Roma, rapito e torturato per sette ore: 9 arresti, dietro il sequestro l’ombra del narcotraffico internazionale

Un’operazione organizzata che Polizia e Carabinieri hanno cercato di ricostruire minuto dopo minuto attraverso uno degli strumenti ormai più importanti nelle indagini sulla criminalità urbana: le telecamere
Di Simone Fabi
I Carabinieri durante le operazioni
I Carabinieri durante le operazioni

Attirato in una trappola nel cuore della notte, aggredito e caricato con la forza su un’automobile. Poi trasferito da una parte all’altra di Roma, legato mani e piedi, minacciato con una pistola e ferito con armi da taglio. Sette ore di prigionia che, secondo gli investigatori, non sarebbero state soltanto un episodio di violenza estrema, ma uno dei passaggi che hanno permesso di arrivare a una presunta organizzazione impegnata nel traffico internazionale di cocaina.

Nove persone di nazionalità dominicana e colombiana sono state raggiunte nella mattinata del 24 settembre da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita congiuntamente dalla Squadra Mobile di Roma e dai Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia.

Il provvedimento, disposto dal Gip del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, riguarda persone gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico illecito di droga con l’aggravante della transnazionalità, sequestro di persona a scopo di estorsione, rapina e lesioni personali.

La trappola alle 2.30 di notte a Casal Bertone

L’episodio che occupa una parte centrale dell’inchiesta si sarebbe consumato nella notte del 7 giugno.

La vittima, un cittadino colombiano, sarebbe stata attirata verso le 2.30 nel quartiere di Casal Bertone da una complice. Ad attenderlo ci sarebbe stato il gruppo incaricato dell’aggressione.

L’uomo sarebbe stato assalito, bloccato al suolo e successivamente trascinato all’interno di un’autovettura. Il primo trasferimento avrebbe avuto come destinazione un’abitazione nella zona della Borghesiana. Successivamente la vittima sarebbe stata portata in un appartamento seminterrato a Centocelle.

È in quei locali che, secondo la ricostruzione investigativa, si sarebbe consumata la fase più violenta del sequestro.

L’uomo sarebbe stato immobilizzato con legature alle mani e ai piedi, sottoposto a minacce con un’arma da fuoco e colpito ripetutamente con armi da taglio. Una pressione fisica e psicologica che sarebbe proseguita fino alla consegna di 8.900 euro in contanti, gioielli in oro, un orologio di lusso e delle chiavi di casa.

I sequestratori sarebbero entrati anche nell’abitazione della vittima

Il controllo sulla vittima non si sarebbe concluso con la consegna del denaro.

Secondo gli elementi raccolti dagli investigatori, alcuni componenti del gruppo si sarebbero recati direttamente nell’appartamento dell’uomo utilizzando le chiavi sottratte durante il sequestro. L’abitazione sarebbe stata perquisita e depredata di altri beni e dispositivi informatici.

Un’operazione organizzata che Polizia e Carabinieri hanno cercato di ricostruire minuto dopo minuto attraverso uno degli strumenti ormai più importanti nelle indagini sulla criminalità urbana: le telecamere.

I filmati provenienti dai sistemi di videosorveglianza della città e da impianti condominiali sono stati messi a confronto per seguire percorsi, automobili e spostamenti. Questo lavoro avrebbe consentito agli investigatori di ricostruire le diverse fasi del sequestro e di acquisire gravi elementi indiziari sull’identità dei presunti partecipanti.

Dal sequestro alla rete della cocaina dal Sudamerica

L’inchiesta non si è fermata alla violenza della notte del 7 giugno.

Proseguendo gli accertamenti, gli investigatori ritengono di aver ricostruito l’esistenza di una più ampia rete criminale impegnata nell’importazione di cocaina dal Sudamerica e nella successiva distribuzione sul territorio italiano.

Roma rappresentava, nell’ipotesi investigativa, uno dei punti nevralgici dell’organizzazione, ma la struttura poteva contare su diverse basi operative anche fuori dalla Capitale.

Cerveteri, Ladispoli e Tarquinia sono alcune delle località indicate nell’inchiesta come punti logistici utilizzati da un sistema capace di collegare la Capitale al litorale laziale.

La droga sarebbe stata destinata alle piazze di spaccio romane e costiere e sarebbe stata trasportata utilizzando veicoli modificati appositamente.

I doppi fondi nascosti nelle automobili

Le vetture sarebbero state dotate di vani occulti con aperture meccaniche ed elettroniche nei quali nascondere lo stupefacente durante gli spostamenti.

Anche le comunicazioni sarebbero state organizzate per limitare il rischio di intercettazioni e sequestri di informazioni. Gli indagati avrebbero utilizzato smartphone criptati e sistemi capaci di consentire la cancellazione a distanza dei dati memorizzati sui dispositivi.

Il denaro avrebbe seguito a sua volta circuiti differenti rispetto ai tradizionali trasferimenti bancari. Secondo gli investigatori, sarebbero state utilizzate anche operazioni in moneta virtuale per movimentare e occultare una parte dei proventi.

Nel corso dell’attività investigativa sono stati eseguiti ulteriori arresti in flagranza e sequestri di droga sulle principali arterie stradali.

Ventiquattro chili di hashish sequestrati in un deposito a Roma

Uno dei risultati dell’indagine è arrivato con l’individuazione nella Capitale di un appartamento che, secondo gli investigatori, sarebbe stato trasformato in un vero deposito dello stupefacente.

All’interno sono stati trovati 24 chilogrammi di hashish, quantitativi di cocaina pronti per la distribuzione e differenti sostanze sintetiche destinate al mercato locale. Tra queste anche quella indicata come “cocaina rosa”.

Un ulteriore elemento conduce fuori dal Lazio. Nell’ambito di precedenti accertamenti condotti dai Carabinieri su persone che gli investigatori ritengono appartenenti allo stesso contesto criminale, nelle campagne di Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, era stata scoperta una raffineria clandestina.

Il quadro delineato dall’accusa è dunque quello di una struttura che avrebbe potuto gestire più fasi del narcotraffico, dall’arrivo dello stupefacente alla distribuzione, adottando contemporaneamente sistemi tecnologici e logistici destinati a ridurre il rischio dei controlli.

Le accuse restano ora sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria. Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e le nove persone raggiunte dalla misura cautelare devono essere considerate innocenti fino a eventuale condanna definitiva.

 
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