Stranieri nelle classi e burqa vietato, l’annuncio di Meloni arriva nella Roma del ragazzo congolese che ha salvato la prof

A Tor Pignattara, all’Esquilino, a Centocelle o in alcune aree della periferia romana una scuola riflette inevitabilmente la popolazione che vive intorno a essa
Di Lina Gelsi
Donna con burqa
Donna con burqa

Roma è il luogo nel quale Giorgia Meloni ha annunciato domenica 20 settembre le nuove misure che il Governo intende portare in Consiglio dei ministri sulla presenza degli studenti stranieri nelle classi, sul burqa e sul niqab. Ed è anche la città nella quale, soltanto due giorni prima, un tredicenne di origine congolese ha fermato un compagno italiano che aveva appena accoltellato una professoressa.

Due vicende completamente differenti che finiscono però per incontrarsi dentro la stessa domanda: che cosa significa davvero integrazione quando si parla di ragazzi e di scuola?

Dal palco di Fenix, la manifestazione di Gioventù Nazionale, la presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento con un numero massimo di studenti stranieri per classe, il divieto di burqa e niqab nelle scuole e l’obbligo di apprendimento dell’italiano per i genitori di studenti stranieri con gravi difficoltà di inserimento. La percentuale massima non è stata ancora resa nota.

Il dibattito è destinato inevitabilmente a diventare politico. Ma Roma permette di osservarlo da una prospettiva molto meno astratta.

Il Lazio ha quasi 85 mila studenti con cittadinanza straniera

Nel Lazio gli studenti con cittadinanza non italiana erano 84.961 nell’anno scolastico 2023-2024, pari all’11 per cento del totale regionale. Dati regionali riferiti al 2022-2023 mostravano nella provincia di Roma una quota del 10,7 per cento.

Dietro quella percentuale, tuttavia, esistono biografie diversissime.

C’è chi è arrivato da pochi mesi e non parla italiano. C’è chi vive qui dall’infanzia. Ci sono bambini nati a Roma che possiedono una cittadinanza straniera perché la legislazione italiana non attribuisce automaticamente quella italiana alla nascita. Ci sono minori arrivati soli, adolescenti ricongiunti alla famiglia, figli di lavoratori stranieri ormai stabilmente residenti e ragazzi che hanno frequentato ogni classe della scuola italiana.

Per un insegnante queste differenze contano infinitamente più del passaporto.

Il problema della concentrazione di studenti con cittadinanza non italiana non nasce peraltro nel 2026. Da anni esiste l’indicazione di evitare, ordinariamente, il superamento del 30 per cento, con deroghe e adattamenti determinati dalle singole realtà territoriali e dalle caratteristiche degli alunni. Proprio le deroghe raccontano la difficoltà di trasformare una percentuale nazionale in una regola uguale per quartieri profondamente diversi fra loro.

A Tor Pignattara, all’Esquilino, a Centocelle o in alcune aree della periferia romana una scuola riflette inevitabilmente la popolazione che vive intorno a essa. Se una quota deve essere rispettata, occorrerà stabilire come distribuire gli studenti e fino a quale distanza, evitando che l’obiettivo della mescolanza sociale produca, per effetto contrario, nuovi disagi logistici o forme di separazione.

Centocelle e quel gesto che rende inutile qualsiasi stereotipo

La coincidenza temporale con l’aggressione alla professoressa Isabella Marsilio è impressionante.

Venerdì 18 settembre, in una scuola media di Centocelle, un tredicenne italiano è entrato in classe con due coltelli, spray urticante e un casco dotato di videocamera. Ha colpito l’insegnante con tre fendenti. Un compagno di tredici anni originario della Repubblica Democratica del Congo, arrivato in Italia senza i genitori e ospitato in una casa famiglia, gli ha afferrato il polso e lo ha fermato.

Quell’episodio non dimostra che gli stranieri siano migliori degli italiani, così come un fatto di cronaca di segno opposto non dimostrerebbe il contrario. Dimostra qualcosa di molto più semplice: il comportamento individuale non può essere dedotto dalla nazionalità.

È precisamente la ragione per cui il dibattito sulla composizione delle classi dovrebbe evitare di sovrapporre tre categorie diverse: cittadinanza straniera, recente immigrazione e mancata conoscenza dell’italiano.

Un ragazzo con passaporto non italiano nato a Roma e perfettamente italofono pone alla scuola problemi completamente diversi da quelli di un coetaneo arrivato la settimana precedente da Kabul, Dakar o Lima. Se l’obiettivo è favorire l’apprendimento, la variabile linguistica diventa decisiva.

La lingua non è soltanto grammatica

Roma possiede, proprio su questo terreno, una delle esperienze educative più interessanti nate negli ultimi vent’anni.

La Scuola Penny Wirton è stata fondata nel 2008 da Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi. Il suo principio didattico sembra quasi irrealizzabile nella scuola di massa: un insegnante per uno studente.

Niente classi tradizionali, niente voti, insegnamento gratuito, volontari davanti a migranti adulti e minorenni che vogliono imparare l’italiano. Il punto di partenza non è un programma standard ma la persona seduta dall’altra parte del tavolo.

Uno può conoscere tre lingue ma non l’italiano. Un altro può non essere mai andato a scuola. Un ragazzo può capire perfettamente ciò che ascolta ma non sapere ancora scriverlo. Una madre può avere bisogno delle parole che consentano di parlare con un pediatra o con l’insegnante del figlio. Per ognuno il percorso cambia.

Il nome deriva dal romanzo di Silvio D’Arzo Penny Wirton e sua madre. Il protagonista, un bambino povero ed emarginato, riesce progressivamente a costruirsi una dignità e un futuro anche grazie all’incontro con un maestro. È una metafora che Affinati e Lenzi hanno trasformato in metodo educativo.

La prima esperienza nacque dalla constatazione fatta da Affinati lavorando con ragazzi immigrati alla Città dei Ragazzi: molti avevano vissuto esperienze enormi ma possedevano un italiano troppo povero per raccontarle. Il deficit linguistico non cancellava soltanto la capacità di seguire una lezione. Impediva di mostrare agli altri chi fossero davvero.

È una differenza fondamentale. Imparare la lingua del Paese nel quale si vive significa certamente coniugare i verbi e imparare il lessico, ma significa anche poter spiegare un dolore, capire una legge, discutere con un insegnante, sostenere un colloquio di lavoro, difendere un proprio diritto e comprendere un proprio dovere.

Da Casal Bertone a oltre settanta realtà

La Penny Wirton romana oggi opera in tre sedi, a Casal Bertone, San Paolo-Ostiense e Appio-Latino. Nel giugno 2026 la rete contava oltre settanta esperienze attive, distribuite in gran parte d’Italia e legate allo stesso principio della gratuità e dell’insegnamento personalizzato.

Non può essere considerata un modello direttamente trasferibile alle scuole statali. La Repubblica deve garantire ogni mattina l’istruzione a milioni di bambini e adolescenti e nessun sistema pubblico potrebbe assicurare stabilmente un docente per ogni singolo alunno.

Può però suggerire una direzione: se la lingua è davvero considerata la prima infrastruttura dell’integrazione, occorre investirvi molto più di quanto avvenga oggi.

Ciò significa laboratori permanenti di italiano L2, formazione specifica degli insegnanti, mediatori linguistico-culturali dove realmente necessari, corsi per i genitori, tempo aggiuntivo e una particolare attenzione agli studenti appena arrivati.

Il tetto numerico e la domanda che resta aperta

L’idea di evitare concentrazioni troppo elevate ha una logica pedagogica riconosciuta da tempo: se in una stessa classe molti studenti non comprendono sufficientemente l’italiano, insegnare diventa più difficile e gli stessi alunni appena arrivati hanno meno occasioni di apprendere la lingua attraverso il rapporto quotidiano con compagni italofoni.

Ma cittadinanza e competenza linguistica non sono sinonimi.

Questa sarà probabilmente una delle questioni principali da affrontare quando il Governo presenterà il testo. Un eventuale limite sarà calcolato in base alla cittadinanza? Alla nascita all’estero? Agli anni di permanenza in Italia? Alla conoscenza linguistica? Verranno esclusi dal conteggio i ragazzi nati in Italia? Quali deroghe saranno consentite nei territori nei quali superare la soglia è inevitabile?

Fino alla pubblicazione del provvedimento sono domande aperte.

Il burqa è un problema diverso dal velo

Anche il secondo tema richiede precisione.

Burqa e niqab coprono integralmente o quasi integralmente il volto; l’hijab lascia invece scoperto il viso. Meloni ha annunciato il divieto scolastico dei primi due.

La legislazione italiana già vieta, attraverso la legge 152 del 1975, di rendersi irriconoscibili in luogo pubblico senza giustificato motivo. Una decisione del Consiglio di Stato del 2008, intervenuta su un’ordinanza comunale, aveva però considerato possibile ricondurre motivazioni religiose o culturali fra i giustificati motivi. Una nuova normativa specifica per gli istituti scolastici avrebbe pertanto un significato giuridico proprio.

Il governo collega il divieto alla riconoscibilità personale e alla parità di genere; i critici delle restrizioni generalizzate richiamano invece la libertà religiosa e la necessità di misure proporzionate. Il confronto parlamentare dovrà chiarire concretamente fino a dove arriverà la norma.

La scuola italiana deve fare tutto, spesso dentro edifici che hanno sessant’anni

Esiste infine un problema che rischia di rimanere schiacciato dalla contrapposizione politica.

Alla scuola italiana chiediamo di insegnare, integrare, prevenire il disagio giovanile, educare all’affettività, contrastare la dispersione, accogliere la disabilità, recuperare gli apprendimenti, utilizzare nuove tecnologie e ora anche gestire in maniera ancora più sofisticata le trasformazioni demografiche del Paese.

Ma molti istituti affrontano queste responsabilità in strutture vecchie e con problemi irrisolti. Nel 2026 Cittadinanzattiva ha rilevato che, dei 39.351 edifici scolastici considerati, quasi la metà di quelli con data di costruzione nota è precedente al 1976. Il rapporto registra inoltre 68 episodi di crolli o distacchi fra settembre 2025 e agosto 2026 e rileva persistenti carenze nelle certificazioni di sicurezza.

È dentro questa scuola reale che dovranno essere applicate le nuove norme.

Roma, in pochi giorni, ha offerto due fotografie che meritano di essere osservate insieme. Da una parte un ragazzo congolese che, mentre un insegnante viene aggredito, interviene e la protegge. Dall’altra decine di volontari della Penny Wirton che ogni settimana si siedono davanti a persone arrivate da altri Paesi e cominciano dalle parole più semplici. Nessuno dei due episodi risolve il problema politico posto dal Governo.

Entrambi però mostrano cosa significa integrazione quando smette di essere uno slogan: conoscersi abbastanza da potersi parlare, imparare le stesse regole, condividere gli stessi spazi e arrivare al punto in cui davanti a un pericolo non ci sono più un italiano e uno straniero, ma due ragazzi e una decisione individuale da prendere.

 
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Cronaca

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