’area di passaggio in un luogo riconoscibile della città.

Il caso sollevato dagli architetti arriva prima della fine dei lavori e proprio per questo può avere ancora un peso. Non è una protesta a cantiere chiuso, quando ormai restano soltanto commenti e rimpianti. È un avviso mentre la partita è ancora in corso. Il Comune, ora, ha la possibilità di chiarire, correggere, difendere la qualità dell’opera e spiegare ai romani quale piazza li aspetta.

 
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