Roma ha un patrimonio che non si vede subito, ma che pesa quanto una piccola rivoluzione urbana. È il sole che cade ogni giorno sui tetti della città e che, secondo gli studi presentati da Roma Capitale nel Climate City Contract, potrebbe trasformarsi in circa 4.400 GWh l’anno di energia da fotovoltaico, abbastanza da coprire il 48% dei consumi elettrici della rete cittadina del 2023. Tradotto in termini concreti: meno emissioni, meno dipendenza energetica e un alleggerimento possibile per le bollette di famiglie, negozi, uffici e attività produttive.
Il fotovoltaico di Roma parte dai tetti, dai parcheggi e dai quartieri più esposti al sole
La forza di questi dati sta nel fatto che riguardano superfici già esistenti. Non servono nuove colate di cemento, ma una diversa lettura della città costruita. Lo studio affidato ad AESS analizza coperture di edifici e parcheggi, escludendo aree vincolate e situazioni tecnicamente più difficili, e arriva a una stima che fa riflettere: dai tetti si potrebbero ricavare circa 4.250 GWh annui, mentre altri 130 GWh arriverebbero da 93 grandi parcheggi già individuati. In questi spazi il potenziale maggiore si concentra soprattutto vicino a centri commerciali, servizi e strutture sanitarie.
A Roma questo significa rimettere al centro il tessuto quotidiano della città, quello fatto di condomini, capannoni, grandi aree di sosta e quartieri popolari. Il fotovoltaico, in questo senso, smette di essere una tecnologia percepita come accessoria e diventa un elemento che può modificare il rapporto di molti romani con la casa e con il costo dell’energia. Non è soltanto un capitolo ambientale: è anche una questione di vita urbana, di spesa familiare e di competitività per tante attività economiche locali.
Torri, Eur, Ostia: dove Roma può produrre più energia solare
Le aree che emergono con maggiore forza sono quelle del Municipio VI, del IX e del X. Significa il quadrante delle Torri, con Lunghezza, Torre Angela, Borghesiana, Torre Gaia e Tor Bella Monaca, poi la zona sud dall’Ostiense verso l’Eur, e ancora il litorale di Ostia con Castel Fusano. Il IV Municipio, nell’area Tiburtina, offre invece condizioni favorevoli per impianti sui capannoni industriali. È una mappa che racconta una città diversa da quella stereotipata del centro storico: la possibile svolta energetica romana si gioca soprattutto nelle periferie, nei quadranti popolosi, nei distretti produttivi e nei grandi spazi commerciali.
Questo dato ha un valore anche sociale. Per anni le periferie sono state descritte quasi solo in termini di carenze, emergenze, ritardi. Qui, invece, diventano parte della risposta. Possono essere i luoghi da cui comincia una modernizzazione concreta, visibile, capace di produrre benefici diffusi. In una città grande e diseguale come Roma, non è un dettaglio. Significa poter saldare la transizione energetica con una nuova idea di riequilibrio urbano.
Il problema che Roma non può più rimandare: case energivore e consumi troppo alti
C’è però l’altra faccia del dossier, ed è meno rassicurante. Roma Capitale ricorda che circa due terzi degli immobili residenziali rientrano nelle classi energetiche peggiori, F e G. Più in generale, circa l’80% degli edifici ha una bassa classe energetica. E ancora: oltre il 37,7% delle emissioni annuali della città è legato agli edifici residenziali. Il punto è semplice: la città ha tanto sole, ma ha anche case che disperdono energia, consumano troppo e pesano in modo enorme sul bilancio ambientale urbano.
ENEA ha elaborato quattro scenari per il periodo 2025-2040. Nel caso meno incisivo la riduzione annua di CO2 si fermerebbe attorno a 200mila tonnellate; nello scenario più spinto, con uso ampio delle tecnologie disponibili, si potrebbe arrivare a 600mila tonnellate l’anno. In mezzo c’è la vera domanda che riguarda il Campidoglio, il Governo e i proprietari: quanti strumenti economici, normativi e amministrativi si metteranno in campo per far partire la riqualificazione su larga scala.
Dai numeri alle decisioni: perché ora serve una politica urbana molto concreta
Il materiale presentato dall’Ufficio Clima guidato da Edoardo Zanchini non si limita a descrivere un problema. Indica una direzione molto precisa. Roma, per dimensione del patrimonio edilizio e quantità di abitazioni, può diventare un laboratorio nazionale su fotovoltaico urbano, efficienza energetica e riduzione delle emissioni. Nella stessa analisi si ricorda che dal 2013 gli incentivi hanno sostenuto oltre 350mila interventi in città, con più di 6,1 miliardi di investimenti stimati, oltre 1 TWh l’anno di risparmio energetico e circa 200mila tonnellate annue di CO2 evitate.
Per i romani, però, il punto non è soltanto la bontà dei numeri. Il punto è capire se questa massa di dati si tradurrà in procedure più rapide, incentivi più leggibili, accordi con i condomini, sostegno ai quartieri più fragili e una regia capace di tenere insieme energia, casa e qualità dell’abitare. Perché il tesoro sui tetti esiste davvero, ma non produce nulla finché resta soltanto in una presentazione. Roma ha davanti una possibilità molto concreta: usare il sole non come slogan, ma come infrastruttura urbana diffusa. E stavolta i numeri dicono che non sarebbe un’operazione simbolica, ma una leva capace di cambiare il profilo energetico della città.