Roma continua ad affrontare il caldo estremo soprattutto come un’emergenza stagionale, attraverso raccomandazioni sanitarie, apertura di spazi climatizzati e misure pensate per le giornate più difficili. Sono interventi necessari, ma non risolvono il problema strutturale rappresentato da una città nella quale enormi superfici sono ricoperte di asfalto, cemento e materiali impermeabili capaci di accumulare calore per ore e di impedire all’acqua piovana di penetrare nel terreno. È proprio su questo doppio fronte, quello delle temperature elevate e quello della gestione delle precipitazioni intense, che diverse città europee stanno cercando di modificare il modo stesso in cui vengono progettate strade, piazze e spazi pubblici.
Barcellona rappresenta oggi uno degli esempi più interessanti perché ha iniziato a intervenire non soltanto sul traffico o sulla mobilità, ma sulla struttura fisica del suolo urbano, aumentando il verde, creando maggiore ombra, riducendo progressivamente alcune superfici impermeabili e sperimentando pavimentazioni capaci di trattenere o far filtrare una parte dell’acqua piovana. È una direzione molto vicina alle analisi sviluppate negli ultimi anni da Mario Tozzi, che ha più volte richiamato la necessità di ripensare le città italiane alla luce di un clima ormai profondamente cambiato.
Il problema di Roma è anche il modo in cui è costruita
Una strada asfaltata esposta per molte ore al sole non rappresenta una superficie neutrale, perché assorbe una quantità considerevole di energia e può raggiungere temperature molto superiori a quelle dell’aria. Il calore accumulato durante il giorno viene poi restituito lentamente nelle ore serali e notturne, contribuendo al fenomeno dell’isola di calore urbana e rendendo più difficile il raffrescamento della città proprio quando l’organismo umano avrebbe bisogno di recuperare dopo molte ore di esposizione alle alte temperature.
La differenza fra una strada priva di alberi e un viale ombreggiato è evidente anche senza strumenti scientifici. Nel secondo caso la vegetazione intercetta una parte importante della radiazione solare prima che raggiunga il terreno e, attraverso l’evapotraspirazione, contribuisce a ridurre la temperatura dell’ambiente circostante. Il terreno permeabile e vegetato svolge quindi una funzione climatica che una superficie completamente asfaltata non può offrire.
Mario Tozzi ha insistito più volte su questo aspetto, sottolineando come molte città italiane siano diventate più calde proprio perché negli ultimi decenni si è continuato a impermeabilizzare il suolo, riducendo gli spazi destinati agli alberi e affidando sempre più spesso il raffrescamento agli impianti di climatizzazione. Il condizionatore rimane naturalmente indispensabile per molte famiglie, soprattutto nei periodi di caldo intenso, ma dal punto di vista fisico trasferisce calore dall’interno verso l’esterno e, quando centinaia di migliaia di apparecchi funzionano contemporaneamente, contribuisce a sua volta all’aumento della temperatura delle strade.
La risposta non può quindi essere affidata esclusivamente alla climatizzazione degli edifici. Una parte del raffrescamento deve tornare a essere prodotta dalla città stessa, attraverso alberi maturi, superfici ombreggiate, terreni permeabili e materiali che assorbano meno calore rispetto all’asfalto tradizionale.
Barcellona sta intervenendo sulle strade e sui marciapiedi
Il confronto con Barcellona è significativo perché la città catalana presenta caratteristiche climatiche e urbanistiche in parte simili a quelle di Roma. Anche qui le estati sono diventate progressivamente più calde e le precipitazioni, quando si verificano con particolare intensità, possono mettere in difficoltà la rete di drenaggio urbano.
Il programma dei Superblock, nato inizialmente anche per ridurre il traffico e restituire spazio ai pedoni, si è progressivamente trasformato in uno strumento più ampio di adattamento climatico. Le trasformazioni prevedono infatti un aumento delle alberature, la creazione di aree ombreggiate, la riduzione di alcune superfici impermeabili e l’utilizzo di materiali capaci di riflettere maggiormente la radiazione solare.
Secondo le simulazioni realizzate nell’ambito di questi progetti, nelle aree interessate dagli interventi la temperatura può ridursi fino a circa 1,2 gradi nelle giornate più calde. Un valore apparentemente contenuto, ma che assume un significato molto diverso se viene rapportato alla vita quotidiana di milioni di persone, soprattutto anziani, bambini e soggetti con problemi cardiovascolari o respiratori.
Dall’1 al 12 per cento di superficie permeabile
Uno degli elementi più interessanti dell’esperienza catalana riguarda la capacità del terreno urbano di assorbire l’acqua. In alcune aree interessate dai programmi di trasformazione la quota delle superfici permeabili potrebbe passare da circa l’1 per cento fino al 12 per cento.
La logica è quella di evitare che quasi tutta l’acqua caduta durante un temporale venga immediatamente trasformata in deflusso superficiale. Quando il terreno è completamente sigillato dall’asfalto, infatti, la pioggia viene convogliata rapidamente verso caditoie, tombini e collettori fognari, che possono entrare in crisi se la quantità d’acqua supera la loro capacità di smaltimento.
Una pavimentazione permeabile consente invece a una parte dell’acqua di infiltrarsi negli strati sottostanti o di essere temporaneamente trattenuta e rilasciata più lentamente. Non elimina il rischio di allagamenti e non sostituisce una rete fognaria efficiente, ma riduce la velocità con cui grandi volumi d’acqua raggiungono contemporaneamente gli stessi punti della città.
È proprio questa capacità di rallentare il deflusso a rendere interessanti le pavimentazioni drenanti anche per Roma, dove molti quartieri presentano superfici quasi interamente impermeabilizzate e dove sottopassi, depressioni stradali e zone con sistemi di drenaggio insufficienti possono trasformarsi rapidamente in punti critici durante precipitazioni molto intense.
Una città impermeabile manda tutta l’acqua nello stesso punto
Per comprendere il problema basta osservare come si comportano due superfici diverse durante un temporale. In un terreno naturale una parte dell’acqua viene intercettata dalla vegetazione, una parte penetra nel suolo e soltanto una quota scorre verso valle. Su un piazzale asfaltato avviene l’opposto, perché quasi tutta la pioggia viene immediatamente trasformata in acqua superficiale.
Se questo fenomeno viene moltiplicato per migliaia di strade, parcheggi, marciapiedi, piazze e cortili, il risultato è una quantità enorme d’acqua che raggiunge nello stesso momento la rete fognaria. In presenza di nubifragi molto intensi, la capacità dei collettori può non essere sufficiente e l’acqua tende quindi ad accumularsi nei punti più bassi.
Le cronache italiane hanno purtroppo documentato più volte episodi nei quali sottopassi allagati sono diventati trappole per gli automobilisti. In pochi minuti il livello dell’acqua può crescere molto più rapidamente di quanto venga percepito da chi si trova alla guida, fino a causare lo spegnimento del motore e a rendere estremamente difficile l’apertura delle portiere.
Attribuire tragedie di questo tipo soltanto alla presenza dell’asfalto sarebbe sbagliato, perché entrano in gioco numerosi fattori, dalla manutenzione alla capacità delle reti fognarie, dalla conformazione stradale alla violenza delle precipitazioni. Ridurre il deflusso superficiale rappresenta però una parte importante di una strategia più ampia di prevenzione.
A Roma bisognerebbe cominciare dai luoghi dove l’asfalto non è indispensabile
Immaginare di eliminare l’asfalto dalle principali arterie della Capitale sarebbe irrealistico, ma esistono migliaia di spazi urbani nei quali una parte delle superfici impermeabili potrebbe essere ridotta senza compromettere la mobilità o le normali funzioni della città.
I parcheggi, ad esempio, potrebbero mantenere asfaltate le corsie utilizzate dalle automobili e utilizzare materiali drenanti negli stalli, introducendo contemporaneamente filari di alberi e aiuole capaci di raccogliere una parte dell’acqua piovana. Lo stesso principio potrebbe essere applicato a molti marciapiedi molto larghi, alle piazze completamente mineralizzate, ai cortili scolastici e alle aree esterne degli edifici pubblici.
Il cambiamento più significativo sarebbe soprattutto culturale e amministrativo. Quando una strada viene rifatta o una piazza viene riqualificata, il progetto dovrebbe valutare quanta parte della superficie debba necessariamente restare impermeabile e quanta possa invece essere restituita al terreno, alla vegetazione o a materiali capaci di drenare l’acqua.
In questo modo la depavimentazione non sarebbe più un intervento eccezionale, ma potrebbe entrare gradualmente nella normale manutenzione urbana.
Anche un parcheggio può contribuire al raffrescamento della città
Un grande parcheggio interamente asfaltato è uno degli esempi più evidenti di superficie urbana che accentua contemporaneamente il caldo e il deflusso dell’acqua. Nei mesi estivi accumula calore per molte ore e, durante un temporale, convoglia rapidamente quasi tutta la pioggia verso i punti di raccolta.
Lo stesso spazio potrebbe conservare la propria funzione introducendo superfici permeabili negli stalli, alberature capaci di creare ombra e piccole aree verdi progettate per raccogliere temporaneamente l’acqua meteorica.
Una trasformazione del genere non comporterebbe necessariamente la perdita di posti auto, ma cambierebbe profondamente il funzionamento fisico di quello spazio, che continuerebbe a essere utilizzato per la sosta contribuendo contemporaneamente a ridurre il calore e a rallentare l’acqua durante le piogge più intense.
Gli alberi hanno bisogno di spazio e terreno
Anche sul verde urbano Roma dovrebbe modificare alcune abitudini consolidate. Piantare un albero all’interno di una piccola apertura ricavata nel cemento o nell’asfalto non garantisce che quella pianta possa crescere correttamente e sviluppare una chioma capace di svolgere una funzione climatica significativa.
Le radici hanno bisogno di spazio, terreno e acqua. Le specie devono essere scelte considerando le condizioni climatiche, la disponibilità idrica, la larghezza delle strade e le dimensioni che potranno raggiungere dopo decenni.
Un albero adulto possiede una capacità di ombreggiamento e raffrescamento enormemente superiore rispetto a quella di una pianta appena messa a dimora. Per questo la protezione del patrimonio arboreo esistente dovrebbe essere considerata importante quanto le nuove piantumazioni.
Barcellona sta lavorando anche su questo fronte attraverso corridoi verdi che cercano di creare continuità vegetale lungo le strade e non soltanto piccole presenze isolate. L’obiettivo è fare in modo che il verde modifichi realmente il microclima urbano.
Più ombra significa anche maggiore sicurezza nelle giornate calde
Nell’Eixample, uno dei quartieri più densamente costruiti della città catalana, le trasformazioni previste potrebbero portare in alcune zone la copertura d’ombra dal 60 all’80 per cento. Nelle piazze e negli incroci interessati dagli interventi, l’aumento stimato è ancora più consistente.
Questi dati assumono un significato concreto se si considera la quotidianità di una persona anziana che deve percorrere qualche centinaio di metri sotto il sole, di un bambino che torna da scuola o di chi aspetta un autobus senza alcuna protezione nelle ore più calde.
Il verde urbano, quindi, non riguarda soltanto il paesaggio o il decoro, ma entra direttamente nella qualità della vita e nella protezione sanitaria della popolazione.
Il caldo urbano aumenta le disuguaglianze
Le conseguenze delle alte temperature non sono distribuite in modo uniforme. Chi vive in un’abitazione ben isolata, dispone di aria condizionata e può permettersi di utilizzarla per molte ore affronta le ondate di calore in condizioni molto diverse rispetto a chi abita in un appartamento esposto al sole, magari all’ultimo piano di un edificio privo di isolamento e in un quartiere con pochissimi alberi.
Per questa ragione gli interventi sullo spazio pubblico hanno anche un evidente valore sociale. Rendere più fresche le strade, aumentare l’ombra e migliorare la qualità degli spazi pubblici significa offrire una protezione che non dipende dal reddito individuale.
Anche Barcellona ha collegato le proprie politiche climatiche alla vulnerabilità sociale, riconoscendo che anziani, bambini, persone con disabilità e famiglie economicamente più fragili sono maggiormente esposti agli effetti del caldo estremo.
La città deve tornare ad assorbire una parte della pioggia
Per molti decenni la progettazione urbana ha cercato soprattutto di allontanare l’acqua nel minor tempo possibile dalle strade, convogliandola dentro le reti fognarie. Oggi questo modello viene progressivamente affiancato da una concezione differente, secondo la quale una parte dell’acqua dovrebbe essere trattenuta, infiltrata e utilizzata direttamente nel luogo in cui cade.
È il principio delle cosiddette città spugna, nelle quali il suolo urbano torna almeno in parte a comportarsi come un terreno naturale. Pavimentazioni permeabili, aiuole ribassate, rain garden, parchi capaci di raccogliere temporaneamente l’acqua e bacini di laminazione contribuiscono a rallentare il deflusso e a ridurre la pressione sulle reti fognarie.
Roma potrebbe integrare questi strumenti con il proprio enorme patrimonio di parchi, ville storiche e aree agricole, cercando di creare una maggiore continuità fra il verde esistente e i quartieri costruiti.
Dai quartieri alle scuole, la trasformazione può entrare nella manutenzione ordinaria
La vera possibilità di cambiamento non risiede soltanto nelle grandi opere, ma nella capacità di modificare progressivamente il modo in cui vengono realizzati migliaia di interventi ordinari.
La ristrutturazione di una scuola potrebbe essere l’occasione per ridurre l’asfalto del cortile, aumentare le alberature e creare superfici drenanti; la costruzione di un parcheggio pubblico potrebbe prevedere fin dall’inizio una quota significativa di pavimentazione permeabile e vegetazione; la riqualificazione di una piazza potrebbe essere progettata mantenendo una maggiore quantità di terreno capace di assorbire l’acqua; anche il rifacimento di un marciapiede potrebbe diventare l’occasione per ampliare lo spazio disponibile attorno agli alberi esistenti.
Lo stesso criterio potrebbe essere applicato agli edifici pubblici, dove la raccolta delle acque meteoriche permetterebbe in molti casi di utilizzare la pioggia per l’irrigazione del verde.
Non si tratta di interventi spettacolari, ma di una modifica progressiva delle regole con cui vengono progettati e mantenuti gli spazi pubblici. Se applicata per anni a centinaia di cantieri, questa impostazione potrebbe cambiare profondamente il funzionamento climatico della città senza attendere una singola grande opera.
Anche i Comuni della provincia di Roma possono intervenire
Il ragionamento vale anche fuori dalla Capitale, dove in molti casi gli interventi potrebbero essere più semplici da realizzare proprio grazie alle dimensioni ridotte dei centri abitati.
Numerose piazze, parcheggi e cortili scolastici dei Comuni della Città Metropolitana sono stati progressivamente asfaltati o pavimentati nel corso degli ultimi decenni. Una parte di queste superfici potrebbe essere ripensata utilizzando materiali drenanti, alberature e spazi verdi capaci di ridurre contemporaneamente il calore e la velocità di deflusso dell’acqua.
Nei Castelli Romani, nella Valle del Sacco, nell’area prenestina e negli altri territori della provincia esistono molti contesti nei quali sarebbe possibile sperimentare interventi di questo tipo su scala limitata, verificandone nel tempo l’efficacia e la manutenzione prima di estenderli.
Roma possiede già una base verde straordinaria
La Capitale dispone di un patrimonio naturale che poche città europee possono vantare, dalle grandi ville storiche ai parchi archeologici, dalle riserve naturali alle aree agricole ancora presenti all’interno del territorio comunale.
Il problema è che questo patrimonio rimane spesso separato dalla vita quotidiana dei quartieri. Un cittadino può vivere a pochi chilometri da un grande parco e trascorrere tuttavia gran parte della propria giornata lungo strade prive di alberi, piazze asfaltate e fermate degli autobus completamente esposte al sole.
La trasformazione dovrebbe quindi cercare di portare il verde fuori dai grandi parchi e distribuirlo con maggiore continuità nelle strade, nei percorsi pedonali e negli spazi di quartiere.
Il problema non è soltanto quanto spendere, ma come
Una parte considerevole delle trasformazioni necessarie potrebbe essere integrata negli interventi che le amministrazioni devono comunque effettuare.
Le strade devono essere periodicamente rifatte, i marciapiedi riparati, le scuole ristrutturate, i parcheggi sistemati e le piazze riqualificate. Continuare a ricostruire questi spazi esattamente con gli stessi criteri utilizzati trenta anni fa significa utilizzare risorse pubbliche senza tenere conto delle condizioni climatiche attuali.
Materiali drenanti, maggiore ombra e superfici permeabili possono comportare in alcuni casi costi iniziali superiori, ma il confronto economico dovrebbe includere anche i danni prodotti dagli allagamenti, l’aumento dei consumi energetici per il raffrescamento e le conseguenze sanitarie delle ondate di calore.
Le analisi di Mario Tozzi riguardano già il presente
Il significato delle riflessioni di Mario Tozzi sta soprattutto nella necessità di abbandonare l’idea che l’adattamento climatico sia una questione destinata alle generazioni future.
Le temperature registrate negli ultimi anni, l’aumento delle notti tropicali e la maggiore frequenza di precipitazioni molto concentrate indicano che le città mediterranee devono essere progettate per condizioni climatiche differenti rispetto a quelle sulle quali si è sviluppata gran parte dell’urbanistica del Novecento.
Barcellona ha cominciato a tradurre questa consapevolezza in interventi concreti, aumentando le superfici permeabili, sperimentando nuovi materiali, ampliando le zone d’ombra e costruendo corridoi verdi.
Roma non deve necessariamente riprodurre lo stesso modello, perché possiede caratteristiche urbanistiche, storiche e territoriali differenti. Può però assumere lo stesso principio di fondo: ridurre progressivamente le superfici impermeabili dove non sono indispensabili e restituire spazio al terreno, agli alberi e all’acqua.
Una città più fresca e più capace di assorbire la pioggia non nasce da una soluzione unica, ma da una successione coerente di interventi che modificano nel tempo il modo in cui vengono costruite e mantenute le strade. È su questo terreno che Roma può iniziare a prepararsi seriamente alle temperature e alle precipitazioni dei prossimi decenni.