Le due Camere della Romania hanno sfiduciato senza appello il Primo Ministro liberale Ilie Bolojan, che non era in carica nemmeno da un anno. Era sostenuto, almeno originariamente, da un ircocervo euroinomane comprendente anche il Partito Socialdemocratico, i centristi dell’Unione Salvate la Romania e la formazione della minoranza ungherese. Con i quali, di fatto, guidava un esecratissimo Governo-fantoccio di Bruxelles.

È caduto il Governo della Romania
L’esecutivo Bolojan, come ricorda France 24, appena insediato aveva varato tutta una serie di misure di austerity sotto dettatura dell’Unione Europea. Provvedimenti impopolarissimi che hanno fatto impennare il già altissimo gradimento dei nazionalisti dell’Alleanza per l’Unione dei Rumeni, provocando di conseguenza un profondo malcontento nei Socialdemocratici.

Proprio questi due schieramenti, come riporta Il Fatto Quotidiano, hanno presentato la mozione di censura fatale. Che è risultata essere, aggiunge Il Post, la più votata nella storia del Parlamento rumeno, essendo stata approvata da 281 rappresentanti del popolo su 464.
I possibili scenari (Bruxelles permettendo)
Ora si apre una fase di incertezza, perché il Partito Nazionale Liberale esclude un nuovo accordo col PSD. Che invece vorrebbe limitarsi a cambiare il Premier mantenendo la stessa coalizione, mentre rifiuta (anche per motivi numerici) l’ipotesi di costituire una maggioranza “innaturale” con l’AUR. Il cui numero uno George Simion, scrive Il Sole 24 Ore, dal canto suo ha invocato elezioni anticipate, finora mai svoltesi nell’antica Dacia e comunque ritenute improbabili.

Il leader sovranista ha cinguettato gongolante che «è stata ascoltata la voce del popolo della Romania», come non era avvenuto in occasione della farsa di fine 2024. Quando le Presidenziali erano state pretestuosamente annullate dopo che al primo turno aveva prevalso il candidato sgradito alle élites – l’indipendente Călin Georgescu. Che poi era stato “provvidenzialmente” escluso dalla tornata-bis, conclusasi con la sorprendente affermazione dell’europeista Nicușor Dan.
Proprio all’inquilino di Palazzo Cotroceni (il Quirinale di Bucarest) passa ora la palla, sempre vertici del Vecchio Continente permettendo. Le cui ingerenze elettorali, è bene ribadirlo, sono state certificate anche da un report del Comitato Giuridico presso la Camera Usa (una sorta di Commissione Giustizia).

Guardacaso, come rileva l’Adnkronos, sono subito partiti gli allarmi(smi) su tutto ciò che in Romania è improvvisamente tornato a rischio. Rating del debito sovrano, accesso ai fondi europei, riduzione del deficit pubblico, stabilità della moneta (il leu), e probabilmente l’inondazione e le cavallette di johnbelushiana memoria. D’altronde non stupisce che tra i mandarini comunitari serpeggi un certo nervosismo: e, per definizione, un problema per loro è un’ottima notizia per tutti gli altri.


